Che cose trovi in questo blog?

Benvenuto!

Questo blog è il mio taccuino personale — un luogo dove raccolgo idee, riflessioni e appunti su ciò che ho trovato utile o ispirante.

Troverai commenti, brevi sintesi e link ad articoli, video e libri che hanno influenzato il mio modo di pensare alla vita, all’apprendimento, all’economia e al mondo che ci circonda.

L’ispirazione viene da Poor Charlie’s Almanack (2005), la brillante raccolta di saggezza di Charlie Munger sulla presa di decisioni e sull’apprendimento continuo.

Munger credeva che la vera comprensione nascesse dal collegare idee provenienti da discipline diverse — dalla curiosità, dalla coerenza e dalla disponibilità a mettere costantemente in discussione le proprie convinzioni.

È questo lo spirito che spero di portare qui.

Pensa a questo spazio come al mio “almanacco” in evoluzione — in parte lista di letture, in parte riflessione, in parte esperimento di pensiero ad alta voce.

Gli argomenti si muoveranno (più o meno) in quattro grandi direzioni:

1) La scienza del vivere bene. Come condurre una buona vita — con energia, salute, relazioni significative e un senso di scopo.

2) Capire il mondo. Esplorare le scienze naturali e sociali, le discipline umanistiche, la grande storia, i grandi pensatori e il futuro che sta prendendo forma davanti a noi.

3) Il ragionamento. Comprendere come pensiamo e impariamo — le nostre preferenze, personalità, decisioni, distorsioni cognitive e la bellezza della logica e della matematica.

4) Finanza personale e investimenti. Capire come gestire il denaro, investire in modo consapevole e costruire stabilità e libertà economica nel tempo.

Non ho un piano preciso per dove andrà tutto questo. Sto semplicemente seguendo la curiosità, ovunque mi porti.

Se ti piace riflettere su come vivere meglio, capire di più, ragionare con maggiore lucidità e gestire le tue risorse in modo più consapevole, sei nel posto giusto.

Il turismo è una malattia

Il turismo è, per una città, una malattia. In piccole dosi può essere tollerato, persino apprezzato: è un servizio che una città rende al mondo circostante, aprendosi a chi vuole conoscerla. Ma quando diventa una strategia di sviluppo, il turismo smette di essere un fenomeno marginale e comincia a consumare la città che dovrebbe sostenere.

Il punto fondamentale è che il turismo non è una risorsa gratuita. È un costo. Consuma spazio, abitazioni, infrastrutture, servizi pubblici e qualità della vita. Ogni appartamento trasformato in alloggio turistico è un appartamento sottratto a chi potrebbe vivere, studiare o lavorare in città. Ogni strada trasformata in corridoio per visitatori perde una parte della propria funzione urbana. Ogni attività commerciale riconvertita per intercettare la spesa occasionale del turista sostituisce un pezzo dell’economia destinata a chi quella città la abita.

Soprattutto, il turismo non dovrebbe essere confuso con un motore dello sviluppo economico. È prevalentemente un settore trainato, non trainante: prospera quando esistono città belle, sicure, culturalmente vive, dotate di infrastrutture, capitale umano, università, imprese e servizi. Si appropria di una parte del valore prodotto da tutto questo, ma non è necessariamente ciò che lo genera. E si tratta di un settore caratterizzato da una produttività del lavoro relativamente bassa, problema particolarmente rilevante in un paese come l’Italia, che soffre da decenni di una crescita della produttività estremamente debole.

Per questo una città che pensa al proprio futuro dovrebbe liberare progressivamente ogni strada, ogni casa e ogni spazio possibile dalla dipendenza dal turismo, anziché consegnarglieli. Le abitazioni devono servire innanzitutto per abitare. Gli spazi commerciali per soddisfare bisogni reali. Il centro deve essere un luogo nel quale vivere e lavorare, non una scenografia da consumare per qualche ora.

Una città prospera può permettersi dei turisti. Una città che pensa di diventare prospera grazie ai turisti ha già rinunciato a un’ambizione molto più importante: produrre conoscenza, innovazione, imprese, cultura e lavori ad alta produttività.

Quando la principale politica economica diventa “portiamo più turisti”, il pensiero sottostante rischia di essere molto più cupo di quanto sembri: non crediamo più di poter creare qualcosa che il resto del mondo desideri acquistare, utilizzare o imparare; speriamo soltanto che il resto del mondo venga qui a spendere qualcosa.

È l’economia delle briciole. Invece di apparecchiare la tavola, ci si abitua a raccogliere ciò che cade per terra.

Una città che ha fiducia nel proprio futuro non si mette in vendita. Si rende desiderabile innanzitutto per chi vuole viverci, studiare, lavorare, fare ricerca, creare un’impresa e crescere dei figli. Se poi qualcuno vorrà visitarla, sarà il benvenuto.

Ma sarà una conseguenza del suo successo, non la sua strategia per ottenerlo.

Allibito. Un mare di mediocrità e inconsapevolezza

Ieri, durante un esame universitario, ho sorpreso due studentesse con il cellulare nascosto tra le gambe. Le regole erano state spiegate chiaramente, più volte e anche per iscritto: niente telefoni, niente dispositivi elettronici, niente materiale non autorizzato. Prima dell’inizio della prova avevo persino lasciato il tempo necessario per controllare sul telefono il numero di matricola, per chi non lo ricordava, e poi riporlo nella borsa.

Non voglio parlare delle persone coinvolte. L’episodio mi interessa per una ragione diversa: mi ha fatto riflettere ancora una volta su che cosa significhi andare all’università e su quanto tempo e quante risorse alcuni giovani rischino di sprecare senza nemmeno rendersene conto.

Perché ci si iscrive all’università?

Credo che, semplificando, si vadano a cercare due cose.

La prima è l’opportunità di acquisire conoscenze, capacità e competenze. Si frequentano lezioni, si fanno esercizi, si leggono libri e articoli, si discute con professori e compagni, si ricevono critiche e feedback. Si dovrebbe uscire dall’università diversi da come ci si è entrati: capaci di capire qualcosa che prima non si capiva e di fare qualcosa che prima non si sapeva fare.

La seconda è una certificazione credibile di ciò che si è imparato. Un esame superato, un voto, una laurea dicono al resto della società: questa persona ha raggiunto determinati standard e un’istituzione si assume la responsabilità di certificarlo.

E allora mi domando: che senso ha iscriversi all’università se non si segue, se durante le lezioni si è altrove, se si cerca continuamente la scorciatoia per non leggere, non esercitarsi, non pensare? E, soprattutto, che senso ha andarci se poi si cerca di imbrogliare proprio nel momento in cui si dovrebbe dimostrare ciò che si è imparato?

C’è qualcosa di profondamente paradossale nel pagare, direttamente o attraverso la propria famiglia e la collettività, per avere accesso a professori, biblioteche, lezioni, compagni, esercitazioni e anni dedicati quasi esclusivamente alla propria formazione, e poi impegnare energie per trovare il modo di evitare proprio lo sforzo che rende preziosa quell’esperienza.

È come entrare in palestra e dedicare il proprio ingegno a escogitare un sistema per far sollevare i pesi a qualcun altro, sperando però di uscire con i muscoli.

L’intelligenza artificiale rende questo paradosso ancora più evidente. È uno strumento straordinario per imparare di più e meglio. Ma può diventare anche una macchina perfetta per evitare la fatica cognitiva: non capire ma ottenere la risposta, non scrivere ma ottenere il testo, non risolvere ma ottenere la soluzione. E magari, alla fine, ottenere anche il voto.

Dal punto di vista individuale può sembrare perfino razionale: se l’obiettivo è semplicemente prendere una laurea minimizzando lo sforzo, ogni scorciatoia diventa attraente.

Ma questo significa confondere completamente il mezzo con il fine.

Il titolo non dovrebbe essere il prodotto e l’apprendimento il prezzo fastidioso da pagare per ottenerlo. Il prodotto sono le conoscenze, le capacità, la maturità intellettuale e professionale costruite in quegli anni. La laurea è soltanto la certificazione che quel processo è avvenuto.

E qui nasce anche una responsabilità dell’università.

Quando uno studente non studia, spreca soprattutto una parte della propria vita. Quando copia a un esame, invece, il problema diventa collettivo. Se l’università certifica competenze che non sono state acquisite, indebolisce il valore della propria certificazione. Danneggia i compagni che hanno studiato seriamente, i laureati che portano quel titolo nel mercato del lavoro e, alla fine, la propria reputazione.

Per questo contrastare la copiatura non significa difendere l’autorità del professore o applicare burocraticamente una regola. Significa proteggere il valore della laurea di chi se l’è guadagnata.

Ma ciò che mi lascia più amareggiato non è nemmeno la singola scorrettezza. È l’impressione, che episodi come questo rafforzano, di vedere giovani con enormi possibilità attraversare alcuni degli anni più ricchi di opportunità della loro vita immersi in un mare di mediocrità e inconsapevolezza: fare il minimo indispensabile, cercare la scorciatoia, accontentarsi di passare, delegare ad altri o a una macchina la fatica di capire.

Naturalmente non sono tutti così. Vedo anche studenti curiosi, esigenti con se stessi, capaci di appassionarsi, fare domande difficili e utilizzare magnificamente le opportunità che hanno. Ed è forse proprio il confronto con loro a rendere lo spreco degli altri così evidente.

A vent’anni quattro o cinque anni sembrano quasi gratuiti. Non lo sono.

Sono una quantità enorme di tempo, energie e risorse. Soprattutto, sono anni nei quali si ha un privilegio che nella vita diventerà sempre più raro: poter dedicare una parte considerevole del proprio tempo a diventare più competenti, più autonomi e, possibilmente, più intelligenti nel modo di guardare il mondo.

Sprecare questa opportunità per ottenere un pezzo di carta con il minimo sforzo possibile è un pessimo affare.

E nessun voto ottenuto copiando potrà renderlo migliore.

Capitale umano e capitale finanziario

La scuola serve a costruire molto più che semplici conoscenze. Aiuta a sviluppare il pensiero critico, la capacità di imparare e di adattarsi, la collaborazione e altre competenze trasversali. L’università e le esperienze successive permettono poi di acquisire competenze più avanzate e specialistiche. Tutto questo contribuisce a formare il capitale umano di una persona.

Il capitale umano ha un valore economico perché consente di produrre reddito attraverso il lavoro. In altre parole, conoscenze, competenze e capacità possono essere trasformate in reddito.

Per una persona giovane, il capitale umano ha generalmente un valore elevato, perché può essere utilizzato per molti anni. Una nuova competenza acquisita a 25 anni può generare benefici economici per decenni; la stessa competenza acquisita a 60 anni ha meno tempo per produrre reddito. Questo non significa necessariamente che con l’età si diventi meno produttivi: significa soprattutto che si riduce il numero di anni durante i quali il capitale umano può ancora essere utilizzato nel mercato del lavoro.

Durante la vita lavorativa, una parte del reddito viene consumata, mentre un’altra viene risparmiata e investita. È attraverso questo processo che una parte dei rendimenti del capitale umano si trasforma in capitale finanziario:

capitale umano → reddito → risparmio → capitale finanziario.

Il risparmio può essere paragonato alla scelta di mettere da parte una parte del raccolto quando la produzione è abbondante, per poterla utilizzare in futuro, quando sarà più difficile produrre.

Da giovani si possiede quindi, in genere, molto capitale umano e poco capitale finanziario. Con il passare degli anni, il capitale umano residuo diminuisce, mentre il capitale finanziario può crescere grazie ai risparmi accumulati.

Verso la fine della carriera e soprattutto durante la pensione, il capitale finanziario assume un ruolo centrale. Non sostituisce direttamente il capitale umano, ma sostituisce o integra il reddito da lavoro che il capitale umano non è più in grado di generare.

Il ciclo di vita può quindi essere visto come un passaggio graduale da una forma di ricchezza a un’altra. All’inizio, la risorsa principale è la capacità futura di lavorare e produrre reddito. Nel tempo, una parte di questa capacità viene trasformata in risparmio e patrimonio. Infine, il patrimonio accumulato serve a sostenere i consumi quando il reddito da lavoro si riduce o viene meno.

Il primo investimento non è un ETF. Sei tu.

C’è qualcosa che mi colpisce sempre quando si parla di educazione finanziaria ai giovani.

Insegniamo loro che cos’è un’azione. Un’obbligazione. Un ETF. Un PAC. Parliamo di diversificazione, interesse composto, rischio e rendimento. Tutte cose importanti. Ma rischiamo di iniziare dalla fine della storia.

Perché un ragazzo di 19 anni può avere 500 euro sul conto corrente e passare ore a chiedersi come investirli. Nel frattempo possiede qualcosa che vale immensamente di più e a cui dedica molta meno attenzione: i prossimi cinque anni della propria vita.

Tempo.
Energia.
Attenzione.
Salute.
Capacità di imparare.
Possibilità di sperimentare.
Libertà di cambiare strada.
Accesso a persone, idee, università, esperienze.

Questo è il suo vero patrimonio iniziale. E ha una caratteristica straordinaria: non può essere conservato. L’ora che hai oggi non puoi metterla da parte e utilizzarla a quarant’anni. L’energia dei vent’anni non può essere depositata in banca.
La possibilità di imparare una lingua, vivere sei mesi all’estero, conoscere persone diverse, costruire una competenza difficile non rimane lì ad aspettarti indefinitamente. Quelle risorse devono essere trasformate. Ed è qui, secondo me, che dovrebbe iniziare l’educazione finanziaria.

Non dalla domanda:

“Dove investo i miei primi 1.000 euro?”

Ma da una domanda molto più grande:

“Come uso le risorse che possiedo oggi per produrre le risorse di cui avrò bisogno domani?”

Tempo può diventare conoscenza.

Conoscenza può diventare competenza.

Competenza può diventare opportunità.

Opportunità può diventare reddito.

Reddito può diventare risparmio.

Risparmio può diventare capitale finanziario.

E quel capitale finanziario, molti decenni più tardi, potrà sostenerci quando il nostro capitale umano non sarà più in grado di generare lo stesso reddito. Non è una metafora motivazionale. È economia.

Gary Becker costruì proprio su questa idea la moderna teoria del capitale umano: istruzione e formazione sono investimenti perché comportano costi oggi in cambio di una maggiore capacità produttiva e di maggiori redditi futuri. Jacob Mincer mostrò poi come istruzione ed esperienza contribuiscano a spiegare il profilo dei redditi lungo il ciclo di vita. 

Decenni di ricerca empirica hanno cercato di distinguere la semplice correlazione dall’effetto causale dell’istruzione. La conclusione generale è robusta: l’istruzione produce mediamente ritorni economici rilevanti, anche se naturalmente variano enormemente tra persone, paesi, campi di studio e qualità dell’istruzione. Una grande rassegna di 1.120 stime in 139 paesi trova un rendimento privato medio di circa il 9% per un anno aggiuntivo di istruzione. 

Ma il punto ancora più importante è che il capitale umano può “comporre”. Cunha e Heckman parlano di self-productivity e dynamic complementarity: le capacità sviluppate oggi facilitano l’acquisizione di altre capacità domani e possono aumentare il rendimento degli investimenti successivi. In termini semplici: imparare genera capacità di imparare. Una buona competenza acquisita oggi non produce soltanto un rendimento diretto; può rendere più produttive molte delle esperienze che verranno dopo. 

È una forma di interesse composto che comincia molto prima di aprire un conto titoli.

E non riguarda soltanto ciò che impariamo sui libri.

La salute stessa può essere pensata come uno stock di capitale. Nel modello classico di Michael Grossman investiamo tempo e risorse in salute perché la salute produce “tempo sano” nel futuro; è uno stock che tende a deprezzarsi con l’età e che può essere, almeno in parte, mantenuto attraverso investimenti. 

Poi ci sono le relazioni. Non le definirei semplicemente capitale umano: qui entriamo nel capitale sociale. Ma anche queste sono risorse che costruiamo oggi e che possono produrre opportunità domani. La ricerca sui network nel mercato del lavoro mostra che le reti sociali influenzano l’accesso alle informazioni, alle opportunità di lavoro e agli esiti occupazionali. 

E allora la scelta di come vivere gli anni dell’università cambia completamente significato.

Scegliere quale università.
Decidere quanto seriamente studiare.
Imparare bene l’inglese.
Acquisire competenze quantitative.
Fare un Erasmus.
Imparare a programmare.
Leggere qualcosa che non sarà mai chiesto a un esame.
Conoscere persone molto diverse da noi.
Fare sport.
Dormire.
Lavorare.
Provare qualcosa in cui potremmo fallire.

Non sono semplicemente “cose da fare durante l’università”. Sono decisioni di allocazione di risorse scarse. Ogni giorno stiamo trasformando tempo, energia e attenzione in qualcosa.

La questione è: in cosa?

E questo non significa che ogni ora debba essere “produttiva”.

Anche riposare, innamorarsi, viaggiare, giocare, coltivare amicizie e perdere tempo insieme agli altri produce risorse che possono avere un valore enorme nella vita futura.

L’economia non ci dice quale vita dobbiamo scegliere. Ci ricorda però una cosa fondamentale: esiste un costo opportunità. La stessa ora non può essere utilizzata due volte. E soprattutto ci ricorda che rendimento non significa soltanto denaro.

Possiamo investire oggi per produrre reddito futuro.
Ma anche salute futura.
Autonomia.
Relazioni.
Conoscenza.
Resilienza.
Libertà di scelta.

Forse allora dovremmo ripensare radicalmente il modo in cui insegniamo educazione finanziaria.

Un diciannovenne non è una persona povera con 500 euro da investire. È una persona che possiede un enorme stock di risorse, molte delle quali irripetibili, e deve imparare a trasformarle.

Prima di chiedergli quale ETF scegliere, dovremmo forse insegnargli a farsi due domande:

“Quali risorse possiedo oggi?”

“Quali risorse voglio aver costruito fra dieci o vent’anni?”

In mezzo a queste due domande c’è quasi tutta la sua vita economica. E probabilmente c’è anche il più importante investimento che farà mai.

Un nuovo semestre sta per iniziare

A voi studenti vorrei fare una domanda diversa da quelle che probabilmente vi state facendo. Non: “Quale lavoro mi darà uno stipendio alto?”, “Quale laurea mi garantirà un posto sicuro?” o “Quali lavori sopravvivranno all’intelligenza artificiale?”. La domanda è più difficile: che tipo di vita volete vivere? È una domanda antica. Socrate sosteneva che una vita non esaminata non fosse una vita degna di essere vissuta. Molti secoli dopo Robert Nozick tornò su quella stessa idea in The Examined Life: interrogarsi seriamente su ciò che rende una vita buona, significativa e autentica. Mi sembra una domanda particolarmente importante per chi oggi ha diciannove o vent’anni.

State entrando nell’età adulta in un momento molto particolare. Intelligenza artificiale, robotica, invecchiamento della popolazione, riduzione della natalità, migrazioni e trasformazione del lavoro modificheranno profondamente il contesto nel quale prenderete le vostre decisioni. Non sappiamo esattamente come sarà il mondo nel quale lavorerete fra vent’anni, ma sappiamo che sarà diverso da quello nel quale sono entrati i vostri genitori e probabilmente molto diverso da quello che molti adulti continuano a descrivervi. Questo crea paura, e la paura produce una tentazione comprensibile: cercare una ricetta. Dimmi quale facoltà scegliere, quale esame fare, quale competenza imparare, quale professione sarà sicura, cosa devo fare per avere successo. Il problema è che forse la ricetta non esiste più.

Qui entra un’idea che trovo affascinante: quella dei “meme”. Prima che la parola indicasse immagini divertenti su Internet, Richard Dawkins la utilizzò per descrivere idee che si trasmettono da una mente all’altra. Le idee circolano, vengono imitate, competono, si modificano. Alcune scompaiono, altre diventano così diffuse che smettiamo persino di accorgerci che sono idee e iniziamo a considerarle semplicemente “la realtà”. “Devi trovare un posto fisso.” “Se ti laurei sei a posto.” “Un bravo studente prende voti alti.” “Una professione prestigiosa rende una persona di successo.” “Bisogna scegliere a vent’anni cosa fare per tutta la vita.” “Se lavori abbastanza, il futuro assomiglierà al passato.” Quante di queste idee avete realmente esaminato e quante le avete semplicemente ricevute dalla famiglia, dagli amici, dai social, dai professori o dalla generazione precedente?

Questo, per me, è uno dei compiti più importanti dell’università. Non riempirvi la testa di informazioni, ma insegnarvi a esaminare ciò che avete già dentro la testa. Perché credo questa cosa? Quali prove ho? Chi me l’ha insegnata? Era vera vent’anni fa? È ancora vera oggi? E soprattutto: voglio davvero costruire la mia vita intorno a questa idea? Una buona formazione universitaria dovrebbe rendervi meno dipendenti dalle risposte ricevute dagli altri e più capaci di formulare domande migliori.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale rende tutto questo ancora più urgente. Per secoli una parte importante del valore economico delle persone è derivata dal possedere informazioni e dal saper eseguire compiti cognitivi relativamente complessi: leggere, riassumere, tradurre, calcolare, scrivere, programmare, analizzare documenti, preparare presentazioni. Oggi una macchina può già fare una parte crescente di queste cose. Tra dieci anni non sappiamo esattamente dove sarà il confine. Proprio per questo sarebbe un errore enorme trascorrere l’università cercando soltanto di diventare molto efficienti nell’eseguire compiti che una macchina potrebbe presto svolgere meglio, più velocemente e a un costo inferiore.

La questione diventa allora più profonda. Quando alcune forme di intelligenza diventeranno abbondanti e relativamente economiche, che cosa avrà davvero valore? Forse sapere quali domande vale la pena porre. Forse distinguere ciò che è importante da ciò che è semplicemente urgente. Forse comprendere gli incentivi delle persone, creare fiducia, collaborare, assumersi responsabilità, esercitare giudizio, riconoscere l’incertezza e prendere decisioni senza nascondersi dietro una procedura. Forse sarà sempre più importante non soltanto sapere come ottenere qualcosa, ma capire se quella cosa vale la pena di essere ottenuta.

Ed è qui che economia e filosofia si incontrano. L’economia studia le scelte, ma prima delle scelte ci sono le preferenze, e prima ancora c’è una domanda che raramente compare nei nostri modelli: da dove vengono le cose che desideriamo? Le abbiamo scelte o le abbiamo imitate? Sono davvero importanti per noi oppure stiamo partecipando a una gigantesca competizione per ottenere ciò che qualcun altro ci ha insegnato a desiderare? Lavoro, denaro, status, follower, titoli, carriera, consumo: niente di tutto questo è necessariamente sbagliato. Ma una examined life richiede almeno di chiedersi perché lo vogliamo e quale prezzo siamo disposti a pagare per ottenerlo.

Questo è anche il motivo per cui essere studenti passivi oggi è particolarmente pericoloso. Aspettare le slide, studiare tre giorni prima dell’esame, imparare quello che serve per prendere un buon voto, dimenticarlo poco dopo e attendere che qualcun altro indichi il passo successivo è un modello di apprendimento fragile. Poteva forse essere compatibile con un mondo relativamente stabile, nel quale una buona parte delle competenze acquisite a vent’anni rimaneva utile per decenni. Nel mondo verso cui stiamo andando potrebbe diventare una strategia molto costosa. Dovrete imparare continuamente, cambiare strumenti, forse cambiare lavoro molte volte e probabilmente reinventare parti della vostra identità professionale. Dovrete collaborare con sistemi di intelligenza artificiale che oggi non esistono e prendere decisioni in presenza di tecnologie, istituzioni e problemi che nessun professore può insegnarvi completamente in anticipo.

Per questo il vostro vero obiettivo all’università non dovrebbe essere prepararvi soltanto per il primo lavoro. Dovrebbe essere prepararvi per il quinto, e forse per un lavoro che oggi non ha ancora un nome. Ma c’è qualcosa di ancora più importante: non preparatevi soltanto a essere utili al mercato del lavoro. Sarebbe una visione terribilmente povera dell’università. Preparatevi a essere persone capaci di decidere che cosa vale la pena fare quando il mondo vi offrirà possibilità che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.

Usate l’intelligenza artificiale. Imparate come funziona. Diventate molto bravi a lavorare con essa. Ma non consegnatele il compito più importante: decidere chi volete diventare. Il rischio più grande del futuro potrebbe non essere che le macchine pensino al posto nostro. Potrebbe essere che noi smettiamo di chiederci per che cosa vale la pena pensare. Forse questo è il senso più profondo di una vita esaminata: non avere tutte le risposte, ma rifiutarsi di vivere usando soltanto quelle ricevute dagli altri.