Diseguaglianza

Negli ultimi anni la disuguaglianza è tornata al centro del dibattito pubblico. Si parla della ricchezza dei miliardari, dell’aumento dei prezzi delle case, dei salari che crescono poco, delle eredità e della distanza tra chi si trova nella parte alta e chi nella parte bassa della distribuzione. Ma quando discutiamo di disuguaglianza tendiamo quasi sempre a guardare soltanto al presente. La storia economica permette invece di cambiare prospettiva e di porre una domanda più interessante: quanto è eccezionale la disuguaglianza che osserviamo oggi rispetto a quella delle società del passato? La risposta è meno semplice di quanto sembri, perché prima di confrontare epoche diverse dobbiamo chiarire che cosa stiamo misurando. Reddito e ricchezza, per esempio, vengono continuamente confusi, ma sono grandezze diverse. Il reddito è un flusso: ciò che una persona riceve durante un certo periodo sotto forma di salario, reddito da lavoro autonomo, pensione, interessi, dividendi o affitti. La ricchezza è invece uno stock: il valore di ciò che una persona possiede in un determinato momento, come immobili e attività finanziarie, al netto dei debiti. Un giovane calciatore che guadagna 200.000 euro all’anno ma non possiede ancora praticamente nulla può trovarsi molto in alto nella distribuzione dei redditi e relativamente in basso in quella della ricchezza; un pensionato con un reddito modesto che abbia ereditato un appartamento di grande valore può trovarsi nella situazione opposta. Anche il frequente confronto tra il patrimonio di un miliardario e il PIL di un piccolo paese deve quindi essere interpretato con prudenza: il primo è uno stock, il secondo è un flusso annuale.

Una seconda difficoltà riguarda il modo in cui misuriamo la disuguaglianza. Uno degli strumenti più utilizzati è il coefficiente di Gini, dal nome dello statistico italiano Corrado Gini. Nella sua formulazione standard varia tra zero e uno: zero indica perfetta uguaglianza, mentre valori più elevati indicano una distribuzione sempre più concentrata. Il Gini è estremamente utile, ma misura una cosa molto precisa: la disuguaglianza relativa. Non misura quanto una società sia ricca. Due società possono quindi avere lo stesso Gini e condizioni materiali completamente differenti. Se nella prima il reddito medio è appena superiore a quello necessario per sopravvivere e nella seconda è decine di volte superiore, il grado relativo di disuguaglianza può essere identico, ma la condizione di chi si trova nella parte bassa della distribuzione è radicalmente diversa. È proprio questo problema che rende particolarmente interessante un contributo di Branko Milanovic e, successivamente, di Milanovic, Peter Lindert e Jeffrey Williamson: il concetto di inequality possibility frontier, cioè la frontiera della disuguaglianza possibile. L’idea è semplice. In una società estremamente povera quasi tutto il reddito serve a mantenere in vita la popolazione. Se la maggior parte delle persone deve ricevere almeno un minimo di sussistenza, l’élite non può appropriarsi di una quota arbitrariamente elevata del reddito totale, perché sotto quel minimo le persone semplicemente non sopravviverebbero. Quando invece il reddito medio aumenta, cresce il surplus disponibile sopra la sussistenza e aumenta quindi anche la disuguaglianza teoricamente possibile. Una società più ricca, paradossalmente, può permettersi di essere molto più diseguale di una società poverissima.

Da questa intuizione deriva un concetto ancora più interessante, l’inequality extraction ratio: il rapporto tra la disuguaglianza effettivamente osservata e quella massima teoricamente possibile dato il livello di reddito della società. La domanda non è più soltanto “quanto era diseguale questa società?”, ma “quanta parte del surplus disponibile veniva effettivamente appropriata dalle élite?”. Applicando questo approccio a società come Roma antica, Bisanzio, l’Inghilterra medievale e moderna e diverse economie coloniali, gli autori mostrano che alcune società del passato si trovavano relativamente vicine alla loro frontiera di massima disuguaglianza possibile. Questo non significa che il loro coefficiente di Gini fosse sempre più alto di quello delle società contemporanee. È un punto importante, perché dire semplicemente che “nel passato c’era più disuguaglianza” sarebbe troppo grossolano. Il risultato più interessante è un altro: in una società molto povera anche una disuguaglianza apparentemente moderata poteva significare che una quota enorme del piccolo surplus disponibile sopra la sussistenza era concentrata nelle mani di una minoranza. In altre parole, lo stesso valore del Gini può avere implicazioni sociali molto diverse a seconda di quanto è ricca la società a cui viene applicato.

Questo porta a una distinzione essenziale tra disuguaglianza e povertà. Una società può diventare più diseguale mentre i redditi di quasi tutti aumentano, oppure può diventare più eguale perché i redditi più elevati diminuiscono senza che quelli dei poveri migliorino. Un indice distributivo, da solo, non permette di distinguere questi casi. Conta come viene divisa la torta, ma conta anche quanto è grande la torta. Per gran parte della storia umana il problema fondamentale non era soltanto che le risorse fossero distribuite in modo diseguale: era che le risorse disponibili erano molto scarse. Nelle economie preindustriali una parte enorme della popolazione viveva relativamente vicina alla sussistenza, e una cattiva annata agricola, una variazione del prezzo dei cereali o una malattia potevano avere conseguenze devastanti. La crescita economica moderna non ha eliminato la disuguaglianza, ma ha aumentato enormemente il livello medio delle risorse disponibili. Per questo confrontare esclusivamente la forma della distribuzione senza considerare il livello assoluto dei redditi rischia di farci perdere una parte essenziale della storia.

C’è inoltre un’altra differenza tra passato e presente. Nelle società preindustriali la disuguaglianza economica era spesso accompagnata da disuguaglianze giuridiche e sociali istituzionalizzate: schiavitù, servitù, privilegi ereditari, società divise in ordini e sistemi di caste. In questi contesti la posizione economica di una persona dipendeva molto più rigidamente dalla nascita e dallo status giuridico. Il coefficiente di Gini non misura nulla di tutto questo: non misura la libertà personale, i diritti politici, la mobilità sociale o l’uguaglianza davanti alla legge. Anche da questo punto di vista, quindi, due società con lo stesso Gini possono essere profondamente diverse.

La rivoluzione industriale modifica ancora il quadro. Tra Ottocento e Novecento alcune economie, inizialmente soprattutto nell’Europa nord-occidentale e successivamente in Nord America e in altre regioni, iniziano a crescere molto più rapidamente di altre. È la cosiddetta Great Divergence. Una parte crescente della disuguaglianza mondiale non dipende più soltanto dalle differenze tra ricchi e poveri all’interno dello stesso paese, ma dalle enormi differenze di reddito medio tra paesi. Questo porta a distinguere due componenti della disuguaglianza globale: quella within-country, cioè all’interno dei singoli paesi, e quella between-country, cioè tra paesi diversi. Durante una parte importante del Novecento il luogo in cui una persona viveva era fortemente associato alla sua posizione nella distribuzione mondiale dei redditi. Non significa che il reddito individuale fosse determinato dalla nazionalità, ma che vivere in un’economia ad alta produttività rappresentava un enorme vantaggio rispetto al vivere in una società molto povera. Da qui nasce anche una domanda normativa interessante: perché dovremmo preoccuparci molto della distanza economica tra due persone nate entro gli stessi confini nazionali e molto meno della distanza, magari assai maggiore, tra due persone separate da una frontiera? L’economia non può rispondere da sola, ma può almeno rendere visibile il problema.

Negli ultimi decenni il quadro globale è cambiato ancora. La rapida crescita di grandi economie asiatiche, soprattutto della Cina, ha ridotto una parte delle enormi differenze internazionali create durante la Great Divergence. Le ricostruzioni più recenti mostrano che, a partire circa dagli anni Ottanta, la componente della disuguaglianza mondiale dovuta alle differenze tra paesi è diminuita sensibilmente. Nello stesso periodo, però, in molti paesi è aumentata la disuguaglianza interna. Le due cose possono avvenire contemporaneamente: la distanza tra ricchi e poveri all’interno di un paese può aumentare mentre la distanza media tra gli abitanti di paesi diversi diminuisce. Per questo affermazioni come “la globalizzazione ha aumentato la disuguaglianza” o “la globalizzazione l’ha ridotta” sono troppo vaghe. Dipende da quale disuguaglianza stiamo osservando. Inoltre sarebbe eccessivo attribuire causalmente tutta la convergenza internazionale alla sola globalizzazione: la crescita di Cina, India e altre economie asiatiche è stata il risultato di apertura commerciale, industrializzazione, accumulazione di capitale, urbanizzazione, istruzione, riforme interne e trasformazioni istituzionali.

Lo stesso vale per la povertà. Negli ultimi decenni la povertà estrema mondiale è diminuita in misura straordinaria. Con l’attuale soglia internazionale della World Bank, fissata a 3 dollari al giorno in dollari internazionali 2021, tra il 1990 e il 2022 circa un miliardo e mezzo di persone sono uscite dalla povertà estrema. Questo non significa che il problema sia risolto: centinaia di milioni di persone rimangono sotto quella soglia e negli anni più recenti il progresso si è fortemente rallentato. Ma dal punto di vista storico il cambiamento resta enorme. E qui appare chiaramente la differenza tra povertà e disuguaglianza. È perfettamente possibile che la concentrazione dei redditi aumenti in un paese e che contemporaneamente milioni di persone escano dalla povertà. Se osserviamo soltanto una delle due dimensioni, perdiamo una parte della storia.

Quando passiamo dal reddito alla ricchezza, il quadro cambia ulteriormente. La ricchezza è generalmente molto più concentrata del reddito perché si accumula nel tempo, può essere ereditata, genera rendimenti e dipende fortemente dall’età, dal debito e dal valore degli immobili e delle attività finanziarie. Una giovane professionista può avere un reddito elevato ma poca ricchezza netta perché ha un grande mutuo; una persona anziana può avere una pensione modesta ma possedere una casa di grande valore senza debiti. Per questo le classifiche della ricchezza mondiale possono produrre risultati molto diversi da quelle basate sul reddito. E proprio l’housing, cioè la ricchezza immobiliare, introduce una questione particolarmente importante nel dibattito contemporaneo. Se una casa che valeva 300.000 euro arriva a valerne 600.000, il patrimonio del proprietario aumenta di 300.000 euro, ma l’economia non dispone di una casa in più. È aumentato il prezzo di un’attività esistente. Gli studi di Katharina Knoll, Moritz Schularick e Thomas Steger mostrano che nei paesi avanzati il forte aumento dei prezzi reali delle abitazioni nel secondo dopoguerra è stato determinato in larga misura dall’aumento del valore della terra, più che dall’aumento dei costi di costruzione. Questo è rilevante perché una parte dell’aumento della ricchezza privata può riflettere la rivalutazione di asset esistenti piuttosto che la creazione di nuovo capitale produttivo.

È qui che il dibattito incontra Thomas Piketty. Uno dei risultati più famosi di Capital in the Twenty-First Century è sintetizzato nella formula r > g, dove r indica il rendimento del capitale e g il tasso di crescita dell’economia. L’intuizione è che, quando i patrimoni generano rendimenti superiori alla crescita del reddito complessivo, possono emergere forze che favoriscono la persistenza e la concentrazione della ricchezza. Ma questa relazione non implica automaticamente che la disuguaglianza debba aumentare senza limiti. I proprietari del capitale consumano, pagano imposte, lasciano eredità che possono essere divise tra più persone, affrontano rendimenti differenti e possono vedere i propri patrimoni perdere valore. Il comportamento del risparmio, la tassazione, le istituzioni, la tecnologia e la struttura dei mercati contano. Lo stesso Piketty ha successivamente chiarito che r > g va interpretato come una forza di amplificazione, non come una legge deterministica. Le critiche successive hanno insistito proprio su questi punti. Acemoglu e Robinson hanno sottolineato il ruolo delle istituzioni e della tecnologia; Krusell e Smith hanno discusso le ipotesi sul risparmio; Matthew Rognlie e altri hanno mostrato quanto una parte importante dell’aumento del capitale e della quota dei redditi da capitale nelle economie avanzate sia legata all’housing. La conclusione interessante non è quindi che Piketty abbia semplicemente “scoperto il boom immobiliare”, ma che per capire l’aumento della ricchezza dobbiamo distinguere tra accumulazione di nuovo capitale e rivalutazione di attività esistenti.

A questo punto diventa chiaro perché la domanda “la disuguaglianza è buona o cattiva?” sia troppo semplice. Due società possono avere lo stesso coefficiente di Gini ma arrivarci attraverso meccanismi completamente diversi. In una, le differenze possono derivare soprattutto da innovazione, istruzione e rischio imprenditoriale; nell’altra, da rendite monopolistiche, privilegi politici, discriminazione o corruzione. Il numero finale può essere identico, ma l’economia sottostante è completamente diversa. Lo stesso vale per la distinzione tra disuguaglianza dei risultati e disuguaglianza delle opportunità. L’economia positiva può misurare queste differenze, studiarne le cause e analizzarne le conseguenze, ma non può stabilire da sola quale distribuzione sia socialmente desiderabile: per farlo bisogna introdurre inevitabilmente criteri normativi.

Per questo, invece di chiedere soltanto quanto una società sia diseguale, sarebbe meglio porre almeno tre domande. La prima è quanto hanno le persone, cioè quale sia il livello assoluto del benessere materiale e quante persone vivano in condizioni di grave povertà. La seconda è quanto siano distanti tra loro, cioè come siano distribuiti reddito e ricchezza. La terza, forse la più importante, è perché siano distanti: per istruzione, innovazione, eredità, rendite, discriminazioni, prezzi immobiliari, differenze di produttività o privilegi istituzionali? Queste tre domande non sono equivalenti e possono produrre risposte molto diverse. Una società può diventare più ricca e più diseguale, può diventare più eguale e più povera, può ridurre drasticamente la povertà mentre aumenta la quota di reddito del top 1 per cento, oppure può sperimentare una diminuzione delle differenze tra paesi insieme a un aumento delle differenze interne.

La storia economica ci insegna quindi soprattutto a diffidare delle spiegazioni basate su un solo numero. La stessa misura di disuguaglianza può avere conseguenze molto diverse in una società vicina alla sussistenza e in una società ricca; crescita e distribuzione sono fenomeni distinti; la disuguaglianza nazionale non coincide con quella globale; reddito e patrimonio raccontano storie differenti; e, soprattutto, il modo in cui una certa distribuzione viene prodotta conta almeno quanto la distribuzione stessa. Per gran parte della storia umana una quota molto ampia della popolazione viveva vicino alla sussistenza. La crescita economica moderna ha trasformato radicalmente questa condizione, prima in una parte relativamente piccola del mondo e poi, negli ultimi decenni, anche in grandi regioni dell’Asia. Questo non significa che i problemi distributivi siano scomparsi. Significa che possiamo vivere contemporaneamente in un mondo enormemente più ricco, con molta meno povertà estrema, e continuare ad avere livelli elevati o crescenti di concentrazione del reddito e soprattutto della ricchezza. Non c’è alcuna contraddizione.

Per questo, quando sentiamo dire che “la disuguaglianza è aumentata” o che “la disuguaglianza è diminuita”, la prima domanda dovrebbe essere: quale disuguaglianza? Di reddito o di patrimonio? All’interno di un paese o nel mondo? Misurata relativamente o in termini assoluti? In una società con quale livello medio di reddito? E soprattutto prodotta da quali meccanismi? Soltanto dopo aver risposto a queste domande possiamo capire davvero che cosa i numeri stanno raccontando.

Le intenzioni mentono, i comportamenti no

Siamo abituati a pensare alla performance come a una questione di capacità. Una persona è più intelligente, più preparata, più disciplinata o più motivata di un’altra e quindi ottiene risultati migliori. Ma c’è un’altra possibilità, forse più interessante: una parte importante delle differenze che osserviamo non è tra persone, ma all’interno della stessa persona.

Pensiamo a noi stessi in due giornate diverse. Nella prima abbiamo dormito bene. Abbiamo tempo. Nessuno ci interrompe. Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare e riusciamo a concentrarci per due ore sullo stesso problema. Nella seconda abbiamo dormito poco. Arrivano email, messaggi e telefonate. Passiamo continuamente da un compito all’altro. Una riunione interrompe la mattina, un’altra il pomeriggio. Le nostre capacità sono sostanzialmente le stesse. La nostra performance no.

Questo suggerisce un modo diverso di formulare la domanda.Invece di chiederci: “Come posso diventare migliore?” potremmo chiederci: “Quali condizioni permettono alla versione migliore di me di presentarsi più spesso?”

  1. Il problema delle intenzioni

In economia e nelle scienze comportamentali sappiamo da tempo che preferenze dichiarate (intention) e comportamento (action) non sono la stessa cosa (gap).Possiamo voler risparmiare e spendere. Voler mangiare meglio e ordinare un dessert. Voler lavorare a un articolo e controllare la posta elettronica trenta volte. Voler fare esercizio fisico e rimanere sul divano.

Il problema non è necessariamente che stiamo mentendo quando dichiariamo le nostre intenzioni. Quando diciamo “da domani mi alleno”, probabilmente lo pensiamo davvero. Semplicemente, tra l’intenzione e il comportamento si inserisce il presente. E nel presente esistono costi immediati, tentazioni, distrazioni, fatica e alternative.

È qui che molti obiettivi muoiono.

Per questo probabilmente sopravvalutiamo il potere delle intenzioni e sottovalutiamo quello delle abitudini.

  1. Forse il comportamento viene prima del mindset

Quando vogliamo cambiare qualcosa, tendiamo a partire dalla testa. Devo essere più motivato.Devo avere più fiducia in me stesso. Devo diventare più disciplinato.Devo cambiare mindset.

Ma proviamo a invertire la causalità.

Forse non dobbiamo aspettare di sentirci disciplinati per comportarci in maniera disciplinata. Possiamo costruire un comportamento e lasciare che sia la ripetizione di quel comportamento a modificare progressivamente ciò che pensiamo di noi stessi. È una differenza importante.

“Diventare una persona che fa attività fisica” è un obiettivo piuttosto vago. Mettere le scarpe da corsa vicino alla porta e uscire alle 7 tre volte alla settimana è un comportamento. Il primo dipende in larga misura da qualcosa che dovrebbe accadere dentro di noi. Il secondo può essere progettato.

E c’è un aspetto ancora più interessante: comportamento e convinzioni possono rafforzarsi reciprocamente. La ricerca sulla formazione delle abitudini mostra, per esempio, una relazione dinamica tra automaticità e self-efficacy specifica: sentirsi capaci facilita la costruzione dell’abitudine, ma la progressiva automatizzazione del comportamento può a sua volta rafforzare la percezione di essere capaci di eseguirlo.

Si crea un piccolo circolo virtuoso. Prima faccio. Poi diventa più facile fare. E anche per questo comincio a pensare diversamente a ciò che sono capace di fare.

  1. L’ambiente è una tecnologia comportamentale

Immaginiamo di voler leggere di più. Possiamo fissarci l’obiettivo di leggere cinquanta libri all’anno. Oppure possiamo lasciare un libro sul comodino e mettere il telefono in un’altra stanza.

Sono due strategie profondamente diverse. La prima interviene sull’obiettivo. La seconda modifica l’architettura della scelta.

E spesso chiediamo alla forza di volontà di risolvere problemi che abbiamo creato con un cattivo design dell’ambiente.

Se il telefono è davanti a noi, le notifiche sono attive e l’email è aperta sul computer, ogni minuto di concentrazione richiede una piccola decisione:

continuare oppure controllare?

continuare oppure controllare?

continuare oppure controllare?

Possiamo vincere molte di queste battaglie. Ma perché combatterle?

Togliere il telefono dalla stanza elimina la scelta. Questo principio si estende ben oltre la produttività personale. Vale nelle scuole. Vale nelle università. Vale nelle imprese. Vale nelle politiche pubbliche.

Quando osserviamo un comportamento indesiderato, siamo molto rapidi nell’attribuirlo alle caratteristiche della persona: scarsa motivazione, poca disciplina, irresponsabilità.

Prima di concludere che il problema sia la persona, dovremmo guardare il sistema nel quale le abbiamo chiesto di comportarsi.

  1. Il comfort ha un rendimento immediato

C’è poi un problema temporale. Molti comportamenti che migliorano la nostra vita hanno costi immediati e benefici differiti.

Studiare è faticoso oggi. Il beneficio arriva dopo. Allenarsi costa oggi. Il beneficio arriva dopo.

Risparmiare significa rinunciare a consumo oggi. Il beneficio arriva dopo.

Scrivere un articolo scientifico richiede concentrazione oggi. La pubblicazione, se arriverà, arriverà molto dopo.

Le alternative hanno spesso la struttura opposta. Controllare Instagram offre una piccola ricompensa adesso. Rimandare un compito difficile elimina immediatamente una sensazione spiacevole. Comprare qualcosa produce gratificazione oggi e il costo futuro appare psicologicamente distante. Non dovrebbe quindi sorprenderci che la strada più facile eserciti una forza considerevole.

La performance richiede spesso di accettare volontariamente un piccolo costo presente in cambio di un beneficio incerto e differito. Vista in questo modo, l’autodisciplina è anche un problema di scelta intertemporale.

  1. Mastery: cambiare la funzione obiettivo

C’è un altro modo di modificare questo trade-off. Immaginiamo due persone che svolgono esattamente la stessa attività.

La prima misura il proprio successo principalmente attraverso risultati esterni:

Quanto guadagno?

Quante persone mi riconoscono?

Sono migliore degli altri?

Ho vinto?

La seconda è concentrata maggiormente sulla mastery:

Sto diventando più bravo?

Ho capito qualcosa che ieri non capivo?

So fare oggi qualcosa che un anno fa non sapevo fare?

La distinzione non è assoluta. Tutti rispondiamo in qualche misura sia a incentivi esterni sia alla soddisfazione che deriva dal padroneggiare qualcosa.

Ma cambiare la funzione obiettivo cambia anche il significato del fallimento.

Se l’obiettivo è dimostrare quanto valgo, un fallimento è informazione sulla mia identità.

Se l’obiettivo è migliorare, un fallimento può diventare informazione sul processo.

Che cosa non ha funzionato?

Che cosa posso cambiare?

Che cosa devo imparare?

La letteratura sulla goal orientation distingue infatti gli obiettivi di mastery, centrati sull’apprendimento e sul miglioramento delle proprie competenze, dagli obiettivi legati alla dimostrazione della performance rispetto agli altri. La relazione con comportamento e self-efficacy è complessa, ma l’orientamento alla mastery è frequentemente associato alla ricerca di compiti sfidanti, alla persistenza e all’apprendimento.

  1. La fiducia è anche una conseguenza

Diciamo spesso a qualcuno: “Devi avere più fiducia in te stesso.” È un consiglio ben intenzionato e quasi completamente inutilizzabile.

Come si fa, esattamente?

Un modo più produttivo di pensare alla fiducia viene dal concetto di self-efficacy: la convinzione di essere in grado di affrontare un determinato compito.

Non è semplicemente una caratteristica della personalità. Si costruisce anche attraverso l’esperienza.

Bandura identificava quattro fonti principali: le esperienze dirette di padronanza, l’osservazione degli altri, la persuasione sociale e l’interpretazione dei propri stati fisiologici ed emotivi. Tra queste, le esperienze di mastery hanno un ruolo particolarmente importante.

Questo rovescia nuovamente l’intuizione comune.

Pensiamo: fiducia → azione → successo.

Ma spesso la sequenza può essere:

azione → piccolo successo → maggiore self-efficacy → nuova azione.

Non devo necessariamente trovare dentro di me la fiducia necessaria per iniziare. Posso progettare un primo passo sufficientemente difficile da essere significativo e sufficientemente facile da poter essere completato. E utilizzare l’esperienza come informazione.

  1. Lo stesso battito cardiaco può raccontare due storie

Prima di una presentazione importante il cuore accelera. Che cosa significa? “Sono troppo ansioso.”

Oppure: “Il mio corpo si sta preparando.”

Il dato fisiologico è simile. La storia che raccontiamo sul dato può essere diversa. Questo è interessante perché tendiamo a considerare le emozioni come informazioni oggettive sul mondo. Ho paura, quindi la situazione deve essere pericolosa. Mi sento insicuro, quindi probabilmente non sono capace. Sono a disagio, quindi forse dovrei fermarmi.

Ma uno stato interno non è necessariamente una descrizione accurata della realtà. È anche qualcosa che interpretiamo. E l’interpretazione influenza ciò che facciamo dopo.

  1. La straordinaria macchina degli “E se…?”

La capacità di immaginare il futuro è uno dei grandi vantaggi cognitivi della nostra specie. Possiamo simulare eventi che non sono ancora accaduti. Possiamo anticipare problemi. Possiamo prepararci. Possiamo scegliere oggi in funzione delle conseguenze di domani.

Ma la stessa macchina può produrre:

E se fallisco?

E se faccio una figuraccia?

E se prendono male quello che dico?

E se scopro di non essere abbastanza bravo?

E se gli altri mi giudicano?

La simulazione del futuro smette di essere uno strumento per decidere e diventa un generatore di scenari negativi. E qui compare una distinzione importante.

Il rischio riguarda qualcosa che può accadere nel mondo.

La paura riguarda anche la rappresentazione mentale che costruiamo di quel rischio.

Le due cose non sono sempre proporzionate.

  1. Il paradosso della performance

Arriviamo così a un paradosso. Per ottenere risultati migliori cerchiamo spesso di aggiungere qualcosa.

Più motivazione.

Più obiettivi.

Più disciplina.

Più tecniche.

Più strumenti.

Ma una parte della performance potrebbe dipendere dal fare esattamente il contrario.

Togliere.

Togliere distrazioni.

Togliere decisioni inutili.

Togliere attrito ai comportamenti che vogliamo rendere più frequenti.

Aggiungere attrito a quelli che vogliamo ridurre.

Togliere obiettivi che competono tra loro.

Togliere occasioni in cui dobbiamo affidarci alla forza di volontà.

Forse una buona strategia di performance non consiste nel trasformarci in persone eccezionalmente disciplinate.

Consiste nel costruire una giornata nella quale serve meno disciplina.

  1. Un piccolo esperimento

C’è un modo semplice per verificare tutto questo. Per una settimana, invece di scrivere i nostri obiettivi, registriamo i nostri comportamenti.

Quanto tempo lavoriamo senza interruzioni?

Quante volte prendiamo in mano il telefono?

Quando facciamo attività fisica?

Quanto dormiamo?

Con chi trascorriamo il nostro tempo?

Che cosa facciamo nella prima ora della giornata?

E nell’ultima?

Poi dimentichiamo per un momento ciò che diciamo di volere. Guardiamo soltanto i dati. E facciamoci una domanda:

“Se osservassi questa persona dall’esterno, senza sapere nulla delle sue intenzioni, quali direi che sono le sue priorità?”

Potrebbe esserci una certa distanza tra la risposta e quella che avremmo dato all’inizio. Ed è proprio quella distanza la parte interessante.

Perché le intenzioni raccontano la persona che vorremmo essere.

I comportamenti rivelano gli incentivi, le abitudini e i sistemi dentro i quali stiamo realmente vivendo.

E se vogliamo cambiare i risultati, forse è da lì che conviene cominciare.

Principi

Qualche anno fa ho scritto per Emma e Zoe delle note che riassumessero i principi che regolano il mio agire quotidiano. Qui una versione riassuntiva.

ESPLORARE E DECIDERE

  1. Scopri ciò che funziona e fallo

Scoprire ciò che funziona richiede curiosità e disponibilità a sperimentare. Significa formulare ipotesi, provare su scala limitata, osservare i risultati e correggere la rotta. Il fallimento non va celebrato in sé: è utile soltanto quando produce informazioni e modifica il tentativo successivo. Mettere in discussione le abitudini consolidate è importante, ma non tutto ciò che è nuovo è migliore. La domanda decisiva è: quale soluzione funziona, per chi, in quali condizioni e con quali costi?

Quando emergono evidenze sufficienti, bisogna smettere di esplorare e passare all’esecuzione. Sapere cosa fare non basta: servono disciplina, continuità e un sistema che renda l’azione ripetibile. Il progresso nasce dall’alternanza tra esplorazione intelligente e applicazione coerente.

  1. Capisci quando devi vincere e quando non devi perdere

Non tutte le decisioni hanno la stessa struttura. In alcune situazioni vale la pena cercare il massimo risultato: l’opportunità è rara, il vantaggio potenziale è elevato e il fallimento è sostenibile. In altre, la priorità è evitare una perdita irreversibile: proteggere la salute, la reputazione, le relazioni, il capitale o la libertà di scelta.

La strategia dipende dall’asimmetria degli esiti. Se perdere significa uscire dal gioco, la prudenza viene prima del rendimento. Se il costo dell’errore è limitato e il beneficio possibile è grande, l’audacia può essere razionale. La saggezza non consiste nell’essere sempre prudenti o sempre coraggiosi, ma nel riconoscere quale partita si sta giocando.

  1. Agisci invece di reagire

Agire significa scegliere una direzione prima che l’urgenza del momento scelga per noi. Vuol dire chiarire obiettivi e valori, anticipare gli ostacoli e decidere con intenzione. Reagire è inevitabile nelle emergenze, ma diventa pericoloso quando emozioni, notifiche e richieste altrui governano stabilmente il nostro comportamento.

L’alternativa non è controllare tutto. È creare uno spazio tra stimolo e risposta: fermarsi, distinguere ciò che è urgente da ciò che è importante e scegliere la prossima azione utile. Essere protagonisti non significa dominare le circostanze, ma conservare la capacità di rispondere con lucidità.

  1. Ragiona in termini probabilistici

Quasi tutte le decisioni importanti avvengono in condizioni di incertezza. Ragionare probabilisticamente significa sostituire il linguaggio del certo e dell’impossibile con stime aggiornabili: quali esiti sono plausibili, quanto sono probabili e quali conseguenze avrebbero?

Una buona decisione può produrre un cattivo risultato e una cattiva decisione può essere premiata dalla fortuna. Per questo bisogna valutare separatamente la qualità della scelta e l’esito ottenuto.

Conviene chiedersi quali informazioni cambierebbero davvero il giudizio, quanto costa aspettare e quale errore sarebbe più grave. Le probabilità non eliminano l’incertezza, ma rendono il ragionamento più trasparente e permettono di correggerlo quando arrivano nuove evidenze.

  1. Diversifica senza disperderti

Diversificare significa evitare che un singolo evento possa compromettere tutto. Distribuire risorse, competenze, relazioni e opportunità riduce la fragilità e mantiene aperte più strade. La diversificazione può anche favorire l’apprendimento, perché mette in contatto idee e ambienti differenti.

Diversificare, tuttavia, non significa distribuire l’attenzione in modo uniforme. Troppi progetti producono superficialità e costi di coordinamento. La regola utile è concentrare l’impegno dove si può creare valore e diversificare dove una concentrazione eccessiva esporrebbe al rischio di rovina.

  1. Riconosci chi dà e chi prende

Le categorie di giver e taker sono più utili se descrivono comportamenti, non identità immutabili. Chi dà crea valore per gli altri attraverso tempo, conoscenze, opportunità e sostegno. Chi prende cerca soprattutto di appropriarsi del valore prodotto dagli altri. La maggior parte delle persone alterna queste modalità secondo il contesto.

La generosità sostenibile richiede confini. Dare senza criterio può esaurire le proprie risorse e premiare chi sfrutta gli altri; proteggersi non equivale a essere egoisti. Conviene osservare reciprocità, affidabilità e comportamento nel tempo. L’obiettivo è contribuire senza annullarsi, aiutare chi può trarne un beneficio reale e limitare l’esposizione verso chi usa sistematicamente gli altri.

AGIRE E MIGLIORARE

  1. Per ottenere risultati diversi, cambia comportamento

Se azioni e condizioni restano uguali, è ragionevole aspettarsi risultati simili. Quando un obiettivo rimane lontano, occorre esaminare senza indulgenza quali abitudini, vincoli o convinzioni mantengano la situazione attuale. Non sempre il problema è la volontà: possono mancare competenze, risorse, incentivi o un ambiente favorevole.

Cambiare non significa rivoluzionare tutto. Spesso è più efficace modificare una variabile alla volta, osservarne l’effetto e conservare ciò che migliora la situazione. La domanda utile non è soltanto “Che cosa desidero?”, ma “Quale comportamento ripetuto rende quel risultato più probabile?”.

  1. Trasforma il dolore senza idealizzarlo

Alcune conquiste e forme di maturità nascono dall’attraversamento di esperienze difficili. La sofferenza può rivelare priorità, rafforzare capacità e rendere più profonda la comprensione degli altri. Ma non è automaticamente educativa, necessaria o nobile: può anche ferire senza offrire alcun insegnamento.

Il valore non sta nel dolore in sé, ma nel modo in cui viene affrontato e, quando possibile, trasformato. Cercare aiuto, proteggersi ed evitare sofferenze inutili non sono segni di debolezza. La resilienza consiste nel ricostruire significato e possibilità, non nel romanticizzare ciò che ha fatto male.

  1. La qualità resta più della velocità

Le persone dimenticano spesso quanto rapidamente un lavoro sia stato concluso, ma ricordano a lungo se era affidabile, chiaro e ben fatto. La qualità costruisce fiducia e reputazione perché continua a produrre effetti dopo la consegna.

Questo principio non giustifica il perfezionismo. Anche il tempo è una dimensione della qualità: un risultato eccellente ma tardivo può non servire più. Occorre definire lo standard adeguato allo scopo, consegnare quando il valore è ancora utile e dedicare maggiore cura alle parti che avranno conseguenze durature. L’obiettivo è essere tempestivi senza sacrificare ciò che conta.

  1. Misura ciò che vuoi cambiare

Misurare rende visibili il punto di partenza, l’andamento e la distanza dall’obiettivo. Una buona misura aiuta a distinguere le impressioni dai progressi reali e permette di capire se un intervento sta funzionando. Prima di raccogliere dati, però, bisogna chiarire che cosa si vuole migliorare e quale indicatore lo rappresenti davvero.

Ogni misura è incompleta. Quando un indicatore diventa un obiettivo rigido, può indurre comportamenti che migliorano il numero ma peggiorano la realtà sottostante. È quindi utile combinare quantità e giudizio qualitativo, controllare gli effetti indesiderati e rivedere periodicamente gli indicatori. Si misura per imparare e decidere, non per sostituire il pensiero con un numero.

  1. Prepara il domani facendo bene oggi

Il futuro dipende in parte dalle azioni presenti ripetute nel tempo. Prepararsi significa svolgere con cura il lavoro di oggi, costruire competenze e lasciare margine per gli imprevisti. Rimandare in attesa del momento perfetto trasferisce al futuro un costo che tende ad accumularsi.

Fare del proprio meglio non significa spremere ogni giornata fino all’esaurimento. Significa utilizzare bene le risorse disponibili, includendo il riposo e il recupero. Un buon presente non garantisce il domani, ma aumenta le opzioni con cui potremo affrontarlo.

  1. Affronta le cose difficili

La crescita richiede spesso di accettare rischi, fatica e possibilità di errore. Restare sempre nella zona di comfort limita l’apprendimento; esporsi senza criterio, però, può produrre danni sproporzionati. Il rapporto tra rischio e rendimento non è automatico: un rischio maggiore non assicura un risultato migliore.

Conviene scegliere difficoltà che insegnino qualcosa, dimensionare l’esposizione e preservare la possibilità di riprovare. Cadere può far parte del percorso; rialzarsi richiede risorse, sostegno e una lezione concreta. Il coraggio migliore non consiste nell’ignorare il rischio, ma nell’affrontarlo senza compromettere ciò che non ci si può permettere di perdere.

  1. Scegli per che cosa vale la pena faticare

Non esistono scorciatoie affidabili per ciò che richiede competenza, fiducia o carattere. I risultati solidi nascono da pratica, correzione e tempo. Ma la fatica, da sola, non rende giusta una direzione: si può lavorare duramente anche a qualcosa che non conta o non funziona.

La domanda centrale è quale difficoltà sia coerente con i propri valori e con il tipo di vita che si vuole costruire. Scegliere la propria strada significa accettarne consapevolmente i costi, senza adottare obiettivi soltanto perché prestigiosi o approvati dagli altri. Non evitare ogni sacrificio; evita di sacrificarti per fini che non riconosci come tuoi.

  1. Lavora su orizzonti lunghi

I risultati più robusti derivano spesso da azioni modeste mantenute per anni. Conoscenze, capacità, reputazione, relazioni e risparmio possono accumularsi come un interesse composto: ogni progresso rende più produttivo quello successivo. Cominciare presto aumenta il tempo disponibile, ma la logica della costanza vale a ogni età.

L’orizzonte lungo non impone di perseverare ciecamente. Occorre distinguere la pazienza dall’inerzia, verificare periodicamente la direzione e cambiare metodo quando le evidenze lo richiedono. La costanza è preziosa quando si applica a un processo valido e aggiornabile.

CONCENTRARSI E COSTRUIRE

  1. Concentrati sul poco che conta davvero

Una parte limitata delle attività produce spesso una quota rilevante dei risultati. Il principio dell’ottanta-venti non è una legge matematica, ma un invito a identificare leve, persone e compiti ad alto impatto. Prima di aggiungere altro lavoro, chiediti quali attività possano essere eliminate, ridotte, delegate o automatizzate.

Concentrarsi non significa trascurare manutenzione, obblighi e dettagli essenziali. Significa proteggere tempo ed energia per ciò che sposta davvero il risultato, senza lasciare che il rumore occupi l’intera giornata.

  1. Scegli le tue battaglie

Ogni conflitto consuma attenzione, tempo e capitale relazionale. Non tutte le questioni meritano lo stesso investimento. Prima di combattere, valuta la posta in gioco, la probabilità di incidere, il costo dell’escalation e ciò a cui rinunceresti altrove.

Lasciar correre può essere saggezza, ma anche evitamento. Vale la pena intervenire quando sono in gioco principi, danni rilevanti o precedenti destinati a ripetersi. Scegliere le proprie battaglie significa difendere con fermezza ciò che conta senza trasformare ogni divergenza in una prova di forza.

  1. Decidi tra eccellenza selettiva e continuità

In alcuni lavori è meglio produrre pochi risultati eccezionali, accettando prestazioni ordinarie nelle aree meno importanti. In altri, la continuità e l’assenza di errori gravi contano più dei picchi. Un ricercatore, un artista o un imprenditore può beneficiare di qualche dieci e qualche sei; un chirurgo, un pilota o chi gestisce processi critici deve ridurre soprattutto i fallimenti.

La scelta dipende dal modo in cui viene prodotto il valore e dal costo degli errori. Bisogna sapere dove l’eccellenza genera un vantaggio reale e dove, invece, affidabilità e standard minimi sono irrinunciabili.

  1. Comprendi la crescita esponenziale

Nei processi cumulativi, l’inizio può sembrare quasi immobile. Competenze, reti, reputazione e capitale crescono lentamente finché la base è piccola; quando gli effetti iniziano a sommarsi, il progresso diventa più visibile e può accelerare.

Questa dinamica invita alla pazienza, non alla fede cieca. La crescita esponenziale non continua per sempre e molti processi non decollano affatto. Occorre osservare segnali intermedi, verificare che il meccanismo di accumulo esista e distinguere una fase iniziale lenta da una strategia che non funziona.

  1. La semplicità nasconde lavoro

Le soluzioni semplici appaiono ovvie dopo che qualcuno ha eliminato complessità, eccezioni e rumore. Un testo limpido, una lezione chiara o uno strumento intuitivo sono spesso il risultato di molte prove e rinunce. La semplicità ben costruita non è povertà: è complessità compresa e resa utilizzabile.

Bisogna diffidare sia della complicazione usata per impressionare sia della semplificazione che cancella aspetti essenziali. Il criterio è conservare ciò che serve e rimuovere ciò che non aggiunge comprensione o valore.

  1. Ogni salto richiede una rincorsa

I cambiamenti visibili sono spesso preceduti da una fase invisibile di preparazione. Prima del salto vengono studio, tentativi, attese e decisioni che dall’esterno possono sembrare immobili. E prima della rincorsa può esserci un sospiro: il momento in cui si riconosce la paura e si decide comunque di partire.

Prepararsi non deve però diventare un modo elegante per rimandare. Una buona rincorsa ha una direzione, una durata e un punto di stacco. Quando le condizioni sono sufficienti, occorre accettare che nessuna preparazione eliminerà completamente l’incertezza.

  1. Aumenta i tentativi senza sprecare gli errori

Il numero dei successi è spesso correlato al numero dei tentativi e, quindi, dei fallimenti possibili. Chi produce molto crea più occasioni per riuscire, purché il costo di ciascun esperimento sia sostenibile. Il fallimento non è una misura del valore personale e non garantisce, da solo, alcun apprendimento.

La strategia efficace consiste nel moltiplicare esperimenti piccoli, ricevere rapidamente informazioni e incorporare ciò che si è imparato. Non cercare l’errore: costruisci un processo nel quale gli errori siano informativi, limitati e non fatali.

  1. Per fare bene, scegli poche cose

L’eccellenza richiede attenzione indivisa, ripetizione e tempo per riflettere. Troppi impegni simultanei frammentano il lavoro e impediscono di raggiungere profondità. Dire sì a una priorità significa quasi sempre dire no, o almeno “non ora”, a qualcos’altro.

Fare poche cose non significa avere interessi ristretti. Significa limitare il numero dei progetti attivi, concludere prima di aggiungere e proteggere spazi di concentrazione. La selezione è parte del lavoro, non una rinuncia preliminare.

INTERPRETARE E VIVERE

  1. La realtà comprende fatti e interpretazioni

I fatti pongono vincoli: alcuni eventi sono accaduti, alcuni numeri sono verificabili e alcune conseguenze sono osservabili. Lo storytelling collega questi elementi, attribuisce cause e costruisce significati. È indispensabile per comprendere e comunicare, ma può anche selezionare, deformare o sostituire le evidenze.

Una buona narrazione dichiara i propri presupposti e resta correggibile dai fatti. Quando racconto ed evidenza entrano in conflitto, non vanno messi sullo stesso piano. La realtà non è creata soltanto dalle storie; le storie determinano, però, quale parte della realtà vediamo e come decidiamo di agire.

  1. Dai priorità al lungo periodo

Molte scelte producono un beneficio immediato e un costo futuro, oppure chiedono un piccolo costo oggi per ampliare le possibilità di domani. Dare priorità al lungo periodo significa considerare la persona che diventeremo, senza sacrificare inutilmente il presente.

Con i bambini questo principio è particolarmente importante. L’obiettivo non è ottenere bambini perfettamente obbedienti o precocemente performanti, ma aiutare a crescere adulti autonomi, responsabili, curiosi e capaci di costruire relazioni. Educare significa combinare protezione e libertà crescente, regole comprensibili e possibilità di sbagliare in sicurezza.

  1. Parti da ciò che devi evitare

Prima di chiederti come vincere, chiediti che cosa potrebbe produrre un danno grave o irreversibile. Individuare comportamenti, ambienti e decisioni da evitare riduce la fragilità e semplifica la strategia. Spesso è più facile prevenire gli errori ricorrenti che prevedere la mossa perfetta.

La paura e l’avversione alla perdita contengono informazioni, ma non devono guidare tutto. L’obiettivo non è eliminare ogni disagio o rischio: è evitare la rovina, proteggere ciò che è essenziale e liberare energie per opportunità caratterizzate da un rischio sostenibile.

  1. Inverti il problema

Quando una domanda è difficile, prova a rovesciarla. Invece di chiederti soltanto come avere successo, chiediti che cosa garantirebbe il fallimento. Invece di domandare come costruire fiducia, elenca i comportamenti che la distruggono. Questa forma di inversione, associata al pensiero di Charlie Munger, rende visibili ostacoli ed errori che il ragionamento diretto può trascurare.

L’inversione non sostituisce una strategia positiva. Aiuta prima a eliminare le cause più prevedibili di insuccesso; poi occorre ancora scegliere che cosa costruire e come farlo.

  1. Scopri chi sei senza inventarti un personaggio

Conoscersi significa osservare con onestà ciò che dà energia, ciò che si evita, i valori che resistono alla pressione e le capacità che emergono nella pratica. L’identità non si trova già completa, ma nemmeno si crea senza vincoli. Nasce dall’incontro tra inclinazioni, esperienze, responsabilità e scelte ripetute.

Non serve imitare un modello estraneo per sentirsi legittimi. Si può cambiare e crescere senza recitare una parte. La domanda non è “Quale immagine voglio proiettare?”, ma “Quali azioni sono coerenti con la persona che desidero diventare?”.

  1. Scegli con cura chi ti sta vicino

Le persone vicine influenzano aspettative, linguaggio, abitudini e percezione di ciò che è possibile. Nel tempo assorbiamo norme e comportamenti dal nostro ambiente sociale, anche senza accorgercene. Per questo conviene frequentare persone che uniscano ambizione e integrità, che sappiano sostenere e contraddire con rispetto.

Non siamo, però, la semplice media degli altri e non tutte le relazioni possono essere scelte. Conservare autonomia significa riconoscere le influenze, stabilire confini e coltivare contesti diversi. La vicinanza migliore non crea conformità: aiuta ciascuno a diventare più libero e responsabile.

  1. Annota e rileggi i piccoli successi

I progressi quotidiani sono facili da dimenticare perché l’attenzione si sposta subito sul problema successivo. Annotare piccoli successi, decisioni riuscite e ostacoli superati crea una memoria più accurata del percorso. Aiuta a riconoscere quali strategie funzionano e a contrastare la tendenza a ricordare soprattutto mancanze ed errori.

La pratica è utile se resta concreta: che cosa è accaduto? Quale azione lo ha favorito? Che cosa conviene ripetere? Non è autocelebrazione, ma raccolta di evidenze per rafforzare fiducia e apprendimento.

  1. Impara più linguaggi

Matematica, poesia, arte e musica sono modi differenti di rappresentare il mondo. La matematica rende precise relazioni e quantità; la poesia concentra esperienza e ambiguità; le arti visive allenano lo sguardo; la musica organizza tempo, forma ed emozione. Conoscere più linguaggi amplia ciò che si riesce a percepire e comunicare.

Non occorre padroneggiarli tutti allo stesso livello. Il valore sta nell’attraversare discipline diverse e lasciare che ciascuna corregga i limiti delle altre. Una mente plurilingue, anche in senso non letterale, dispone di più strumenti per comprendere problemi complessi.

  1. Guarda la direzione, non soltanto il livello

Il livello di oggi dice dove ti trovi; la variazione dice in quale direzione ti stai muovendo. Guardare la derivata significa chiedersi se, rispetto a ieri o al periodo precedente, si stia migliorando. Questo rende visibili progressi che il confronto con persone eccezionali o con traguardi lontani potrebbe nascondere.

Non bisogna, però, reagire a ogni oscillazione. Una giornata storta può essere soltanto rumore: conviene osservare la tendenza su un intervallo adeguato e confrontarla con il proprio punto di partenza. Gli outlier possono ispirare, ma non sono sempre un termine di paragone utile. Conta la traiettoria, senza perdere di vista la destinazione.

Allibito. Un mare di mediocrità e inconsapevolezza

Ieri, durante un esame universitario, ho sorpreso due studentesse con il cellulare nascosto tra le gambe. Le regole erano state spiegate chiaramente, più volte e anche per iscritto: niente telefoni, niente dispositivi elettronici, niente materiale non autorizzato. Prima dell’inizio della prova avevo persino lasciato il tempo necessario per controllare sul telefono il numero di matricola, per chi non lo ricordava, e poi riporlo nella borsa.

Non voglio parlare delle persone coinvolte. L’episodio mi interessa per una ragione diversa: mi ha fatto riflettere ancora una volta su che cosa significhi andare all’università e su quanto tempo e quante risorse alcuni giovani rischino di sprecare senza nemmeno rendersene conto.

Perché ci si iscrive all’università?

Credo che, semplificando, si vadano a cercare due cose.

La prima è l’opportunità di acquisire conoscenze, capacità e competenze. Si frequentano lezioni, si fanno esercizi, si leggono libri e articoli, si discute con professori e compagni, si ricevono critiche e feedback. Si dovrebbe uscire dall’università diversi da come ci si è entrati: capaci di capire qualcosa che prima non si capiva e di fare qualcosa che prima non si sapeva fare.

La seconda è una certificazione credibile di ciò che si è imparato. Un esame superato, un voto, una laurea dicono al resto della società: questa persona ha raggiunto determinati standard e un’istituzione si assume la responsabilità di certificarlo.

E allora mi domando: che senso ha iscriversi all’università se non si segue, se durante le lezioni si è altrove, se si cerca continuamente la scorciatoia per non leggere, non esercitarsi, non pensare? E, soprattutto, che senso ha andarci se poi si cerca di imbrogliare proprio nel momento in cui si dovrebbe dimostrare ciò che si è imparato?

C’è qualcosa di profondamente paradossale nel pagare, direttamente o attraverso la propria famiglia e la collettività, per avere accesso a professori, biblioteche, lezioni, compagni, esercitazioni e anni dedicati quasi esclusivamente alla propria formazione, e poi impegnare energie per trovare il modo di evitare proprio lo sforzo che rende preziosa quell’esperienza.

È come entrare in palestra e dedicare il proprio ingegno a escogitare un sistema per far sollevare i pesi a qualcun altro, sperando però di uscire con i muscoli.

L’intelligenza artificiale rende questo paradosso ancora più evidente. È uno strumento straordinario per imparare di più e meglio. Ma può diventare anche una macchina perfetta per evitare la fatica cognitiva: non capire ma ottenere la risposta, non scrivere ma ottenere il testo, non risolvere ma ottenere la soluzione. E magari, alla fine, ottenere anche il voto.

Dal punto di vista individuale può sembrare perfino razionale: se l’obiettivo è semplicemente prendere una laurea minimizzando lo sforzo, ogni scorciatoia diventa attraente.

Ma questo significa confondere completamente il mezzo con il fine.

Il titolo non dovrebbe essere il prodotto e l’apprendimento il prezzo fastidioso da pagare per ottenerlo. Il prodotto sono le conoscenze, le capacità, la maturità intellettuale e professionale costruite in quegli anni. La laurea è soltanto la certificazione che quel processo è avvenuto.

E qui nasce anche una responsabilità dell’università.

Quando uno studente non studia, spreca soprattutto una parte della propria vita. Quando copia a un esame, invece, il problema diventa collettivo. Se l’università certifica competenze che non sono state acquisite, indebolisce il valore della propria certificazione. Danneggia i compagni che hanno studiato seriamente, i laureati che portano quel titolo nel mercato del lavoro e, alla fine, la propria reputazione.

Per questo contrastare la copiatura non significa difendere l’autorità del professore o applicare burocraticamente una regola. Significa proteggere il valore della laurea di chi se l’è guadagnata.

Ma ciò che mi lascia più amareggiato non è nemmeno la singola scorrettezza. È l’impressione, che episodi come questo rafforzano, di vedere giovani con enormi possibilità attraversare alcuni degli anni più ricchi di opportunità della loro vita immersi in un mare di mediocrità e inconsapevolezza: fare il minimo indispensabile, cercare la scorciatoia, accontentarsi di passare, delegare ad altri o a una macchina la fatica di capire.

Naturalmente non sono tutti così. Vedo anche studenti curiosi, esigenti con se stessi, capaci di appassionarsi, fare domande difficili e utilizzare magnificamente le opportunità che hanno. Ed è forse proprio il confronto con loro a rendere lo spreco degli altri così evidente.

A vent’anni quattro o cinque anni sembrano quasi gratuiti. Non lo sono.

Sono una quantità enorme di tempo, energie e risorse. Soprattutto, sono anni nei quali si ha un privilegio che nella vita diventerà sempre più raro: poter dedicare una parte considerevole del proprio tempo a diventare più competenti, più autonomi e, possibilmente, più intelligenti nel modo di guardare il mondo.

Sprecare questa opportunità per ottenere un pezzo di carta con il minimo sforzo possibile è un pessimo affare.

E nessun voto ottenuto copiando potrà renderlo migliore.

Il primo investimento non è un ETF. Sei tu.

C’è qualcosa che mi colpisce sempre quando si parla di educazione finanziaria ai giovani.

Insegniamo loro che cos’è un’azione. Un’obbligazione. Un ETF. Un PAC. Parliamo di diversificazione, interesse composto, rischio e rendimento. Tutte cose importanti. Ma rischiamo di iniziare dalla fine della storia.

Perché un ragazzo di 19 anni può avere 500 euro sul conto corrente e passare ore a chiedersi come investirli. Nel frattempo possiede qualcosa che vale immensamente di più e a cui dedica molta meno attenzione: i prossimi cinque anni della propria vita.

Tempo.
Energia.
Attenzione.
Salute.
Capacità di imparare.
Possibilità di sperimentare.
Libertà di cambiare strada.
Accesso a persone, idee, università, esperienze.

Questo è il suo vero patrimonio iniziale. E ha una caratteristica straordinaria: non può essere conservato. L’ora che hai oggi non puoi metterla da parte e utilizzarla a quarant’anni. L’energia dei vent’anni non può essere depositata in banca.
La possibilità di imparare una lingua, vivere sei mesi all’estero, conoscere persone diverse, costruire una competenza difficile non rimane lì ad aspettarti indefinitamente. Quelle risorse devono essere trasformate. Ed è qui, secondo me, che dovrebbe iniziare l’educazione finanziaria.

Non dalla domanda:

“Dove investo i miei primi 1.000 euro?”

Ma da una domanda molto più grande:

“Come uso le risorse che possiedo oggi per produrre le risorse di cui avrò bisogno domani?”

Tempo può diventare conoscenza.

Conoscenza può diventare competenza.

Competenza può diventare opportunità.

Opportunità può diventare reddito.

Reddito può diventare risparmio.

Risparmio può diventare capitale finanziario.

E quel capitale finanziario, molti decenni più tardi, potrà sostenerci quando il nostro capitale umano non sarà più in grado di generare lo stesso reddito. Non è una metafora motivazionale. È economia.

Gary Becker costruì proprio su questa idea la moderna teoria del capitale umano: istruzione e formazione sono investimenti perché comportano costi oggi in cambio di una maggiore capacità produttiva e di maggiori redditi futuri. Jacob Mincer mostrò poi come istruzione ed esperienza contribuiscano a spiegare il profilo dei redditi lungo il ciclo di vita. 

Decenni di ricerca empirica hanno cercato di distinguere la semplice correlazione dall’effetto causale dell’istruzione. La conclusione generale è robusta: l’istruzione produce mediamente ritorni economici rilevanti, anche se naturalmente variano enormemente tra persone, paesi, campi di studio e qualità dell’istruzione. Una grande rassegna di 1.120 stime in 139 paesi trova un rendimento privato medio di circa il 9% per un anno aggiuntivo di istruzione. 

Ma il punto ancora più importante è che il capitale umano può “comporre”. Cunha e Heckman parlano di self-productivity e dynamic complementarity: le capacità sviluppate oggi facilitano l’acquisizione di altre capacità domani e possono aumentare il rendimento degli investimenti successivi. In termini semplici: imparare genera capacità di imparare. Una buona competenza acquisita oggi non produce soltanto un rendimento diretto; può rendere più produttive molte delle esperienze che verranno dopo. 

È una forma di interesse composto che comincia molto prima di aprire un conto titoli.

E non riguarda soltanto ciò che impariamo sui libri.

La salute stessa può essere pensata come uno stock di capitale. Nel modello classico di Michael Grossman investiamo tempo e risorse in salute perché la salute produce “tempo sano” nel futuro; è uno stock che tende a deprezzarsi con l’età e che può essere, almeno in parte, mantenuto attraverso investimenti. 

Poi ci sono le relazioni. Non le definirei semplicemente capitale umano: qui entriamo nel capitale sociale. Ma anche queste sono risorse che costruiamo oggi e che possono produrre opportunità domani. La ricerca sui network nel mercato del lavoro mostra che le reti sociali influenzano l’accesso alle informazioni, alle opportunità di lavoro e agli esiti occupazionali. 

E allora la scelta di come vivere gli anni dell’università cambia completamente significato.

Scegliere quale università.
Decidere quanto seriamente studiare.
Imparare bene l’inglese.
Acquisire competenze quantitative.
Fare un Erasmus.
Imparare a programmare.
Leggere qualcosa che non sarà mai chiesto a un esame.
Conoscere persone molto diverse da noi.
Fare sport.
Dormire.
Lavorare.
Provare qualcosa in cui potremmo fallire.

Non sono semplicemente “cose da fare durante l’università”. Sono decisioni di allocazione di risorse scarse. Ogni giorno stiamo trasformando tempo, energia e attenzione in qualcosa.

La questione è: in cosa?

E questo non significa che ogni ora debba essere “produttiva”.

Anche riposare, innamorarsi, viaggiare, giocare, coltivare amicizie e perdere tempo insieme agli altri produce risorse che possono avere un valore enorme nella vita futura.

L’economia non ci dice quale vita dobbiamo scegliere. Ci ricorda però una cosa fondamentale: esiste un costo opportunità. La stessa ora non può essere utilizzata due volte. E soprattutto ci ricorda che rendimento non significa soltanto denaro.

Possiamo investire oggi per produrre reddito futuro.
Ma anche salute futura.
Autonomia.
Relazioni.
Conoscenza.
Resilienza.
Libertà di scelta.

Forse allora dovremmo ripensare radicalmente il modo in cui insegniamo educazione finanziaria.

Un diciannovenne non è una persona povera con 500 euro da investire. È una persona che possiede un enorme stock di risorse, molte delle quali irripetibili, e deve imparare a trasformarle.

Prima di chiedergli quale ETF scegliere, dovremmo forse insegnargli a farsi due domande:

“Quali risorse possiedo oggi?”

“Quali risorse voglio aver costruito fra dieci o vent’anni?”

In mezzo a queste due domande c’è quasi tutta la sua vita economica. E probabilmente c’è anche il più importante investimento che farà mai.