Quando la vittima diventa il potere

C’è un momento, in ogni discussione di coppia degna di questo nome, in cui la conversazione compie un piccolo miracolo di prestidigitazione morale.

Uno dice: “Quello che hai fatto mi ha ferito.” L’altro, con la prontezza di chi ha allenato il riflesso per anni senza saperlo, smette di rispondere ai fatti e comincia a rispondere al tono con cui i fatti sono stati esposti. Da questo momento in poi si discuterà a lungo — a volte per ore, a volte per anni, in certi matrimoni per generazioni — di tutto tranne che dell’unica cosa che aveva innescato la lite. È un trucco elegantissimo. Se lo facesse un prestigiatore, applaudiremmo.

Il bello, ed è qui che la faccenda smette di essere comica e comincia a essere interessante, è che quasi mai si tratta di un trucco consapevole. Chi lo esegue non sta mentendo. Sta facendo qualcosa di più raffinato e di più difficile da contestare: sta soffrendo sinceramente mentre evita sinceramente la domanda originaria. È come se qualcuno, sorpreso a rubare in un negozio, iniziasse a piangere per lo spavento della cattura, e il pianto fosse così vero da convincere anche il negoziante a scusarsi.

Non è cinismo, questo. È solo osservazione. L’essere umano non ha un bisogno particolarmente urgente di essere coerente. Ha un bisogno molto più urgente — direi quasi strutturale — di restare innocente, e per questo obiettivo è disposto a un livello di creatività narrativa che, applicato altrove, gli avrebbe fruttato una carriera letteraria.

Quando qualcuno ci comunica di avere sofferto per colpa nostra, arrivano in realtà due messaggi in un unico pacchetto, come quei corrieri che consegnano il regalo insieme alla fattura. Il primo dice: sto soffrendo. Il secondo, più defilato ma molto più rumoroso: sei stato tu. Il primo può generare empatia. Il secondo, quasi sempre, genera vergogna, e la vergogna — a differenza della colpa, che è un disturbo gestibile, quasi educato — è una crisi d’identità mascherata da rimprovero.

La colpa dice: ho fatto una cosa sbagliata. È una frase che si può pronunciare restando seduti composti.
La vergogna dice: c’è qualcosa di sbagliato in me. È una frase che fa alzare le persone dal tavolo, letteralmente o in senso figurato, e le manda a cercare la porta più vicina — qualunque porta, incluse quelle che portano dritte alla vittimizzazione di se stessi.

Ecco perché diventare la persona ferita è una delle mosse più remunerative del repertorio umano. La vittima gode di un privilegio diplomatico che nessun’altra carica prevede: non deve spiegarsi. Deve essere capita. Non risponde alle domande. Riceve rassicurazioni. È passata, con un movimento tanto rapido quanto invisibile, dall’essere oggetto di giudizio a essere il metro con cui si giudicano gli altri. Un tribunale che si nomina da solo giudice, senza passare dalle elezioni.

Ora: chi possiede questo strumento con maggiore, diciamo, disponibilità di magazzino? Qui bisogna procedere con più cautela di quanta ne dimostrino solitamente gli aforismi da bar, perché la tentazione di trasformare un’osservazione plausibile in una legge di natura è fortissima, ed è esattamente il tipo di scorciatoia che un saggio come questo dovrebbe evitare invece di praticare con entusiasmo.

Detto questo: un uomo dispone mediamente di un vantaggio nell’intimidazione fisica che non ha bisogno di essere esercitato per essere presente, un po’ come un esercito che non spara mai ma sta parcheggiato fuori dai confini con aria minacciosa. È potere, ed è un potere che chiunque riconosce come tale nell’istante in cui lo vede. La vulnerabilità gioca in un campionato diverso, con una regola che vale la pena scrivere in corsivo: non si presenta come potere. Si presenta come la sua totale assenza, il che la rende — paradossalmente — quasi impossibile da contestare senza sembrare, a propria volta, il cattivo della storia. Provate a dire a qualcuno “stai usando la tua sofferenza per evitare l’argomento” e osservate la rapidità con cui la stanza si schiera contro di voi, indipendentemente da quanto la vostra osservazione fosse, nei fatti, corretta.

Nietzsche, che di rovesciamenti morali capiva più di chiunque altro e li descriveva con l’entusiasmo di un entomologo davanti a uno scarafaggio particolarmente ben riuscito, l’avrebbe chiamata così: la trasformazione dell’impotenza in superiorità morale. Chi non può vincere con la forza vince ridefinendo la forza come colpa. Non è una teoria sulle donne. È una teoria su chiunque non abbia in mano l’arma più ovvia e debba, per necessità, affilarne una meno visibile.

L’intimità, va detto, è il terreno perfetto per questo genere di armamento, perché l’intimità è precisamente l’atto di consegnare all’altro una mappa dettagliata di dove colpirci. Conosciamo il punto in cui l’altro cede. La frase che lo fa sentire meschino. Il silenzio che lo manda fuori di testa. La domanda che lo umilia in tre secondi netti. E durante il conflitto — è quasi fisiologico, come tossire quando si respira polvere — la mano corre da sola verso l’arma che ha già funzionato in passato.

Chiamiamola, per correttezza, “leva”, non “manipolazione”: la parola manipolazione presume un’intenzione che raramente è così nitida, e usarla troppo presto significa aver già emesso il verdetto prima di aver ascoltato le prove.

Ogni volta che una leva funziona, però, si produce un piccolo, silenzioso curriculum. Chi la usa impara che funziona. Chi la subisce impara quale frase, quale argomento, quale verità semplicemente non può più permettersi di pronunciare. La volta dopo eviterà quella parola. Poi quel tono. Poi l’argomento intero. Da fuori, la coppia sembrerà più serena: meno litigi, più armonia, il tipo di cosa che gli amici commentano con ammirazione al matrimonio dell’amica in comune.

Non è pace. È deterrenza, e la differenza fra le due cose è probabilmente l’indicatore più affidabile — molto più della frequenza dei litigi — di come stia andando davvero una relazione. La pace nasce da un problema risolto. La deterrenza nasce da un argomento che uno dei due ha imparato, a proprie spese, a non sollevare mai più. Se doveste scommettere su quale delle due producesse più foto sorridenti sui social e quale producesse più desiderio residuo dopo dieci anni, io eviterei di scommettere sulla prima.

Perché è proprio qui, in questo silenzio ben educato, che il desiderio comincia a fare le valigie. Non per un principio astratto secondo cui “il desiderio ha bisogno di libertà” — frase che suona benissimo su un santino e non spiega assolutamente nulla. Concretamente: prima penso quello che voglio dire. Poi calcolo come reagirai. Infine scelgo in base a quel calcolo, non al pensiero originale. Ripetuto per un numero sufficiente di sere, questo processo mi trasforma da tuo compagno a tuo amministratore delegato, con l’unica differenza che nessuno mi paga lo stipendio. Si può continuare a voler bene a qualcuno che si amministra con cura maniacale. È molto più difficile desiderarlo.

E qui arriviamo al pezzo forte, quello che di solito viene saltato perché richiede di ammettere qualcosa di scomodo su noi stessi prima ancora che sull’altro: io possiedo una biografia. Tu possiedi una diagnosi.

Il mio comportamento ha un contesto, delle attenuanti, una sequenza di eventi documentata con la cura di un avvocato difensore che crede davvero nel proprio cliente. Il tuo comportamento ha un carattere. Sei fatto così. È quello il tuo problema, punto, prossima udienza.

Io sono un processo in divenire, plasmato da circostanze che qualunque giuria comprensiva riconoscerebbe come mitiganti. Tu sei una sostanza fissa che si limita, poveretto, a manifestarsi secondo natura. Non è disonestà calcolata. È semplicemente il modo più comodo, ed è per questo il più diffuso, con cui la mente distribuisce le responsabilità: tutte a me sotto forma di reazione comprensibile, tutte a te sotto forma di indole.

Ogni racconto di lite, del resto, comincia esattamente un istante prima dell’azione dell’altro, con la precisione cronometrica di chi ha allenato la memoria a servire i propri interessi.

Lei dice: ho alzato la voce perché ti eri chiuso.
Lui dice: mi sono chiuso perché mi avevi già giudicato.
Lei dice: ti avevo giudicato perché arrivavi tardi da settimane.
Lui dice: arrivo tardi perché a casa si respira un processo permanente, con tanto di pubblico ministero part-time.

Si potrebbe proseguire fino all’infanzia di entrambi, poi ai loro genitori, poi ai genitori dei genitori, come certi alberi genealogici costruiti apposta per non arrivare mai al presente. Non perché qualcuno menta. Perché la catena delle cause non ha un inizio naturale: ha solo il punto in cui qualcuno decide, con perfetto tempismo, di smettere di raccontare. E quel punto coincide, con una regolarità sospetta, con il primo errore dell’altro.

Prendiamo un caso concreto, perché gli aforismi senza esempi sono come le diete senza cibo: teoricamente ineccepibili, praticamente inutili. Marta scrive a Luca alle sette per chiedergli a che ora rientra. Lui non risponde fino alle nove. Quando arriva, lei è gelida. Lui chiede cosa sia successo. Lei dice: niente, con quel “niente” che ogni essere umano adulto sa significare esattamente il contrario. Lui insiste. Lei si chiude in bagno e piange.

Versione di lei: ho pianto perché due ore di silenzio mi hanno fatta sentire invisibile, e quando gliel’ho detto — con calma, sia chiaro — lui ha reagito con fastidio, come se il problema fossi io.
Versione di lui: sono uscito da una riunione che non potevo abbandonare, sono tornato a casa già distrutto, e invece di un “ciao” ho trovato un muro con targhetta a mio nome. Ho chiesto cosa fosse successo nel modo più gentile che avevo in dotazione, e mi sono ritrovato accusato di un crimine di cui non conoscevo nemmeno i capi d’imputazione.

Nessuna delle due versioni è falsa. Sono semplicemente ritagliate in due punti diversi della stessa pellicola: ciascuna abbastanza indietro da includere la colpa dell’altro, abbastanza avanti da escludere elegantemente la propria. È un montaggio impeccabile. Peccato che il film, alla fine, non racconti quasi nulla di ciò che è successo davvero.

Il pianto di Marta, tra l’altro, non è solo uno stato d’animo privato che accade a lasciare tracce sul cuscino. È un segnale, e i segnali — è la loro funzione biologica prima ancora che morale — modificano il comportamento di chi li osserva. Lo stesso vale per il silenzio di Luca. Questo non significa che il pianto sia finto. Significa che l’autenticità e l’efficacia strategica non si escludono affatto: anzi, funzionano meglio insieme, un po’ come i migliori bugiardi sono quelli che hanno smesso di sapere di mentire.

Dostoevskij, che di uomini attaccati alla propria sofferenza come a un titolo nobiliare ne conosceva parecchi, avendone scritto uno che li batte tutti, l’aveva capito prima di chiunque altro: il suo uomo del sottosuolo non cerca di avere ragione sui fatti. Cerca di restare quello che soffre, perché quel ruolo, per quanto scomodo, è più sopportabile del vuoto d’identità che la sua rinuncia lascerebbe dietro di sé. Meglio un dolore con targa che un’incertezza senza indirizzo.

A questo punto, e non prima — perché arrivarci prima significa emettere sentenze senza aver letto il fascicolo — vale la domanda che conta davvero: quando la normale, inevitabile, persino salutare regolazione reciproca che esiste in ogni coppia diventa coercizione?

La risposta più onesta che riesco a formulare è questa: quando il costo emotivo imposto all’altro rende sistematicamente impraticabili certe sue opinioni, certe sue accuse, certe sue verità. Non quando l’altro soffre per ciò che facciamo — questo è semplicemente il prezzo d’ingresso di ogni relazione seria. Ma quando quel dolore diventa una tassa che uno solo dei due paga sempre, e l’altro non versa mai, senza che questo venga letto, guarda caso, come l’ennesima prova della propria crudeltà.

Chiamiamo questa condizione, per darle un nome che meriti di essere ricordato più di “dinamica tossica” — espressione ormai talmente abusata da avere il fascino di un elenco telefonico —, il monopolio dell’innocenza: un sistema in cui gli errori di uno sono sempre cause, e quelli dell’altro sono sempre reazioni. “Ho urlato perché mi hai provocato” e “ti ho provocato perché eri freddo” possiedono, se le si guarda da vicino, esattamente la stessa grammatica morale. Nessuna delle due è falsa. Il problema comincia quando soltanto una delle due può essere pronunciata senza venire immediatamente rovesciata contro chi l’ha detta, come un boomerang particolarmente ben allenato.

La maturità relazionale, a questo punto, smette di somigliare a quel repertorio di parole rassicuranti che oggi si scambiano come figurine — “comunicazione”, “confini”, “validazione” — e comincia a somigliare a qualcosa di molto più scomodo da mettere in pratica: mantenere la propria agency anche quando esistono cause esterne reali, documentabili, persino ragionevoli. Riconoscere che tu mi hai effettivamente provocato, e che io, ciò nonostante, ho scelto come rispondere. Le due cose, contrariamente a quanto ci farebbe comodo credere, non si annullano a vicenda.

Fin dove bisogna risalire, allora, lungo la catena delle cause, prima che nessuno sia più responsabile di niente?

Non esiste una regola generale, e diffidate di chiunque ve ne offra una in tre punti con emoji. Esiste solo un’intuizione, ed è la più scomoda di tutte, quella che nessun podcast di auto-aiuto vi dirà mai per intero: capire perfettamente perché abbiamo fatto qualcosa non ci rende innocenti di averla fatta. Possiamo risalire fino all’infanzia, fino ai nostri genitori, fino ai genitori dei nostri genitori, con la meticolosità di un genealogista pagato a cottimo. La spiegazione, per quanto completa, si ferma sempre un passo prima dell’unica domanda che conta davvero, quella che nessuna biografia, per quanto dettagliata, riesce a rispondere al posto nostro: e allora, questa volta, che cosa ho scelto di fare io?

Preferenze e giustizia sociale

Le nostre preferenze sono davvero “nostre”?

Ci piace pensare che le differenze tra le persone dipendano, almeno in parte, da chi siamo. C’è chi è più paziente e chi vuole tutto subito. Chi ama il rischio e chi lo evita. Chi è più generoso, chi più competitivo, chi attribuisce maggiore importanza all’uguaglianza e chi all’efficienza. Queste differenze contano. Possono influenzare quanto studiamo, quanto risparmiamo, il lavoro che scegliamo, se diventiamo imprenditori, come investiamo, quanto ci prendiamo cura della nostra salute e perfino come ci comportiamo con gli altri. Per un economista, quindi, studiare le preferenze individuali è un modo potente per capire perché persone diverse, davanti a situazioni simili, prendano decisioni diverse.

Ma c’è una domanda precedente, e forse ancora più interessante: da dove vengono quelle preferenze?

Immaginiamo due bambini. Uno cresce in una famiglia economicamente sicura. Può provare attività diverse, sbagliare senza conseguenze troppo gravi, viaggiare, conoscere persone differenti, aspettare una ricompensa futura senza preoccuparsi troppo del presente. L’altro cresce in un ambiente nel quale le risorse sono scarse, gli imprevisti frequenti e le possibilità di scelta molto più limitate. Anni dopo potremmo scoprire che il primo è più paziente, più disposto ad affrontare alcuni rischi o più fiducioso negli altri. E potremmo dire: “Hanno preferenze diverse”. Vero. Ma la storia non finisce lì. Quelle preferenze potrebbero essere, almeno in parte, il risultato delle diverse esperienze che hanno avuto.

La ricerca economica offre sempre più esempi di questo tipo. Esperienze educative possono aumentare la pazienza dei bambini. Relazioni con adulti di riferimento possono modificare comportamenti prosociali. Crisi economiche, catastrofi naturali e altre esperienze importanti possono lasciare tracce durature nel modo in cui le persone percepiscono e accettano il rischio. Questo significa che una preferenza può essere molto stabile senza essere necessariamente innata. Può essere stabile proprio perché una lunga storia di esperienze l’ha resa tale.

Ed è qui che la questione diventa particolarmente interessante. Perché, crescendo, non siamo soltanto esposti alle esperienze: iniziamo anche a sceglierle. Una persona più propensa al rischio può scegliere di fare l’imprenditore. L’esperienza imprenditoriale può poi modificarne ulteriormente il rapporto con il rischio. Una persona più paziente può investire maggiormente nell’istruzione. Questo le apre nuove opportunità, nuovi ambienti sociali e nuove esperienze che possono rafforzare ulteriormente il suo orientamento verso il futuro. Le preferenze influenzano le scelte. Ma le scelte influenzano le esperienze. E le esperienze possono, a loro volta, modificare le preferenze. Si crea così un circolo: circostanze → esperienze → preferenze → scelte → nuove esperienze → nuove preferenze.

Questa idea complica molto una distinzione che utilizziamo spesso quando parliamo di disuguaglianza: quella tra circostanze e responsabilità personale. Siamo generalmente inclini a considerare ingiuste le differenze dovute a condizioni che una persona non ha scelto: la famiglia in cui nasce, il luogo di nascita, le opportunità educative disponibili. Siamo invece più disposti ad accettare differenze che derivano dalle sue scelte.

Ma cosa succede quando le scelte dipendono da preferenze che sono state, a loro volta, influenzate dalle circostanze? Supponiamo che due persone decidano diversamente quanto investire nella propria istruzione. Una è molto orientata verso il futuro. L’altra attribuisce molto più peso al presente. Possiamo certamente dire che hanno fatto scelte diverse. Ma se la loro diversa capacità di aspettare una ricompensa futura è stata parzialmente prodotta dalle condizioni nelle quali sono cresciute, diventa molto più difficile stabilire dove finiscono le circostanze e dove comincia la responsabilità individuale.

Questo non significa che le persone non abbiano responsabilità. E non significa nemmeno che tutte le preferenze siano determinate dall’ambiente. Significa qualcosa di più semplice e, credo, più importante: circostanze e scelte non sono due mondi separati. La nostra capacità di scegliere si costruisce nel tempo. Le opportunità che abbiamo oggi dipendono in parte dalle scelte fatte ieri. Ma le scelte di ieri dipendevano dalle opportunità, dalle esperienze e dalle preferenze che avevamo allora.

Per questo la domanda più interessante non è soltanto: “Perché persone diverse fanno scelte diverse?” Dovremmo chiederci anche: “Perché sono diventate persone che desiderano cose diverse?” Questa domanda cambia anche il modo in cui possiamo pensare alla giustizia sociale.

Una società giusta non dovrebbe avere l’obiettivo di rendere tutti uguali, né di produrre persone con le stesse preferenze. L’eterogeneità è parte della libertà. Ma forse l’uguaglianza delle opportunità dovrebbe significare qualcosa di più del semplice mettere due persone davanti alla stessa porta aperta. Dovremmo preoccuparci anche delle opportunità che hanno avuto, nel corso della vita, di conoscere porte diverse, di attraversarle, di tornare indietro, di sbagliare e di cambiare idea. In altre parole, non conta soltanto avere la libertà di scegliere. Conta anche avere avuto una possibilità sufficientemente equa di diventare la persona che effettua quella scelta.

Democrazia, mercato e scienza

Il nuovo libro di Daron Acemoglu, What Happened to Liberal Democracy?, parte da una domanda politica, ma contiene un’idea ancora più profonda.

Una società libera funziona solo se prende sul serio un fatto fondamentale: siamo fallibili e la conoscenza è dispersa. Nessuno possiede tutte le informazioni necessarie per decidere per gli altri. Per questo servono sperimentazione, discussione aperta, possibilità di dissentire e meccanismi capaci di mettere insieme conoscenze distribuite. Sono elementi centrali della concezione del liberalismo proposta da Acemoglu. (Financial Times)

Questa idea si collega a una convinzione che trovo sempre più importante.

Gran parte dello straordinario salto di benessere delle società moderne può essere interpretato come il risultato di tre grandi invenzioni istituzionali: scienza, democrazia e mercato.

A prima vista fanno cose completamente diverse. Ma hanno una caratteristica profonda in comune: sono tre modi di affrontare lo stesso problema, quello della conoscenza dispersa.

La scienza aggrega conoscenza su come funziona il mondo. Osservazioni ed esperimenti sono prodotti localmente, messi in comune, sottoposti a controllo empirico e critica, replicati quando possibile e continuamente corretti. La sua forza non deriva dall’infallibilità degli scienziati, ma esattamente dal contrario: dall’aver costruito istituzioni che assumono che ciascuno di noi possa sbagliare.

La democrazia mette in comune informazioni diverse: preferenze, bisogni, conoscenze locali e giudizi sulla performance di chi governa. Rappresentanza, competizione politica, libertà di espressione ed elezioni creano feedback. Non garantiscono decisioni corrette, ma rendono possibile sostituire chi sbaglia e correggere una politica senza dover presumere l’esistenza di un decisore onnisciente. L’idea della democrazia come meccanismo di aggregazione di conoscenza distribuita ha una lunga tradizione nella teoria della “epistemic democracy”. (Cambridge)

Il mercato affronta un terzo tipo di conoscenza dispersa: scarsità, costi, opportunità e valutazioni individuali. Prezzi, profitti e perdite permettono di coordinare milioni di decisioni senza che nessuna autorità centrale debba conoscere tutte le circostanze locali. È il problema reso celebre da Hayek: utilizzare una conoscenza che nessun singolo individuo possiede integralmente. (Associazione Economica Americana)

Scienza, democrazia e mercato sono quindi tre tecnologie sociali molto diverse, ma condividono una stessa architettura: decentralizzazione, sperimentazione, feedback e correzione degli errori.

Ed è qui che il ragionamento si incontra con Acemoglu.

La sua tesi è che la democrazia liberale abbia funzionato meglio quando è riuscita a combinare autogoverno, libera ricerca della conoscenza e prosperità condivisa. È entrata in crisi quando questa promessa si è indebolita: deindustrializzazione e tecnologie digitali hanno modificato la distribuzione dei benefici della crescita, una parte della working class ha perso peso economico e politico e le élite altamente istruite sono diventate sempre più separate dal resto della società. La risposta di Acemoglu è quello che chiama “working-class liberalism”: ricostruire prosperità condivisa, good jobs, comunità e partecipazione senza rinunciare alle libertà fondamentali e al pluralismo. (Penguin Random House)

Vista da questa prospettiva, la crisi della democrazia liberale non è soltanto una crisi di valori. È anche una crisi dei meccanismi di feedback.

Quando il sistema politico smette di ascoltare parti consistenti della popolazione, perde informazione.

Quando concentrazioni di potere economico riducono concorrenza e sperimentazione, il mercato perde informazione.

Quando conformismo, incentivi sbagliati o chiusura al dissenso prevalgono sulla critica, anche la scienza perde capacità di correggersi.

Nessuno dei tre sistemi è automaticamente efficiente. Proprio perché sono costruzioni istituzionali, possono produrre errori, cattura, polarizzazione, monopoli, esternalità, conformismo e cattiva informazione.

Questo è il punto che trovo più interessante.

Difendere scienza, democrazia e mercato in modo ideologico serve relativamente poco. Bisogna capire quali condizioni permettono loro di funzionare bene, quali incentivi ne distorcono il funzionamento e quali istituzioni preservano diversità, sperimentazione, feedback e capacità di correzione.

L’intelligenza artificiale rende la questione ancora più urgente. Acemoglu e coautori hanno recentemente mostrato teoricamente come un’AI capace di fornire risposte sempre migliori possa, paradossalmente, ridurre gli incentivi degli esseri umani ad acquisire e condividere conoscenza, impoverendo nel lungo periodo lo stock di conoscenza collettiva. (MIT Stone Center)

Come scienziati, quindi, il nostro compito è duplice: comprendere questi meccanismi – inclusi i loro failure modes – e contribuire a disegnare istituzioni e incentivi che li facciano funzionare meglio.

Forse il grande vantaggio istituzionale della modernità non è stato trovare persone che sapessero abbastanza da governare sistemi sempre più complessi.

È stato inventare sistemi che permettono alla società di sapere più di quanto possa sapere qualunque singolo individuo.

Il progresso comincia dal riconoscimento che nessuno è onnisciente.
E continua solo se costruiamo istituzioni capaci di scoprire e correggere i propri errori.

Democrazia, mercato e scienza

Il nuovo libro di Daron Acemoglu, What Happened to Liberal Democracy?, parte da una domanda politica, ma contiene un’idea ancora più profonda.

Una società libera funziona solo se prende sul serio un fatto fondamentale: siamo fallibili e la conoscenza è dispersa. Nessuno possiede tutte le informazioni necessarie per decidere per gli altri. Per questo servono sperimentazione, discussione aperta, possibilità di dissentire e meccanismi capaci di mettere insieme conoscenze distribuite. Sono elementi centrali della concezione del liberalismo proposta da Acemoglu. (Financial Times)

Questa idea si collega a una convinzione che trovo sempre più importante.

Gran parte dello straordinario salto di benessere delle società moderne può essere interpretato come il risultato di tre grandi invenzioni istituzionali: scienza, democrazia e mercato.

A prima vista fanno cose completamente diverse. Ma hanno una caratteristica profonda in comune: sono tre modi di affrontare lo stesso problema, quello della conoscenza dispersa.

La scienza aggrega conoscenza su come funziona il mondo. Osservazioni ed esperimenti sono prodotti localmente, messi in comune, sottoposti a controllo empirico e critica, replicati quando possibile e continuamente corretti. La sua forza non deriva dall’infallibilità degli scienziati, ma esattamente dal contrario: dall’aver costruito istituzioni che assumono che ciascuno di noi possa sbagliare.

La democrazia mette in comune informazioni diverse: preferenze, bisogni, conoscenze locali e giudizi sulla performance di chi governa. Rappresentanza, competizione politica, libertà di espressione ed elezioni creano feedback. Non garantiscono decisioni corrette, ma rendono possibile sostituire chi sbaglia e correggere una politica senza dover presumere l’esistenza di un decisore onnisciente. L’idea della democrazia come meccanismo di aggregazione di conoscenza distribuita ha una lunga tradizione nella teoria della “epistemic democracy”. (Cambridge)

Il mercato affronta un terzo tipo di conoscenza dispersa: scarsità, costi, opportunità e valutazioni individuali. Prezzi, profitti e perdite permettono di coordinare milioni di decisioni senza che nessuna autorità centrale debba conoscere tutte le circostanze locali. È il problema reso celebre da Hayek: utilizzare una conoscenza che nessun singolo individuo possiede integralmente. (Associazione Economica Americana)

Scienza, democrazia e mercato sono quindi tre tecnologie sociali molto diverse, ma condividono una stessa architettura: decentralizzazione, sperimentazione, feedback e correzione degli errori.

Ed è qui che il ragionamento si incontra con Acemoglu.

La sua tesi è che la democrazia liberale abbia funzionato meglio quando è riuscita a combinare autogoverno, libera ricerca della conoscenza e prosperità condivisa. È entrata in crisi quando questa promessa si è indebolita: deindustrializzazione e tecnologie digitali hanno modificato la distribuzione dei benefici della crescita, una parte della working class ha perso peso economico e politico e le élite altamente istruite sono diventate sempre più separate dal resto della società. La risposta di Acemoglu è quello che chiama “working-class liberalism”: ricostruire prosperità condivisa, good jobs, comunità e partecipazione senza rinunciare alle libertà fondamentali e al pluralismo. (Penguin Random House)

Vista da questa prospettiva, la crisi della democrazia liberale non è soltanto una crisi di valori. È anche una crisi dei meccanismi di feedback.

Quando il sistema politico smette di ascoltare parti consistenti della popolazione, perde informazione.

Quando concentrazioni di potere economico riducono concorrenza e sperimentazione, il mercato perde informazione.

Quando conformismo, incentivi sbagliati o chiusura al dissenso prevalgono sulla critica, anche la scienza perde capacità di correggersi.

Nessuno dei tre sistemi è automaticamente efficiente. Proprio perché sono costruzioni istituzionali, possono produrre errori, cattura, polarizzazione, monopoli, esternalità, conformismo e cattiva informazione.

Questo è il punto che trovo più interessante.

Difendere scienza, democrazia e mercato in modo ideologico serve relativamente poco. Bisogna capire quali condizioni permettono loro di funzionare bene, quali incentivi ne distorcono il funzionamento e quali istituzioni preservano diversità, sperimentazione, feedback e capacità di correzione.

L’intelligenza artificiale rende la questione ancora più urgente. Acemoglu e coautori hanno recentemente mostrato teoricamente come un’AI capace di fornire risposte sempre migliori possa, paradossalmente, ridurre gli incentivi degli esseri umani ad acquisire e condividere conoscenza, impoverendo nel lungo periodo lo stock di conoscenza collettiva. (MIT Stone Center)

Come scienziati, quindi, il nostro compito è duplice: comprendere questi meccanismi – inclusi i loro failure modes – e contribuire a disegnare istituzioni e incentivi che li facciano funzionare meglio.

Forse il grande vantaggio istituzionale della modernità non è stato trovare persone che sapessero abbastanza da governare sistemi sempre più complessi.

È stato inventare sistemi che permettono alla società di sapere più di quanto possa sapere qualunque singolo individuo.

Il progresso comincia dal riconoscimento che nessuno è onnisciente.
E continua solo se costruiamo istituzioni capaci di scoprire e correggere i propri errori.

Democrazia, mercato e scienza

Il nuovo libro di Daron Acemoglu, What Happened to Liberal Democracy?, parte da una domanda politica, ma contiene un’idea ancora più profonda.

Una società libera funziona solo se prende sul serio un fatto fondamentale: siamo fallibili e la conoscenza è dispersa. Nessuno possiede tutte le informazioni necessarie per decidere per gli altri. Per questo servono sperimentazione, discussione aperta, possibilità di dissentire e meccanismi capaci di mettere insieme conoscenze distribuite. Sono elementi centrali della concezione del liberalismo proposta da Acemoglu. (Financial Times)

Questa idea si collega a una convinzione che trovo sempre più importante.

Gran parte dello straordinario salto di benessere delle società moderne può essere interpretato come il risultato di tre grandi invenzioni istituzionali: scienza, democrazia e mercato.

A prima vista fanno cose completamente diverse. Ma hanno una caratteristica profonda in comune: sono tre modi di affrontare lo stesso problema, quello della conoscenza dispersa.

La scienza aggrega conoscenza su come funziona il mondo. Osservazioni ed esperimenti sono prodotti localmente, messi in comune, sottoposti a controllo empirico e critica, replicati quando possibile e continuamente corretti. La sua forza non deriva dall’infallibilità degli scienziati, ma esattamente dal contrario: dall’aver costruito istituzioni che assumono che ciascuno di noi possa sbagliare.

La democrazia mette in comune informazioni diverse: preferenze, bisogni, conoscenze locali e giudizi sulla performance di chi governa. Rappresentanza, competizione politica, libertà di espressione ed elezioni creano feedback. Non garantiscono decisioni corrette, ma rendono possibile sostituire chi sbaglia e correggere una politica senza dover presumere l’esistenza di un decisore onnisciente. L’idea della democrazia come meccanismo di aggregazione di conoscenza distribuita ha una lunga tradizione nella teoria della “epistemic democracy”. (Cambridge)

Il mercato affronta un terzo tipo di conoscenza dispersa: scarsità, costi, opportunità e valutazioni individuali. Prezzi, profitti e perdite permettono di coordinare milioni di decisioni senza che nessuna autorità centrale debba conoscere tutte le circostanze locali. È il problema reso celebre da Hayek: utilizzare una conoscenza che nessun singolo individuo possiede integralmente. (Associazione Economica Americana)

Scienza, democrazia e mercato sono quindi tre tecnologie sociali molto diverse, ma condividono una stessa architettura: decentralizzazione, sperimentazione, feedback e correzione degli errori.

Ed è qui che il ragionamento si incontra con Acemoglu.

La sua tesi è che la democrazia liberale abbia funzionato meglio quando è riuscita a combinare autogoverno, libera ricerca della conoscenza e prosperità condivisa. È entrata in crisi quando questa promessa si è indebolita: deindustrializzazione e tecnologie digitali hanno modificato la distribuzione dei benefici della crescita, una parte della working class ha perso peso economico e politico e le élite altamente istruite sono diventate sempre più separate dal resto della società. La risposta di Acemoglu è quello che chiama “working-class liberalism”: ricostruire prosperità condivisa, good jobs, comunità e partecipazione senza rinunciare alle libertà fondamentali e al pluralismo. (Penguin Random House)

Vista da questa prospettiva, la crisi della democrazia liberale non è soltanto una crisi di valori. È anche una crisi dei meccanismi di feedback.

Quando il sistema politico smette di ascoltare parti consistenti della popolazione, perde informazione.

Quando concentrazioni di potere economico riducono concorrenza e sperimentazione, il mercato perde informazione.

Quando conformismo, incentivi sbagliati o chiusura al dissenso prevalgono sulla critica, anche la scienza perde capacità di correggersi.

Nessuno dei tre sistemi è automaticamente efficiente. Proprio perché sono costruzioni istituzionali, possono produrre errori, cattura, polarizzazione, monopoli, esternalità, conformismo e cattiva informazione.

Questo è il punto che trovo più interessante.

Difendere scienza, democrazia e mercato in modo ideologico serve relativamente poco. Bisogna capire quali condizioni permettono loro di funzionare bene, quali incentivi ne distorcono il funzionamento e quali istituzioni preservano diversità, sperimentazione, feedback e capacità di correzione.

L’intelligenza artificiale rende la questione ancora più urgente. Acemoglu e coautori hanno recentemente mostrato teoricamente come un’AI capace di fornire risposte sempre migliori possa, paradossalmente, ridurre gli incentivi degli esseri umani ad acquisire e condividere conoscenza, impoverendo nel lungo periodo lo stock di conoscenza collettiva. (MIT Stone Center)

Come scienziati, quindi, il nostro compito è duplice: comprendere questi meccanismi – inclusi i loro failure modes – e contribuire a disegnare istituzioni e incentivi che li facciano funzionare meglio.

Forse il grande vantaggio istituzionale della modernità non è stato trovare persone che sapessero abbastanza da governare sistemi sempre più complessi.

È stato inventare sistemi che permettono alla società di sapere più di quanto possa sapere qualunque singolo individuo.

Il progresso comincia dal riconoscimento che nessuno è onnisciente.
E continua solo se costruiamo istituzioni capaci di scoprire e correggere i propri errori.