Ieri sono andato alla fiera della scienza organizzata nella scuola elementare di Zoe. Sulla carta, una bellissima idea: avvicinare bambini e bambine alla scienza, stimolare curiosità, farli sperimentare, portare le STEM nella scuola primaria. In un Paese che ha pochi figli, pochi laureati e competenze scolastiche in calo, iniziative del genere dovrebbero essere centrali.
Poi ci vai. E ti prende una tristezza profonda.Non perché l’idea sia sbagliata. Al contrario: è sacrosanta. Il problema è che quello che ho visto era l’ennesima rappresentazione simbolica dell’innovazione, più che innovazione vera. Una fiera della scienza quasi senza scienza.
C’erano educatori probabilmente volenterosi, ma lasciati soli. Persone mandate nelle scuole da qualche fondazione, cooperativa o ente intermedio con compensi bassi, poca formazione, scarso supporto e materiali insufficienti. A loro si chiede di “fare STEM” con bambini piccoli, classi difficili, famiglie distratte e strumenti quasi inesistenti. Quando il risultato è mediocre, però, è facile prendersela con loro.
Una fiera della scienza ti aspetti dovrebbe essere un insieme di circuiti, fili elettrici, batterie, sensori, lenti, microscopi, ingranaggi, magneti, piccoli robot, software, dati. Dovrebbe far capire ai bambini che la scienza non è decorazione, ma metodo. Non è lavoretto, ma scoperta, è osservare un fenomeno, formulare un’ipotesi, fare una prova, sbagliare, correggere, misurare.
Invece ho visto soprattutto bricolage povero. Due rotoli di carta igienica finiti, tre tappi di plastica, un po’ di colla, qualche pennarello. Cose da scuola materna o da missione umanitaria in un paese del terzo mondo. Invece via alle celebrazioni e agli applausi: abbiamo fatto creatività, abbiamo fatto scienza, abbiamo fatto innovazione.
O meglio: abbiamo fatto STEAM. Ecco, l’immancabile STEAM: STEM più la A di arte. In teoria, nulla da obiettare. Il rapporto tra scienza, arte, design e creatività è importante. Il problema nasce quando la A non arricchisce la scienza, ma la sostituisce. Quando diventa un modo elegante per evitare matematica, tecnologia, esperimento, precisione, fatica cognitiva. Quando una fiera della scienza si trasforma in una fiera del lavoretto. A quel punto non stiamo integrando i saperi. Stiamo annacquando tutto a beneficio della maestra Concetta (nome ipotetico ma stranamente molto diffuso alle primarie) che non era brava in matematica e per questa ha fatto “scienze” dell’educazione.
Poi c’è la retorica. L’iniziativa viene presentata dal solito Tavecchio delle STEM, quello che sale sul palco e, con aria illuminata, spiega che è stato dato spazio anche alle bambine perché le STEM non sono solo per i maschi. Grazie al c.zzo. Davvero. Siamo commossi.
Il punto non è “dare spazio anche alle bambine”, come se fossero ospiti tollerate in un territorio maschile. Il punto è costruire un ambiente in cui bambine e bambini facciano scienza sul serio. In cui una bambina possa montare un circuito, programmare un sensore, smontare un oggetto, misurare una reazione, capire perché qualcosa funziona o non funziona. Non essere celebrata simbolicamente mentre incolla tappi di plastica (rosa) su un cartone (viola). La parità non si ottiene abbassando il livello e aggiungendo una frase inclusiva nella presentazione. Si ottiene dando accesso reale agli strumenti, alle competenze, al linguaggio e alla pratica della scienza.
Ieri, invece, ho visto anche altro: bambini spesso maleducati, poco abituati all’ascolto, alla concentrazione, al rispetto di chi prova a spiegare. E famiglie largamente disinteressate, presenti fisicamente ma assenti culturalmente. Genitori che guardano il telefono, chiacchierano, sorridono perché “che carini i bambini”, ma senza chiedersi se quell’esperienza stia davvero insegnando qualcosa.
Non è moralismo. È capitale umano. Se ogni attività scolastica è considerata buona purché sia “simpatica”, “creativa”, “inclusiva” e “partecipata”, allora il problema è enorme. Perché inclusione senza qualità è solo gestione gentile del declino. E creatività senza competenze è intrattenimento.
Il pezzo di Francesco Billari sul Corriere (qui allegato) dice una cosa semplice e durissima: l’Italia è un Paese sempre più vecchio e sempre più ignorante. Abbiamo pochi figli, pochi laureati, competenze in calo e disuguaglianze territoriali e sociali persistenti. In una situazione demografica di questo tipo, ogni bambino conta di più. Ogni ora di scuola pesa di più. Ogni occasione educativa sprecata è più grave.
Altri Paesi con problemi demografici simili ai nostri stanno investendo sui giovani. Noi spesso ci accontentiamo della messinscena: il progetto, il bando, la fondazione, la foto, il laboratorio, la parola inglese, la retorica dell’innovazione. Ma sotto resta poco. Pochi strumenti. Poca preparazione. Poco rigore. Poca ambizione.
E soprattutto una grande paura di dire che non tutto va bene. Che un progetto può essere lodevole nelle intenzioni e pessimo nella realizzazione. Che non basta portare “le STEM” a scuola se poi non c’è scienza. Che non basta parlare di bambine se poi non si danno loro strumenti veri. Che non basta dire STEAM se poi l’unica cosa che resta è un lavoretto da portare a casa.
La scuola italiana non ha bisogno di altre scenografie educative. Ha bisogno di sostanza. Ha bisogno di insegnanti ed educatori pagati meglio, selezionati meglio, formati meglio e sostenuti meglio. Ha bisogno di laboratori veri, non simbolici. Ha bisogno di più tempo scolastico di qualità. Ha bisogno di un curricolo meno frammentato e più solido. Ha bisogno di portare tutti, davvero tutti, più vicino alla soglia dell’università. Ha bisogno di dare ai bambini il gusto della difficoltà, non solo il conforto dell’espressione libera.
Perché la scienza è anche fatica. È attenzione. È precisione. È disciplina. È fallimento. È il momento in cui qualcosa non funziona e devi capire perché. È il contrario del “bravo, bellissimo” detto automaticamente davanti a un oggetto senza senso costruito con materiale di recupero.
Qualcuno dirà: meglio questo che niente. Non sono d’accordo. “Meglio questo che niente” è diventata la formula con cui giustifichiamo tutto: scuole senza strumenti, progetti senza qualità, educatori sottopagati, famiglie assenti, bambini non guidati, retorica al posto del contenuto. Ma quando un Paese è già in declino demografico e cognitivo, il “meglio che niente” non basta più. Diventa parte del problema.
Una fiera della scienza dovrebbe lasciare nei bambini una domanda nuova, non un oggetto da buttare. Dovrebbe far vedere che il mondo si può capire, misurare, trasformare. Dovrebbe far intuire che dietro una luce che si accende c’è un circuito, dietro un ponte che regge c’è una struttura, dietro un’app c’è codice, dietro un esperimento c’è un metodo.
Ieri ho visto buone intenzioni, retorica, povertà materiale e culturale. Ho visto adulti che si accontentano troppo facilmente. Ho visto bambini a cui non stiamo chiedendo abbastanza. Ho visto una scuola che vorrebbe parlare il linguaggio del futuro, ma spesso non ha nemmeno gli strumenti minimi del presente.
E questa è la cosa più triste: non la singola fiera riuscita male, ma il fatto che sembri normale. Non lo è. Ripeto: non lo è!
Se vogliamo davvero investire sui giovani, dobbiamo smettere di confondere l’innovazione con la sua rappresentazione. Dobbiamo pretendere più scienza nelle fiere della scienza, più tecnologia nei laboratori di tecnologia, più matematica quando parliamo di competenze, più serietà quando diciamo inclusione. Altrimenti continueremo a raccontarci che stiamo preparando i bambini al futuro, mentre li intratteniamo con due rotoli di carta igienica e tre tappi di plastica.