Avversi alle diseguaglianze

Perché siamo disposti a pagare per punire un’ingiustizia? L’economia della fairness

Nel 1999, Ernst Fehr e Klaus Schmidt pubblicano un articolo destinato a diventare uno dei lavori più influenti dell’economia comportamentale. La loro intuizione è semplice: per comprendere le decisioni economiche non basta sapere quanto guadagniamo. Conta anche quanto guadagnano gli altri.

Un’offerta che conviene rifiutare?

Immaginiamo un esperimento molto semplice. Due persone devono dividersi 100 euro. La prima decide come distribuire la somma, mentre la seconda può accettare oppure rifiutare l’offerta. Se accetta, entrambi ricevono quanto proposto. Se rifiuta, nessuno riceve nulla.

È il celebre ultimatum game.

Secondo il modello economico tradizionale, un individuo interessato esclusivamente al proprio guadagno dovrebbe accettare qualsiasi offerta positiva. Ricevere un euro è sempre meglio che non ricevere nulla.

Eppure, negli esperimenti, le persone rifiutano frequentemente offerte molto basse. Sono disposte a rinunciare a un guadagno pur di impedire che qualcun altro ottenga una quota considerata ingiusta.

Perché?

Una possibile spiegazione è che le persone non siano perfettamente razionali. Un’altra, più interessante dal punto di vista economico, è che il modello tradizionale descriva in modo incompleto ciò che le persone desiderano.

Forse non ci interessa soltanto quanto riceviamo, ma anche come le risorse vengono distribuite.

Questa è l’intuizione alla base di uno dei paper più importanti dell’economia comportamentale: A Theory of Fairness, Competition, and Cooperation, pubblicato da Ernst Fehr e Klaus Schmidt sul Quarterly Journal of Economics nel 1999.

L’intuizione: la disuguaglianza può essere costosa

Fehr e Schmidt propongono un modello nel quale gli individui non valutano esclusivamente il proprio reddito, ma anche le differenze tra il proprio reddito e quello degli altri.

L’idea è che la disuguaglianza possa generare una perdita di utilità.

Il modello distingue due situazioni.

La prima si verifica quando riceviamo meno degli altri. È quella che gli autori chiamano disadvantageous inequality aversion: l’avversione alla disuguaglianza che ci penalizza.

La seconda si verifica quando riceviamo più degli altri. In questo caso parliamo di advantageous inequality aversion: il disagio che alcune persone provano quando si trovano in una posizione relativamente privilegiata.

Le due forme di avversione alla disuguaglianza non sono necessariamente simmetriche. Generalmente, ricevere meno degli altri pesa più di quanto ci disturbi ricevere di più.

Un individuo potrebbe quindi preferire ricevere 40 euro quando un’altra persona ne riceve 40, piuttosto che riceverne 45 quando l’altra ne ottiene 100.

Non perché 40 euro siano più di 45, ma perché la distribuzione più disuguale genera una perdita di utilità sufficientemente grande da compensare il maggiore guadagno monetario.

È un cambiamento concettuale importante.

Nel modello tradizionale, l’utilità dipende dal proprio consumo o reddito. Nel modello di Fehr e Schmidt, dipende anche dalla posizione relativa rispetto agli altri.

Una teoria per spiegare comportamenti apparentemente contraddittori

L’aspetto più interessante del paper non è semplicemente l’idea che le persone siano sensibili alla disuguaglianza.

Questa intuizione era già presente nella letteratura economica e psicologica.

Il contributo degli autori è mostrare come un modello relativamente semplice possa spiegare comportamenti che, a prima vista, sembrano difficilmente conciliabili.

Consideriamo tre situazioni.

1. Perché rifiutiamo offerte ingiuste?

Nell’ultimatum game, chi riceve un’offerta molto bassa potrebbe preferire rifiutarla, anche perdendo denaro.

Il rifiuto elimina una distribuzione fortemente svantaggiosa e può quindi essere coerente con la massimizzazione dell’utilità.

Non è necessario assumere che l’individuo commetta un errore. Basta riconoscere che attribuisce valore anche all’equità della distribuzione.

2. Perché siamo disposti a punire chi non coopera?

Immaginiamo un gruppo di persone che deve contribuire volontariamente al finanziamento di un bene pubblico.

Se tutti contribuiscono, il gruppo ottiene un beneficio collettivo. Ma ciascun individuo ha un incentivo a comportarsi da free rider, beneficiando dei contributi altrui senza sostenere il costo della cooperazione.

Gli esperimenti mostrano che, quando viene introdotta la possibilità di punire chi non contribuisce, la cooperazione può aumentare considerevolmente.

Il fatto sorprendente è che punire costa.

Perché dovremmo spendere denaro per ridurre il guadagno di qualcun altro?

Nel modello di Fehr e Schmidt, la punizione può essere razionale perché riduce una disuguaglianza considerata ingiusta. Inoltre, la possibilità di essere puniti modifica gli incentivi degli altri partecipanti, rendendo più facile sostenere la cooperazione.

3. Perché nei mercati competitivi ci comportiamo spesso come individui egoisti?

Qui emerge uno dei risultati teorici più importanti.

Se le persone attribuiscono valore all’equità, perché molti mercati producono risultati vicini a quelli previsti dai modelli tradizionali?

La risposta è che il comportamento non dipende soltanto dalle preferenze, ma anche dalle caratteristiche dell’interazione.

In un mercato altamente competitivo, un individuo che rifiuta una transazione perché la considera ingiusta potrebbe essere immediatamente sostituito da qualcun altro.

La competizione può quindi limitare la capacità delle preferenze sociali di influenzare i risultati.

Nella contrattazione bilaterale, invece, il potere di rifiutare un’offerta può rendere queste preferenze decisive.

La stessa persona, con le stesse preferenze, può quindi comportarsi in modo apparentemente egoistico in un mercato competitivo e manifestare una forte sensibilità all’equità in un’interazione bilaterale.

Non c’è necessariamente una contraddizione.

Il contributo fondamentale: preferenze e istituzioni interagiscono

Questo è probabilmente il messaggio più profondo del paper.

Fehr e Schmidt non sostengono che tutti gli individui siano altruisti o che tutti desiderino una distribuzione perfettamente uguale delle risorse.

Al contrario, assumono che le persone siano eterogenee.

Alcune sono interessate quasi esclusivamente al proprio guadagno. Altre sono fortemente sensibili alla disuguaglianza. Altre ancora presentano livelli intermedi di avversione.

Questa eterogeneità, combinata con le caratteristiche dell’interazione strategica, può generare risultati molto diversi.

In alcuni contesti, anche una minoranza di individui sensibili all’equità può influenzare significativamente il comportamento dell’intero gruppo.

In altri, la competizione può rendere quasi irrilevanti le preferenze sociali.

L’innovazione consiste quindi nell’integrare le preferenze sociali nella teoria dei giochi, mostrando come possano modificare gli equilibri economici senza abbandonare gli strumenti analitici tradizionali.

Come ha cambiato la letteratura economica

Il lavoro di Fehr e Schmidt è diventato uno dei riferimenti fondamentali dell’economia comportamentale e sperimentale.

La sua influenza si sviluppa soprattutto in tre direzioni.

La prima riguarda la formalizzazione delle preferenze sociali.

Prima della fine degli anni Novanta, una quantità crescente di risultati sperimentali metteva in discussione l’ipotesi che gli individui massimizzassero esclusivamente il proprio guadagno monetario.

Il paper contribuisce a trasformare queste osservazioni in una teoria capace di generare predizioni verificabili.

Insieme ad altri contributi, tra cui il modello di Bolton e Ockenfels (2000), diventa uno dei principali riferimenti dell’approccio basato sulle preferenze distributive.

La seconda direzione riguarda lo studio della cooperazione.

Il modello aiuta a comprendere perché la presenza di individui sensibili all’equità possa modificare gli incentivi alla cooperazione, soprattutto quando esistono meccanismi di punizione.

Questo filone ha influenzato la ricerca sui beni pubblici, sulle organizzazioni, sulle relazioni di lavoro e sui meccanismi informali di enforcement.

La terza direzione riguarda il rapporto tra preferenze individuali e istituzioni.

Uno degli insegnamenti più importanti del paper è che non possiamo prevedere il comportamento economico conoscendo soltanto le preferenze delle persone.

Dobbiamo conoscere anche le regole del gioco.

La competizione, il potere contrattuale, la possibilità di punire e la struttura degli incentivi determinano quanto le preferenze sociali incidano sui risultati.

Questa intuizione ha avuto conseguenze importanti per l’economia delle organizzazioni, il disegno dei meccanismi e lo studio delle istituzioni.

Ma la fairness è davvero soltanto una questione di disuguaglianza?

Naturalmente, il modello presenta alcuni limiti.

Il principale è che considera la distribuzione dei payoff, ma non direttamente le intenzioni che hanno prodotto quella distribuzione.

Immaginiamo di ricevere 20 euro mentre un’altra persona ne riceve 80.

La nostra reazione potrebbe essere molto diversa a seconda che quella distribuzione sia stata scelta intenzionalmente dall’altra persona, determinata casualmente oppure prodotta da differenze nell’impegno o nella produttività.

Il modello di Fehr e Schmidt, nella sua formulazione originale, non distingue direttamente queste situazioni.

Questa limitazione ha contribuito a stimolare una letteratura parallela sui modelli di reciprocità e sulle preferenze che incorporano le intenzioni, come quelli di Rabin (1993), Dufwenberg e Kirchsteiger (2004) e Falk e Fischbacher (2006).

La ricerca successiva ha inoltre mostrato che le persone possono essere sensibili non soltanto all’uguaglianza dei risultati, ma anche al merito, alle opportunità, alla responsabilità individuale e alle procedure utilizzate per distribuire le risorse.

Il modello di Fehr e Schmidt non rappresenta quindi una teoria completa della fairness.

Rimane però uno dei tentativi più influenti di incorporare una dimensione fondamentale delle preferenze sociali all’interno di un modello economico parsimonioso.

La lezione più importante

Siamo abituati a pensare che gli incentivi economici funzionino modificando i benefici e i costi individuali.

Ma ciò che consideriamo un beneficio o un costo non dipende necessariamente soltanto da quanto denaro riceviamo.

Può dipendere anche da quanto ricevono gli altri.

Questa semplice intuizione cambia il modo di interpretare molti fenomeni economici: dalle trattative salariali alla cooperazione nei gruppi, dalla redistribuzione alle relazioni tra imprese e lavoratori.

Soprattutto, suggerisce una conclusione più generale.

Per comprendere il funzionamento di un mercato o di un’istituzione, non basta assumere che le persone rispondano agli incentivi.

Bisogna capire quali aspetti dei risultati economici entrano effettivamente nella loro funzione di utilità.

Il contributo di Fehr e Schmidt è aver mostrato che possiamo prendere sul serio la fairness senza rinunciare al rigore della teoria economica.

E che, qualche volta, rinunciare a un euro per impedire un’ingiustizia può essere una scelta perfettamente razionale.


Riferimento bibliografico

Fehr, Ernst, e Klaus M. Schmidt (1999). “A Theory of Fairness, Competition, and Cooperation.” Quarterly Journal of Economics, 114(3), 817–868.

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