Quando la vittima diventa il potere

C’è un momento, in ogni discussione di coppia degna di questo nome, in cui la conversazione compie un piccolo miracolo di prestidigitazione morale.

Uno dice: “Quello che hai fatto mi ha ferito.” L’altro, con la prontezza di chi ha allenato il riflesso per anni senza saperlo, smette di rispondere ai fatti e comincia a rispondere al tono con cui i fatti sono stati esposti. Da questo momento in poi si discuterà a lungo — a volte per ore, a volte per anni, in certi matrimoni per generazioni — di tutto tranne che dell’unica cosa che aveva innescato la lite. È un trucco elegantissimo. Se lo facesse un prestigiatore, applaudiremmo.

Il bello, ed è qui che la faccenda smette di essere comica e comincia a essere interessante, è che quasi mai si tratta di un trucco consapevole. Chi lo esegue non sta mentendo. Sta facendo qualcosa di più raffinato e di più difficile da contestare: sta soffrendo sinceramente mentre evita sinceramente la domanda originaria. È come se qualcuno, sorpreso a rubare in un negozio, iniziasse a piangere per lo spavento della cattura, e il pianto fosse così vero da convincere anche il negoziante a scusarsi.

Non è cinismo, questo. È solo osservazione. L’essere umano non ha un bisogno particolarmente urgente di essere coerente. Ha un bisogno molto più urgente — direi quasi strutturale — di restare innocente, e per questo obiettivo è disposto a un livello di creatività narrativa che, applicato altrove, gli avrebbe fruttato una carriera letteraria.

Quando qualcuno ci comunica di avere sofferto per colpa nostra, arrivano in realtà due messaggi in un unico pacchetto, come quei corrieri che consegnano il regalo insieme alla fattura. Il primo dice: sto soffrendo. Il secondo, più defilato ma molto più rumoroso: sei stato tu. Il primo può generare empatia. Il secondo, quasi sempre, genera vergogna, e la vergogna — a differenza della colpa, che è un disturbo gestibile, quasi educato — è una crisi d’identità mascherata da rimprovero.

La colpa dice: ho fatto una cosa sbagliata. È una frase che si può pronunciare restando seduti composti.
La vergogna dice: c’è qualcosa di sbagliato in me. È una frase che fa alzare le persone dal tavolo, letteralmente o in senso figurato, e le manda a cercare la porta più vicina — qualunque porta, incluse quelle che portano dritte alla vittimizzazione di se stessi.

Ecco perché diventare la persona ferita è una delle mosse più remunerative del repertorio umano. La vittima gode di un privilegio diplomatico che nessun’altra carica prevede: non deve spiegarsi. Deve essere capita. Non risponde alle domande. Riceve rassicurazioni. È passata, con un movimento tanto rapido quanto invisibile, dall’essere oggetto di giudizio a essere il metro con cui si giudicano gli altri. Un tribunale che si nomina da solo giudice, senza passare dalle elezioni.

Ora: chi possiede questo strumento con maggiore, diciamo, disponibilità di magazzino? Qui bisogna procedere con più cautela di quanta ne dimostrino solitamente gli aforismi da bar, perché la tentazione di trasformare un’osservazione plausibile in una legge di natura è fortissima, ed è esattamente il tipo di scorciatoia che un saggio come questo dovrebbe evitare invece di praticare con entusiasmo.

Detto questo: un uomo dispone mediamente di un vantaggio nell’intimidazione fisica che non ha bisogno di essere esercitato per essere presente, un po’ come un esercito che non spara mai ma sta parcheggiato fuori dai confini con aria minacciosa. È potere, ed è un potere che chiunque riconosce come tale nell’istante in cui lo vede. La vulnerabilità gioca in un campionato diverso, con una regola che vale la pena scrivere in corsivo: non si presenta come potere. Si presenta come la sua totale assenza, il che la rende — paradossalmente — quasi impossibile da contestare senza sembrare, a propria volta, il cattivo della storia. Provate a dire a qualcuno “stai usando la tua sofferenza per evitare l’argomento” e osservate la rapidità con cui la stanza si schiera contro di voi, indipendentemente da quanto la vostra osservazione fosse, nei fatti, corretta.

Nietzsche, che di rovesciamenti morali capiva più di chiunque altro e li descriveva con l’entusiasmo di un entomologo davanti a uno scarafaggio particolarmente ben riuscito, l’avrebbe chiamata così: la trasformazione dell’impotenza in superiorità morale. Chi non può vincere con la forza vince ridefinendo la forza come colpa. Non è una teoria sulle donne. È una teoria su chiunque non abbia in mano l’arma più ovvia e debba, per necessità, affilarne una meno visibile.

L’intimità, va detto, è il terreno perfetto per questo genere di armamento, perché l’intimità è precisamente l’atto di consegnare all’altro una mappa dettagliata di dove colpirci. Conosciamo il punto in cui l’altro cede. La frase che lo fa sentire meschino. Il silenzio che lo manda fuori di testa. La domanda che lo umilia in tre secondi netti. E durante il conflitto — è quasi fisiologico, come tossire quando si respira polvere — la mano corre da sola verso l’arma che ha già funzionato in passato.

Chiamiamola, per correttezza, “leva”, non “manipolazione”: la parola manipolazione presume un’intenzione che raramente è così nitida, e usarla troppo presto significa aver già emesso il verdetto prima di aver ascoltato le prove.

Ogni volta che una leva funziona, però, si produce un piccolo, silenzioso curriculum. Chi la usa impara che funziona. Chi la subisce impara quale frase, quale argomento, quale verità semplicemente non può più permettersi di pronunciare. La volta dopo eviterà quella parola. Poi quel tono. Poi l’argomento intero. Da fuori, la coppia sembrerà più serena: meno litigi, più armonia, il tipo di cosa che gli amici commentano con ammirazione al matrimonio dell’amica in comune.

Non è pace. È deterrenza, e la differenza fra le due cose è probabilmente l’indicatore più affidabile — molto più della frequenza dei litigi — di come stia andando davvero una relazione. La pace nasce da un problema risolto. La deterrenza nasce da un argomento che uno dei due ha imparato, a proprie spese, a non sollevare mai più. Se doveste scommettere su quale delle due producesse più foto sorridenti sui social e quale producesse più desiderio residuo dopo dieci anni, io eviterei di scommettere sulla prima.

Perché è proprio qui, in questo silenzio ben educato, che il desiderio comincia a fare le valigie. Non per un principio astratto secondo cui “il desiderio ha bisogno di libertà” — frase che suona benissimo su un santino e non spiega assolutamente nulla. Concretamente: prima penso quello che voglio dire. Poi calcolo come reagirai. Infine scelgo in base a quel calcolo, non al pensiero originale. Ripetuto per un numero sufficiente di sere, questo processo mi trasforma da tuo compagno a tuo amministratore delegato, con l’unica differenza che nessuno mi paga lo stipendio. Si può continuare a voler bene a qualcuno che si amministra con cura maniacale. È molto più difficile desiderarlo.

E qui arriviamo al pezzo forte, quello che di solito viene saltato perché richiede di ammettere qualcosa di scomodo su noi stessi prima ancora che sull’altro: io possiedo una biografia. Tu possiedi una diagnosi.

Il mio comportamento ha un contesto, delle attenuanti, una sequenza di eventi documentata con la cura di un avvocato difensore che crede davvero nel proprio cliente. Il tuo comportamento ha un carattere. Sei fatto così. È quello il tuo problema, punto, prossima udienza.

Io sono un processo in divenire, plasmato da circostanze che qualunque giuria comprensiva riconoscerebbe come mitiganti. Tu sei una sostanza fissa che si limita, poveretto, a manifestarsi secondo natura. Non è disonestà calcolata. È semplicemente il modo più comodo, ed è per questo il più diffuso, con cui la mente distribuisce le responsabilità: tutte a me sotto forma di reazione comprensibile, tutte a te sotto forma di indole.

Ogni racconto di lite, del resto, comincia esattamente un istante prima dell’azione dell’altro, con la precisione cronometrica di chi ha allenato la memoria a servire i propri interessi.

Lei dice: ho alzato la voce perché ti eri chiuso.
Lui dice: mi sono chiuso perché mi avevi già giudicato.
Lei dice: ti avevo giudicato perché arrivavi tardi da settimane.
Lui dice: arrivo tardi perché a casa si respira un processo permanente, con tanto di pubblico ministero part-time.

Si potrebbe proseguire fino all’infanzia di entrambi, poi ai loro genitori, poi ai genitori dei genitori, come certi alberi genealogici costruiti apposta per non arrivare mai al presente. Non perché qualcuno menta. Perché la catena delle cause non ha un inizio naturale: ha solo il punto in cui qualcuno decide, con perfetto tempismo, di smettere di raccontare. E quel punto coincide, con una regolarità sospetta, con il primo errore dell’altro.

Prendiamo un caso concreto, perché gli aforismi senza esempi sono come le diete senza cibo: teoricamente ineccepibili, praticamente inutili. Marta scrive a Luca alle sette per chiedergli a che ora rientra. Lui non risponde fino alle nove. Quando arriva, lei è gelida. Lui chiede cosa sia successo. Lei dice: niente, con quel “niente” che ogni essere umano adulto sa significare esattamente il contrario. Lui insiste. Lei si chiude in bagno e piange.

Versione di lei: ho pianto perché due ore di silenzio mi hanno fatta sentire invisibile, e quando gliel’ho detto — con calma, sia chiaro — lui ha reagito con fastidio, come se il problema fossi io.
Versione di lui: sono uscito da una riunione che non potevo abbandonare, sono tornato a casa già distrutto, e invece di un “ciao” ho trovato un muro con targhetta a mio nome. Ho chiesto cosa fosse successo nel modo più gentile che avevo in dotazione, e mi sono ritrovato accusato di un crimine di cui non conoscevo nemmeno i capi d’imputazione.

Nessuna delle due versioni è falsa. Sono semplicemente ritagliate in due punti diversi della stessa pellicola: ciascuna abbastanza indietro da includere la colpa dell’altro, abbastanza avanti da escludere elegantemente la propria. È un montaggio impeccabile. Peccato che il film, alla fine, non racconti quasi nulla di ciò che è successo davvero.

Il pianto di Marta, tra l’altro, non è solo uno stato d’animo privato che accade a lasciare tracce sul cuscino. È un segnale, e i segnali — è la loro funzione biologica prima ancora che morale — modificano il comportamento di chi li osserva. Lo stesso vale per il silenzio di Luca. Questo non significa che il pianto sia finto. Significa che l’autenticità e l’efficacia strategica non si escludono affatto: anzi, funzionano meglio insieme, un po’ come i migliori bugiardi sono quelli che hanno smesso di sapere di mentire.

Dostoevskij, che di uomini attaccati alla propria sofferenza come a un titolo nobiliare ne conosceva parecchi, avendone scritto uno che li batte tutti, l’aveva capito prima di chiunque altro: il suo uomo del sottosuolo non cerca di avere ragione sui fatti. Cerca di restare quello che soffre, perché quel ruolo, per quanto scomodo, è più sopportabile del vuoto d’identità che la sua rinuncia lascerebbe dietro di sé. Meglio un dolore con targa che un’incertezza senza indirizzo.

A questo punto, e non prima — perché arrivarci prima significa emettere sentenze senza aver letto il fascicolo — vale la domanda che conta davvero: quando la normale, inevitabile, persino salutare regolazione reciproca che esiste in ogni coppia diventa coercizione?

La risposta più onesta che riesco a formulare è questa: quando il costo emotivo imposto all’altro rende sistematicamente impraticabili certe sue opinioni, certe sue accuse, certe sue verità. Non quando l’altro soffre per ciò che facciamo — questo è semplicemente il prezzo d’ingresso di ogni relazione seria. Ma quando quel dolore diventa una tassa che uno solo dei due paga sempre, e l’altro non versa mai, senza che questo venga letto, guarda caso, come l’ennesima prova della propria crudeltà.

Chiamiamo questa condizione, per darle un nome che meriti di essere ricordato più di “dinamica tossica” — espressione ormai talmente abusata da avere il fascino di un elenco telefonico —, il monopolio dell’innocenza: un sistema in cui gli errori di uno sono sempre cause, e quelli dell’altro sono sempre reazioni. “Ho urlato perché mi hai provocato” e “ti ho provocato perché eri freddo” possiedono, se le si guarda da vicino, esattamente la stessa grammatica morale. Nessuna delle due è falsa. Il problema comincia quando soltanto una delle due può essere pronunciata senza venire immediatamente rovesciata contro chi l’ha detta, come un boomerang particolarmente ben allenato.

La maturità relazionale, a questo punto, smette di somigliare a quel repertorio di parole rassicuranti che oggi si scambiano come figurine — “comunicazione”, “confini”, “validazione” — e comincia a somigliare a qualcosa di molto più scomodo da mettere in pratica: mantenere la propria agency anche quando esistono cause esterne reali, documentabili, persino ragionevoli. Riconoscere che tu mi hai effettivamente provocato, e che io, ciò nonostante, ho scelto come rispondere. Le due cose, contrariamente a quanto ci farebbe comodo credere, non si annullano a vicenda.

Fin dove bisogna risalire, allora, lungo la catena delle cause, prima che nessuno sia più responsabile di niente?

Non esiste una regola generale, e diffidate di chiunque ve ne offra una in tre punti con emoji. Esiste solo un’intuizione, ed è la più scomoda di tutte, quella che nessun podcast di auto-aiuto vi dirà mai per intero: capire perfettamente perché abbiamo fatto qualcosa non ci rende innocenti di averla fatta. Possiamo risalire fino all’infanzia, fino ai nostri genitori, fino ai genitori dei nostri genitori, con la meticolosità di un genealogista pagato a cottimo. La spiegazione, per quanto completa, si ferma sempre un passo prima dell’unica domanda che conta davvero, quella che nessuna biografia, per quanto dettagliata, riesce a rispondere al posto nostro: e allora, questa volta, che cosa ho scelto di fare io?

Microfondamenti del Piagnisteo

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui lo studente universitario entrava in aula con tre cose: un quaderno, una penna e il vago sospetto che forse, dico forse, il mondo non fosse stato progettato per validare ogni sua emozione in tempo reale.

Poi è arrivata la generazione del “prof, ma questo è all’esame?”, del “prof, può mettere le slide prima, durante e dopo, possibilmente già sottolineate?”, del “prof, non ho capito la domanda perché mi ha messo ansia il punto interrogativo”.

Un tempo gli studenti chiedevano spiegazioni. Oggi chiedono ammortizzatori emotivi.

Sia chiaro: non sto dicendo che gli studenti di oggi siano peggiori. Sarebbe troppo semplice. Sto dicendo che molti di loro sembrano usciti da un laboratorio sperimentale in cui qualcuno ha incrociato un consumatore insoddisfatto, un influencer motivazionale e un criceto con accesso illimitato a TikTok.

Il risultato è affascinante, almeno dal punto di vista scientifico.

La nuova specie, Homo Normiensis Fragilis, presenta alcune caratteristiche ricorrenti:

  1. Confondere il disagio con l’ingiustizia.
    “Ho trovato difficile l’esame” diventa “l’esame era ingiusto”.
    Traduzione economica: se il prezzo supera la disponibilità a pagare, la colpa è del mercato.
  2. Scambiare l’università per un servizio clienti.
    “Prof, ho studiato tanto” viene offerto come argomento di ricorso.
    Anche io ho annaffiato una pianta grassa per mesi. È morta lo stesso. L’impegno è una condizione simpatica, non una prova di competenza.
  3. Credere che ogni valutazione sia un trauma.
    Il voto non è un giudizio sulla tua anima immortale. È una stima rumorosa, imperfetta e burocraticamente necessaria della tua performance in un compito specifico.
    In altre parole: prendi 24, non ricevi una diagnosi.
  4. Pensare che “non mi sento pronto” sia un’informazione rilevante.
    Nessuno si sente pronto. Neanche il chirurgo al primo intervento, il pilota al primo atterraggio o il professore alla prima riunione di dipartimento con ordine del giorno di 17 punti.
    La civiltà avanza perché a un certo punto qualcuno, pur non sentendosi pronto, fa comunque la cosa.

Il problema non è la fragilità. La fragilità è umana, interessante, spesso persino produttiva. Il problema è la trasformazione della fragilità in identità politica, amministrativa e didattica.

Non “ho una difficoltà”.
Ma “la mia difficoltà deve riorganizzare il mondo”.

Non “devo imparare a gestire la frustrazione”.
Ma “la frustrazione è un fallimento del sistema”.

Non “ho sbagliato”.
Ma “la consegna non era abbastanza inclusiva nei confronti della mia interpretazione creativa della non preparazione”.

E così l’università rischia di diventare un parco giochi imbottito, dove ogni spigolo viene coperto, ogni ostacolo viene ridotto, ogni richiesta viene preceduta da un trigger warning: attenzione, nelle prossime settimane potrebbe verificarsi apprendimento.

Naturalmente, la colpa non è solo degli studenti. Sarebbe ingeneroso e, peggio, empiricamente debole.

Noi adulti abbiamo contribuito con entusiasmo. Abbiamo trasformato ogni inciampo in emergenza, ogni brutto voto in caso di studio, ogni conflitto in procedura. Abbiamo detto loro per anni che erano speciali, unici, luminosi, irripetibili. Poi li abbiamo messi in un’aula con altri 179 esseri speciali, unici, luminosi e irripetibili, e abbiamo preteso che accettassero una distribuzione normale.

La distribuzione normale, diciamolo, è il vero trauma generazionale.

Perché in una distribuzione normale qualcuno sta al centro. Qualcuno sta sopra. Qualcuno sta sotto. E no, non tutti possono essere “eccellenti”, per lo stesso motivo per cui non tutti possono essere più alti della media.

L’economia, in questo senso, è una disciplina crudele ma terapeutica.

Ti insegna che le risorse sono scarse.
Anche l’attenzione del professore.
Anche il tempo per correggere email scritte alle 23:47 con oggetto “URGENTE” e contenuto “prof ma quindi domani c’è lezione?”

Ti insegna che esistono trade-off.
Vuoi più flessibilità? Avrai meno struttura.
Vuoi meno studio? Avrai meno risultati.
Vuoi essere trattato da adulto? Magnifico. Cominciamo dal fatto che gli adulti leggono il syllabus.

Ti insegna che gli incentivi contano.
Se premiamo ogni lamento, avremo più lamenti.
Se trasformiamo ogni scusa in accomodamento, avremo più scuse.
Se rendiamo impossibile fallire, rendiamo anche impossibile distinguere chi ha imparato da chi ha solo presenziato emotivamente.

E soprattutto, l’economia insegna una cosa che oggi sembra quasi sovversiva: le preferenze individuali non sono automaticamente diritti collettivi.

Il fatto che tu preferisca un esame più facile non implica che l’esame debba diventare più facile.
Il fatto che tu preferisca non leggere 40 pagine non implica che 40 pagine siano oppressione testuale.
Il fatto che tu preferisca ricevere tutto in formato slide, video, podcast, riassunto, schema, quiz interattivo e carezza digitale non implica che l’università debba trasformarsi in Netflix con i CFU.

Studiare è scomodo.
Pensare è faticoso.
Essere valutati è spiacevole.
Scoprire di non essere automaticamente brillanti è una delle più grandi opportunità formative che l’università possa offrire.

Il punto non è umiliare gli studenti. Al contrario. Il punto è prenderli abbastanza sul serio da non trattarli come porcellane emotive da scaffale.

Uno studente non è fragile perché riceve una critica.
Diventa fragile se nessuno gliela fa mai.

Non cresce quando tutto viene adattato alla sua ansia.
Cresce quando scopre che può sopravvivere all’ansia.

Non diventa libero quando ogni ostacolo viene rimosso.
Diventa libero quando impara a scalarne qualcuno senza compilare prima un modulo di segnalazione.

Quindi, cari studenti normie sempre più frignoni, una buona notizia: non siete rotti. Siete solo poco allenati alla realtà.

E la realtà, per quanto antipatica, ha un vantaggio competitivo notevole: non legge le vostre email di reclamo.

Per questo esiste l’università.

Non per confermare che siete già meravigliosi.
Non per trasformare ogni vostra preferenza in policy.
Non per convincervi che il mondo là fuori sarà comprensivo, morbido e asincrono.

Ma per offrirvi, in un ambiente ancora relativamente civile, una piccola anteprima del fatto che esistono standard, vincoli, conseguenze e persone che vi diranno: no, questo non basta.

Che, detto bene, è forse una delle frasi più educative rimaste.

No, questo non basta.

Non è cattiveria.
È pedagogia con un minimo di spina dorsale.

La fiera del ridicolo

Ieri sono andato alla fiera della scienza organizzata nella scuola elementare di Zoe. Sulla carta, una bellissima idea: avvicinare bambini e bambine alla scienza, stimolare curiosità, farli sperimentare, portare le STEM nella scuola primaria. In un Paese che ha pochi figli, pochi laureati e competenze scolastiche in calo, iniziative del genere dovrebbero essere centrali.

Poi ci vai. E ti prende una tristezza profonda.Non perché l’idea sia sbagliata. Al contrario: è sacrosanta. Il problema è che quello che ho visto era l’ennesima rappresentazione simbolica dell’innovazione, più che innovazione vera. Una fiera della scienza quasi senza scienza.

C’erano educatori probabilmente volenterosi, ma lasciati soli. Persone mandate nelle scuole da qualche fondazione, cooperativa o ente intermedio con compensi bassi, poca formazione, scarso supporto e materiali insufficienti. A loro si chiede di “fare STEM” con bambini piccoli, classi difficili, famiglie distratte e strumenti quasi inesistenti. Quando il risultato è mediocre, però, è facile prendersela con loro. 

Una fiera della scienza ti aspetti dovrebbe essere un insieme di circuiti, fili elettrici, batterie, sensori, lenti, microscopi, ingranaggi, magneti, piccoli robot, software, dati. Dovrebbe far capire ai bambini che la scienza non è decorazione, ma metodo. Non è lavoretto, ma scoperta, è osservare un fenomeno, formulare un’ipotesi, fare una prova, sbagliare, correggere, misurare.

Invece ho visto soprattutto bricolage povero. Due rotoli di carta igienica finiti, tre tappi di plastica, un po’ di colla, qualche pennarello. Cose da scuola materna o da missione umanitaria in un paese del terzo mondo. Invece via alle celebrazioni e agli applausi: abbiamo fatto creatività, abbiamo fatto scienza, abbiamo fatto innovazione.

O meglio: abbiamo fatto STEAM. Ecco, l’immancabile STEAM: STEM più la A di arte. In teoria, nulla da obiettare. Il rapporto tra scienza, arte, design e creatività è importante. Il problema nasce quando la A non arricchisce la scienza, ma la sostituisce. Quando diventa un modo elegante per evitare matematica, tecnologia, esperimento, precisione, fatica cognitiva. Quando una fiera della scienza si trasforma in una fiera del lavoretto. A quel punto non stiamo integrando i saperi. Stiamo annacquando tutto a beneficio della maestra Concetta (nome ipotetico ma stranamente molto diffuso alle primarie) che non era brava in matematica e per questa ha fatto “scienze” dell’educazione.

Poi c’è la retorica. L’iniziativa viene presentata dal solito Tavecchio delle STEM, quello che sale sul palco e, con aria illuminata, spiega che è stato dato spazio anche alle bambine perché le STEM non sono solo per i maschi. Grazie al c.zzo. Davvero. Siamo commossi.

Il punto non è “dare spazio anche alle bambine”, come se fossero ospiti tollerate in un territorio maschile. Il punto è costruire un ambiente in cui bambine e bambini facciano scienza sul serio. In cui una bambina possa montare un circuito, programmare un sensore, smontare un oggetto, misurare una reazione, capire perché qualcosa funziona o non funziona. Non essere celebrata simbolicamente mentre incolla tappi di plastica (rosa) su un cartone (viola). La parità non si ottiene abbassando il livello e aggiungendo una frase inclusiva nella presentazione. Si ottiene dando accesso reale agli strumenti, alle competenze, al linguaggio e alla pratica della scienza.

Ieri, invece, ho visto anche altro: bambini spesso maleducati, poco abituati all’ascolto, alla concentrazione, al rispetto di chi prova a spiegare. E famiglie largamente disinteressate, presenti fisicamente ma assenti culturalmente. Genitori che guardano il telefono, chiacchierano, sorridono perché “che carini i bambini”, ma senza chiedersi se quell’esperienza stia davvero insegnando qualcosa.

Non è moralismo. È capitale umano. Se ogni attività scolastica è considerata buona purché sia “simpatica”, “creativa”, “inclusiva” e “partecipata”, allora il problema è enorme. Perché inclusione senza qualità è solo gestione gentile del declino. E creatività senza competenze è intrattenimento.

Il pezzo di Francesco Billari sul Corriere (qui allegato) dice una cosa semplice e durissima: l’Italia è un Paese sempre più vecchio e sempre più ignorante. Abbiamo pochi figli, pochi laureati, competenze in calo e disuguaglianze territoriali e sociali persistenti. In una situazione demografica di questo tipo, ogni bambino conta di più. Ogni ora di scuola pesa di più. Ogni occasione educativa sprecata è più grave.

Altri Paesi con problemi demografici simili ai nostri stanno investendo sui giovani. Noi spesso ci accontentiamo della messinscena: il progetto, il bando, la fondazione, la foto, il laboratorio, la parola inglese, la retorica dell’innovazione. Ma sotto resta poco. Pochi strumenti. Poca preparazione. Poco rigore. Poca ambizione.

E soprattutto una grande paura di dire che non tutto va bene. Che un progetto può essere lodevole nelle intenzioni e pessimo nella realizzazione. Che non basta portare “le STEM” a scuola se poi non c’è scienza. Che non basta parlare di bambine se poi non si danno loro strumenti veri. Che non basta dire STEAM se poi l’unica cosa che resta è un lavoretto da portare a casa.

La scuola italiana non ha bisogno di altre scenografie educative. Ha bisogno di sostanza. Ha bisogno di insegnanti ed educatori pagati meglio, selezionati meglio, formati meglio e sostenuti meglio. Ha bisogno di laboratori veri, non simbolici. Ha bisogno di più tempo scolastico di qualità. Ha bisogno di un curricolo meno frammentato e più solido. Ha bisogno di portare tutti, davvero tutti, più vicino alla soglia dell’università. Ha bisogno di dare ai bambini il gusto della difficoltà, non solo il conforto dell’espressione libera.

Perché la scienza è anche fatica. È attenzione. È precisione. È disciplina. È fallimento. È il momento in cui qualcosa non funziona e devi capire perché. È il contrario del “bravo, bellissimo” detto automaticamente davanti a un oggetto senza senso costruito con materiale di recupero.

Qualcuno dirà: meglio questo che niente. Non sono d’accordo. “Meglio questo che niente” è diventata la formula con cui giustifichiamo tutto: scuole senza strumenti, progetti senza qualità, educatori sottopagati, famiglie assenti, bambini non guidati, retorica al posto del contenuto. Ma quando un Paese è già in declino demografico e cognitivo, il “meglio che niente” non basta più. Diventa parte del problema.

Una fiera della scienza dovrebbe lasciare nei bambini una domanda nuova, non un oggetto da buttare. Dovrebbe far vedere che il mondo si può capire, misurare, trasformare. Dovrebbe far intuire che dietro una luce che si accende c’è un circuito, dietro un ponte che regge c’è una struttura, dietro un’app c’è codice, dietro un esperimento c’è un metodo.

Ieri ho visto buone intenzioni, retorica, povertà materiale e culturale. Ho visto adulti che si accontentano troppo facilmente. Ho visto bambini a cui non stiamo chiedendo abbastanza. Ho visto una scuola che vorrebbe parlare il linguaggio del futuro, ma spesso non ha nemmeno gli strumenti minimi del presente.

E questa è la cosa più triste: non la singola fiera riuscita male, ma il fatto che sembri normale. Non lo è. Ripeto: non lo è!

Se vogliamo davvero investire sui giovani, dobbiamo smettere di confondere l’innovazione con la sua rappresentazione. Dobbiamo pretendere più scienza nelle fiere della scienza, più tecnologia nei laboratori di tecnologia, più matematica quando parliamo di competenze, più serietà quando diciamo inclusione. Altrimenti continueremo a raccontarci che stiamo preparando i bambini al futuro, mentre li intratteniamo con due rotoli di carta igienica e tre tappi di plastica.

Coraggio e pazienza

C’è un’idea antica, quasi ovvia, secondo cui i giovani dovrebbero incarnare il rischio e gli anziani la prudenza. Ai primi spetterebbe l’audacia: cambiare città, lavoro, amori, abitudini, idee. Ai secondi la saggezza del tempo: la pazienza, la misura, la lungimiranza di chi ha già visto molto e ha imparato che non tutto va forzato. In una società equilibrata, entrambe queste energie servono. Gli anziani custodiscono continuità, memoria e giudizio; i giovani aprono strade, rompono inerzie, osano ciò che ancora non ha garanzie.

Eppure oggi questa divisione sembra essersi incrinata. Sempre più spesso le nuove generazioni appaiono, paradossalmente, più “vecchie” dei loro genitori. Più caute che coraggiose, più riflessive che intraprendenti, più attente a evitare l’errore che desiderose di cercare una possibilità. I genitori, a cinquanta o sessant’anni, comprano case, mandano all’aria matrimoni, cambiano carriera, si trasferiscono, ricominciano. I figli, invece, esitano davanti a rischi minimi: un raffreddore, uno stage fuori città, un corso non previsto dal piano di studi, una relazione con qualcuno che non appartenga alla cerchia ristrettissima degli amici già approvati.

Non è solo una differenza di temperamento. È come se in molti giovani si fosse spostato il baricentro dell’esistenza: non più esplorare il mondo, ma gestire la vulnerabilità; non più esporsi, ma proteggersi. E così la prudenza, che negli anziani può essere una forma alta di saggezza, nei giovani rischia di diventare una rinuncia preventiva. La pazienza, senza il coraggio, non genera visione: genera attesa. E una generazione che attende troppo a lungo finisce per invecchiare prima di avere davvero vissuto.

Augurio per Pasqua 2026: Nessuno è morto. È andata benissimo.

La Pasqua, in teoria, dovrebbe essere una festa di pace, raccoglimento e mite letizia familiare. Nella pratica italiana è un esperimento sociale condotto su esseri umani già provati dall’inverno, dal cambio d’ora e dalla prospettiva concreta di dover mangiare alle tredici con persone che alle undici stanno già litigando sulle sedie. Nessuno vuole andarci. Tutti ci vanno. Questo è il mistero della Pasqua italiana, e nessun teologo ha ancora trovato una risposta soddisfacente.
È il giorno in cui la differenza tra uomo e donna, già normalmente evidente, acquista una nitidezza che fa quasi paura.
L’uomo affronta la Pasqua come affronta ogni evento solenne: sperando segretamente che venga cancellato per cause di forza maggiore. Terremoto, allerta meteo, pandemia globale — qualsiasi cosa. Il suo ideale pasquale è modesto, quasi monastico: un pranzo abbondante, una sedia comoda, un sonnellino e la possibilità di dire “bello stare in famiglia” senza che questo comporti ulteriori attività. Ecco, lui vorrebbe pronunciare quella frase e poi sparire. Come uno che taglia la corda subito dopo aver fatto gli auguri di buona fortuna.
La donna, invece, vive la Pasqua come una produzione esecutiva di media complessità. Per lei non è una festa: è un’operazione. Regia, diplomazia, logistica, mise en place e prevenzione del collasso nervoso collettivo. È un lavoro vero. Solo che non la paga nessuno e alla fine le chiedono pure se per caso c’è dell’altro dolce.
Lui si sveglia con un’unica domanda interiore: “A che ora si mangia?”
Lei si sveglia già in ritardo su una tabella mentale cominciata tre giorni prima. Sa dove sono le tovaglie buone. Ricorda chi non mangia l’agnello, chi non tollera i latticini, chi è a dieta ma “per oggi fa uno strappo” — e lo sappiamo già tutti come va a finire quello strappo. E soprattutto conosce il vero baricentro della civiltà italiana: il numero esatto di piatti fondi ancora integri. Questo dato lei lo porta in testa come un codice nucleare. Lui non sa nemmeno quanti piatti ha.
L’uomo, quando si veste per Pasqua, cerca un compromesso accettabile tra decoro e circolazione sanguigna. Il suo sogno sarebbe presentarsi con la dignità elastica di un pensionato di gran classe: maglia morbida, pantaloni indulgenti, scarpa che perdoni. Qualcosa che dica “sono presente” senza prometterlo per tutta la giornata.
La donna ha già concepito la giornata come un vertice internazionale. Ha un abito che deve svolgere sei funzioni simultanee: sembrare sobria, risultare superiore, apparire non impegnata, restare familiare, e comunicare a cognate e cugine — con la precisione di un comunicato ufficiale — che no, non si è affatto lasciata andare. Sei funzioni. Con un solo vestito. Capite perché ci mette più tempo a vestirsi?
L’uomo guarda il proprio riflesso e pensa: “Basta che non tiri in vita”.
La donna guarda il proprio riflesso e pensa contemporaneamente sette cose. Come sta il vestito. Come apparirà nelle foto. Se la zia noterà il taglio di capelli. Se la cognata fingerà di non vedere le scarpe nuove. Se ha l’aria di una che ha dormito, di una che ha sofferto, di una che tiene il punto. E soprattutto di una che non ha passato l’ultima mezz’ora a cercare i tovaglioli di lino — cosa che invece ha fatto, eccome, ma questo non deve trapelare.
Intorno alle dieci il divario antropologico è già incolmabile.
L’uomo gravita in cucina attratto da odori e bottiglie aperte. Si offre di aiutare — gesto magnanimo e sostanzialmente inutile, perché l’aiuto maschile a Pasqua ha un tratto vago e ornamentale. È disposto a fare qualsiasi cosa, purché gli venga spiegata con precisione militare e non richieda iniziativa propria. Può portare il pane, prendere il vino in garage, spostare una sedia, recuperare una teglia dall’alto come un operaio chiamato per un’emergenza. Quello sa fare. Ma non dategli compiti che richiedano sensibilità simbolica, ve ne prego. L’uomo apparecchia come un geometra stanco: mette gli oggetti dove stanno, convinto di aver risolto il problema, completamente ignaro del fatto che a Pasqua non conta la funzione, conta il messaggio.
Per la donna la tavola pasquale non è un piano d’appoggio: è un testo. Dice chi siamo, cosa pensiamo della tradizione, quanto siamo rimasti fedeli alla nonna e in che misura abbiamo saputo modernizzarla senza umiliarla. Il tovagliolo piegato male non è un incidente: è una posizione filosofica. Il centrotavola non è un accessorio: è una dichiarazione di intenti sull’intera famiglia. L’uomo non lo sa. L’uomo ha piegato il tovagliolo come si piega un foglio di giornale e si è convinto di aver contribuito.
Non possiede il linguaggio necessario. La donna sì. In questi momenti lei smette di essere un individuo e diventa Ministero dell’Interno. Con portafoglio.
Poi arrivano i parenti, e qui comincia la vera storia.
L’uomo davanti ai parenti regredisce. Se è a casa sua, si comporta come se fosse ospite. Se è ospite, si comporta come se fosse stato deportato con dignità. Saluta, sorride, bacia guance, annuisce a racconti che sente da quindici anni — lo stesso racconto, stesso tono, stesso finale — e si dirige istintivamente verso altri maschi adulti con cui stabilire una fratellanza minima basata su tre argomenti eterni: traffico, cibo, peggioramento generale del mondo. L’universo maschile pasquale ha questa caratteristica straordinaria: riesce a trascorrere quarantacinque minuti vicino alla porta-finestra dicendo variazioni del concetto “una volta era meglio”, e ritenerlo conversazione. Non è conversazione. È un ronzio. Ma è il loro ronzio, e ci tengono.
La donna non regredisce: si moltiplica. Accoglie, valuta, confronta, registra tutto. Vede chi arriva con un uovo inadatto. Chi ha riciclato un mazzo di tulipani chiaramente destinato ad altra occasione — e lei lo sa, credetemi, lo sa. Chi ha salutato con più calore una persona che un’altra: differenza di 0,3 secondi nell’abbraccio, rilevata e archiviata. Registra il tono di ciascuna cognata, il peso specifico di ogni silenzio, la temperatura delle rivalità domestiche. Dove l’uomo vede persone sedute a pranzo, la donna vede alleanze, tensioni, precedenti, fragilità e almeno tre possibili incidenti diplomatici nelle prossime due ore. La Pasqua per lei non è mai solo Pasqua. È anche il seguito del Natale scorso. E dell’estate prima.
L’uomo, va detto, possiede un talento pasquale specifico: la passività imperturbabile. Può restare seduto dodici minuti davanti a un piatto vuoto senza intuire che attorno a lui qualcuno sta compiendo traiettorie di servizio che un generale della logistica studierebbe con rispetto. Non per cattiveria: per struttura. L’uomo italiano, a pranzo di festa, entra in uno stato di immobilità bovina che Darwin non avrebbe facilmente riconciliato con la selezione naturale. Mentre la civiltà viene mantenuta da una rete di movimenti silenziosi, lui si limita a chiedere se per caso ci sia un altro po’ di torta salata. Piatto vuoto. Dodici minuti. Torta salata.
La donna, in compenso, conosce l’arte del rancore attivo. Continua a servire, sorridere, sparecchiare, ricordare a tutti di sedersi, di mangiare, di assaggiare, di prendere ancora un po’ di carciofi, mentre costruisce dentro di sé un dossier preciso di tutto ciò che non andava lasciato a lei sola. Nessuna istituzione italiana archivia con questa accuratezza — non l’Istat, non la Guardia di Finanza, non il Vaticano.
La tavola pasquale è il luogo in cui gli stereotipi si confermano con la forza serena dell’evidenza empirica.
L’uomo mangia con gravità quasi religiosa. Rispetta il cibo in un modo elementare e commovente: lo vede, lo vuole, lo finisce. Non chiede se l’agnello sia stato marinato con agrumi di Sicilia o se il tortino abbia una nota aromatica di timo selvatico. Gli basta che arrivi caldo e in quantità incompatibili con il pomeriggio. Se dice “buonissimo”, ha esaurito il suo patrimonio critico-letterario sull’argomento.
La donna non mangia soltanto: osserva il cibo. Lo racconta, lo valuta, lo collega a memorie familiari, ne misura il successo sociale. Può apprezzare la consistenza della lasagna e contemporaneamente notare che la zia ha esagerato con la besciamella, che la cognata ha portato il dolce ma di pasticceria — dettaglio gravissimo, quasi un affronto — e che il marito ha preso la seconda porzione senza accorgersi che mancava ancora da servire il cugino di Parma. Il cugino di Parma che non lo saprà mai, ma lei sì.
L’uomo fa il bis con innocenza paleolitica.
La donna vede nel bis un atto politico.
Poi ci sono i bambini, che a Pasqua trasformano ogni casa in una piccola repubblica sull’orlo del golpe. L’uomo li ama moltissimo, purché corrano altrove. La donna li governa come un’autorità coloniale illuminata e completamente stremata. Sa dove sono, cosa stanno rompendo, chi piangerà per primo e perché, quale uovo al cioccolato innescherà la crisi internazionale e quale nonno — nel giro di venti minuti — somministrerà zuccheri come se avesse un interesse personale nel sabotaggio del sistema nervoso collettivo.
Nel primo pomeriggio la differenza diventa metafisica.
L’uomo entra nella sua stagione naturale: la sonnolenza. Nessun maschio è più fedele alla propria natura dell’italiano dopo antipasto, primo, secondo, contorno, colomba e amaro. Il suo corpo non vuole più nulla, salvo una superficie morbida e la sospensione temporanea di tutte le responsabilità. Si siede in salotto con la fissità di un sovrano sfibrato, allenta discretamente la cintura — operazione che esegue con la delicatezza di chi disinnesca un ordigno — e sprofonda in uno stato di catalessi patriottica davanti a una partita improbabile o a un documentario che non finirà mai di vedere. Ed è felice. Genuinamente felice. Questo è il dettaglio che fa impazzire.
La donna no. La donna a quell’ora rinasce in una forma nuova, più sottile e più pericolosa. Mentre lui sprofonda, lei inaugura la seconda giornata di Pasqua: quella invisibile. C’è il caffè, i piatti, gli avanzi da organizzare, le porzioni da distribuire, la colomba buona da proteggere da chi vorrebbe aprirla senza motivo, la stagnola introvabile, il coltello che non va in lavastoviglie — c’è sempre un coltello che non va in lavastoviglie — e nel mezzo di tutto questo lei deve sembrare serena, quasi riposata, capace di dire con grazia: “ma figurati, non è stato niente”.
Questa frase andrebbe studiata nelle facoltà di filologia. Non è stato niente. È la formula con cui le donne italiane hanno accompagnato secoli di lavoro non riconosciuto, tavole allestite, sughi custoditi, crisi assorbite, maglioni piegati, nipoti recuperati, mariti localizzati, nonne calmate e suocere tollerate con sorrisi che avrebbero fatto paura a un diplomatico dell’ONU. “Non è stato niente” è sempre pronunciato dopo che è stato chiaramente tutto. Sempre. Senza eccezioni documentate.
L’uomo, se interpellato, dice l’unica cosa che non andrebbe mai detta: “Ma dai, è andata benissimo.”
Che è un po’ come dire a chi ha attraversato una guerra di trincea che il panorama non era male.
Verso sera, quando i parenti se ne vanno e la casa mostra i segni della battaglia — piatti in bilico, tovaglia storta, gusci d’uovo, bicchieri superstiti, brandelli di stagnola ovunque e una porzione di pastiera che nessuno ammette di voler portare via ma che nessuno vuole nemmeno lasciare — la coppia italiana raggiunge il suo momento di verità.
Lui è soddisfatto. Si è mangiato bene. Nessuno è morto. Ottima giornata.
Lei è sfinita. E nessuno sa esattamente cosa sia costato. Nessuno lo chiede. Nessuno lo chiederà mai.
Lui conserva della Pasqua una memoria grossolana ma genuinamente positiva: l’agnello era tenero, lo zio ha detto quella cosa ridicola di cui riderà ancora per settimane, il vino non era male, il bambino è finito sotto il tavolo, tutto bello, tutto a posto.
Lei conserva un archivio di precisione forense: chi ha aiutato e chi ha recitato di aiutare; chi ha portato un pensiero decente e chi ha riciclato; chi si è seduto troppo presto come se stesse aspettando l’autobus; chi ha chiesto il caffè come se spuntasse spontaneamente dalla credenza; chi ha usato il bagno al piano di sopra senza che nessuno gliel’avesse detto, e lei sa esattamente chi è stato.
Ed è qui che la convivenza italiana mostra il suo lato più alto e incomprensibile. Perché nonostante tutto questo — nonostante lui abbia passato la giornata come un invitato semestrale nella propria casa e lei come una direttrice di crisi con il rossetto ancora intatto — i due restano lì. Tra una teglia da coprire e una briciola da spazzare, tra il silenzio del dopopranzo e il rumore dei piatti, continuano a scegliersi. Con quella forma molto italiana di tenerezza che non passa mai per la poesia. Passa per il rimprovero. Passa per il sarcasmo. Passa per il silenzio di chi sa già tutto dell’altro e ha deciso, ancora una volta, di restare lo stesso.
L’amore pasquale italiano non dice: “Senza di te non potrei vivere.”
Dice qualcosa di molto più credibile:
“L’anno prossimo, però, le sedie le tiri fuori tu.”
E quella frase, nel nostro Paese, vale più di qualsiasi poesia.