Siamo diventati marxisti individualisti?

A prima vista è un ossimoro. Marxismo e individualismo appartengono a tradizioni quasi opposte. Il primo legge la società attraverso classi, strutture economiche e rapporti di potere; il secondo mette al centro l’individuo, la sua autonomia e il suo diritto di scegliere.

Eppure una parte importante della cultura occidentale contemporanea sembra essere arrivata proprio qui: a una combinazione di individualismo radicale nelle scelte e determinismo sociale nella spiegazione delle conseguenze.

Non siamo diventati marxisti nel senso economico del termine. Le nostre economie rimangono capitalistiche, la proprietà privata è saldamente al centro dell’ordinamento economico e il mercato continua a organizzare la maggior parte della produzione e dello scambio. Anzi, sotto molti aspetti siamo più individualisti e più capitalisti di quanto lo siano mai state le generazioni precedenti.

Ma è cambiato il modo in cui pensiamo la relazione tra individuo e società.

Partiamo dall’individuo. Uno dei grandi movimenti culturali degli ultimi decenni è stato l’allargamento progressivo della sfera della scelta personale. Sempre più aspetti della vita, un tempo regolati dalla famiglia, dalla religione, dalla comunità o dalle convenzioni sociali, sono diventati materia di autodeterminazione.

Quale lavoro fare. Dove vivere. Con chi vivere. Se sposarsi. Se avere figli. Come definire la propria identità. Quali valori seguire. A quali comunità appartenere.

La direzione è chiara: dalla vita ricevuta alla vita scelta. Fin qui siamo molto più vicini a John Stuart Mill che a Karl Marx.

Ma osserviamo cosa accade quando passiamo dalle scelte alle conseguenze. Le differenze tra individui vengono interpretate sempre meno come il risultato di una combinazione di talento, fortuna, impegno, preferenze e decisioni personali. Cerchiamo invece le condizioni di partenza, le istituzioni, la famiglia, il genere, il luogo di nascita, il capitale economico e culturale, le discriminazioni, i rapporti di potere. In altre parole, dietro l’individuo cerchiamo la struttura. È qui che, in senso molto lato, ricompare Marx.

L’intuizione è importante e spesso corretta: ciò che appare come il risultato di decisioni individuali può essere influenzato profondamente da condizioni che l’individuo non ha scelto. Il problema comincia quando questa intuizione diventa una spiegazione universale. Se qualcosa va male, deve esserci una struttura che lo ha prodotto. Se non ottengo ciò che desidero, qualcuno o qualcosa deve avermelo impedito. Se la realtà contraddice le mie aspettative, la causa tende a essere cercata fuori da me.

Siamo così diventati, almeno culturalmente, vittime potenziali di quasi tutto: del mercato, delle élite, degli algoritmi, della globalizzazione, della politica, delle multinazionali, dei media, della scuola, della famiglia, delle generazioni precedenti. Alcune di queste forze esistono davvero e condizionano le nostre vite. Il salto logico avviene quando il condizionamento diventa determinazione e la spiegazione si trasforma in assoluzione. La condizione di vittima, infatti, separa le conseguenze dalla responsabilità e può diventare una forma di riconoscimento sociale.

Da qui nasce anche una predisposizione al complottismo. Non soltanto quello delle società segrete e dei piani occulti, ma una versione più quotidiana: la convinzione che dietro ogni fenomeno complesso debba esserci qualcuno che lo ha voluto. È difficile accettare che molte cose accadano senza che nessuno le abbia progettate; che sistemi complessi producano conseguenze non intenzionali; che milioni di decisioni indipendenti generino risultati che nessuno controlla; che una crisi possa nascere da incentivi sbagliati, errori, inerzia, caso e incompetenza anziché da un piano. Il complotto rende semplice ciò che è complesso e, soprattutto, identifica un colpevole.

Mentre attribuiamo crescente importanza a grandi battaglie simboliche, spesso internazionali e lontane dalla nostra esperienza quotidiana, sembriamo avere sempre meno energia per i problemi davanti alla porta di casa. Possiamo discutere per ore di una controversia politica dall’altra parte del mondo e ignorare la scuola mediocre a cinquecento metri da casa. Possiamo indignarci per una dichiarazione pronunciata in un altro continente e non sapere come viene amministrato il nostro comune. Possiamo avere opinioni dettagliate sulle grandi ingiustizie globali e non conoscere le istituzioni che determinano concretamente la qualità della nostra vita.

Non perché i problemi internazionali siano irrilevanti. Alcuni sono enormi e meritano attenzione. La differenza è un’altra: i problemi lontani consentono spesso una partecipazione a basso costo; quelli vicini chiedono qualcosa. È relativamente facile pubblicare un messaggio, cambiare un’immagine del profilo, firmare un appello, scegliere un hashtag, dichiararsi dalla parte giusta. È molto più faticoso partecipare a un’assemblea di quartiere, leggere un bilancio comunale, capire perché una scuola funziona male, chiamare i vigili urbani per un comportamento scorretto del vicino di casa, occuparsi di un anziano solo o presentarsi a una riunione noiosa e tornarci il mese successivo.

La politica simbolica richiede una posizione. La politica reale richiede tempo. E il tempo è costoso. Possiamo così essere politicamente mobilitatissimi e civicamente passivi. Le nostre battaglie diventano sempre più specifiche, linguistiche e simboliche. A volte riguardano gruppi minuscoli o questioni estremamente circoscritte.

Non è la dimensione numerica a renderle irrilevanti: una società civile si giudica anche da come protegge le minoranze. La domanda è un’altra: perché alcune questioni marginali occupano una quantità sproporzionata della nostra attenzione? Una possibile risposta è che non usiamo più la politica soltanto per cambiare il mondo. La usiamo per dire chi siamo.

Una battaglia politica può diventare un bene identitario. Sostenere una causa comunica qualcosa agli altri: sono progressista, conservatore, cosmopolita, patriota, ambientalista, femminista, libertario, anticapitalista, europeista, anti-establishment.

A quel punto il contenuto concreto della questione rischia di diventare secondario. La sua funzione principale non è più produrre una conseguenza nel mondo, ma collocarci moralmente al suo interno. Non difendiamo necessariamente un valore: esibiamo un’identità.

La distinzione è fondamentale. Un valore costa. Se credo nella solidarietà, prima o poi dovrò rinunciare a qualcosa per qualcun altro. Se credo nell’ambiente, alcune comodità dovranno diventare negoziabili. Se credo nella libertà di espressione, dovrò difenderla anche quando parla qualcuno che detesto. Se credo nella responsabilità personale, dovrò applicarla anche a me stesso.

L’identità, invece, può essere molto più economica. Posso dichiarare un principio senza sopportarne il costo. Da qui nasce un mercato delle identità morali: cerchiamo cause sempre più precise attraverso le quali distinguerci, riconoscerci e trovare il nostro gruppo. Paradossalmente, più diventiamo individualisti, più abbiamo bisogno di tribù.

Le tribù contemporanee non sono necessariamente costruite attorno al luogo in cui viviamo, al mestiere che facciamo o alle persone che incontriamo. Possono essere comunità globali di persone che condividono simboli, linguaggi, nemici e indignazioni.

Possiamo sentirci parte di una battaglia combattuta a diecimila chilometri di distanza e non conoscere la persona che abita nell’appartamento accanto.

È un individualismo tribale.

E qui il “marxismo individualista” raggiunge la sua forma più curiosa. Da un lato l’individuo rivendica un’autonomia sempre maggiore nel definire se stesso; dall’altro interpreta la propria condizione attraverso categorie collettive di oppressione, privilegio, appartenenza e potere.

Vuole essere unico e, nello stesso tempo, spiegato dal gruppo al quale appartiene. Vuole scegliere la propria identità, ma anche che quella identità venga riconosciuta socialmente. Vuole essere libero dalle conseguenze delle norme collettive, ma chiede alla collettività di proteggerlo dalle conseguenze di molte scelte individuali.

Questa tensione non appartiene esclusivamente alla destra o alla sinistra. Cambiano le vittime, i complotti, le élite accusate e le battaglie identitarie, ma il meccanismo può essere simile. Ognuno ha il proprio establishment che manipola, la propria minoranza perseguitata, la propria verità censurata, il proprio evento internazionale sul quale prendere posizione.

Il punto non è stabilire che tutte queste rivendicazioni siano false. È chiedersi quale funzione svolgano per noi.

Vogliamo davvero cambiare qualcosa o vogliamo soprattutto sapere da che parte stare?

La domanda sposta l’attenzione dalla moralità delle opinioni al costo dei comportamenti. Dovremmo misurare la serietà dei nostri valori non dall’intensità con cui li dichiariamo, ma da quanto siamo disposti a pagare per essi: tempo, denaro, reputazione, comodità, attenzione, responsabilità.

Se una convinzione non ci costa mai nulla, può certamente essere sincera. Ma potrebbe anche essere soltanto decorativa.

Uno dei grandi paradossi della società occidentale contemporanea è proprio questo: non abbiamo mai avuto così tante possibilità di esprimere ciò in cui crediamo e così pochi incentivi a dimostrarlo con quello che facciamo.

Siamo diventati abilissimi nel prendere posizione, molto meno nel prenderci responsabilità.

E forse il vero contrario dell’individualismo non è il collettivismo. È l’impegno. Perché impegnarsi significa accettare che una parte, magari piccola, del mondo che critichiamo dipende anche da ciò che siamo disposti a fare noi.

Bocciare serve davvero?

Bocciare uno studente significa, almeno in teoria, concedergli più tempo. Se alla fine dell’anno non ha imparato abbastanza per affrontare quello successivo, promuoverlo rischia di trasformare una difficoltà temporanea in uno svantaggio permanente: nuovi argomenti si aggiungeranno a quelli che non ha ancora capito e la distanza dai compagni potrebbe aumentare. Fargli ripetere l’anno segue quindi una logica piuttosto intuitiva. Prima consolidiamo ciò che manca, poi ripartiamo. Ma funziona?

Rispondere confrontando gli studenti bocciati con quelli promossi servirebbe a poco. Chi viene bocciato ha generalmente risultati scolastici peggiori già in partenza e può differire dagli altri per condizioni familiari, difficoltà comportamentali, motivazione e molte altre caratteristiche che siamo incapaci di osservare completamente. Se dieci anni dopo scopriamo che ha abbandonato più frequentemente la scuola, non sappiamo quanto attribuire alla bocciatura e quanto alle ragioni che avevano reso più probabile bocciarlo. È il classico problema che rende così difficile stabilire relazioni causali nelle scienze sociali.

Un nuovo studio di Jiee Zhong, appena pubblicato sull’American Economic Journal: Applied Economics, trova un modo particolarmente convincente per aggirarlo. Per alcuni anni, in Texas, la promozione degli studenti di terza elementare dipendeva anche dal superamento di una determinata soglia in un test standardizzato di lettura. Consideriamo allora due bambini che ottengono risultati quasi identici: uno appena sopra la soglia e l’altro appena sotto. È difficile sostenere che una differenza così piccola nel punteggio riveli due tipi radicalmente diversi di studenti. Eppure trovarsi da una parte o dall’altra della soglia modificava sensibilmente la probabilità di dover ripetere l’anno.

Questa discontinuità permette a Zhong di avvicinarsi a qualcosa che nella scuola reale sarebbe quasi impossibile organizzare sperimentalmente. Invece di confrontare genericamente promossi e bocciati, confronta studenti molto simili che, a causa di una regola amministrativa, hanno probabilità differenti di ripetere la terza elementare. È una strategia nota agli economisti come regression discontinuity design e, con le dovute condizioni, permette di attribuire causalmente alla bocciatura le differenze che emergono proprio intorno alla soglia.

I primi risultati sembrano dare ragione alla logica della bocciatura. Gli studenti trattenuti migliorano nei test successivi. Non è difficile capire perché: hanno avuto un anno in più per consolidare competenze che non avevano acquisito e affrontano nuovamente contenuti almeno in parte familiari. Se la valutazione della politica terminasse qui, avremmo quindi una conclusione piuttosto rassicurante. Uno studente era rimasto indietro, gli abbiamo dato più tempo e il suo rendimento è migliorato.

Il punto interessante del lavoro di Zhong è che non termina qui. Gli stessi studenti possono essere seguiti per molti anni e, allargando progressivamente l’orizzonte, la storia cambia. Gli studenti che hanno ripetuto l’anno accumulano più assenze e mostrano alcuni peggioramenti negli indicatori comportamentali. Soprattutto, diminuisce la probabilità che conseguano il diploma di scuola superiore. Quando infine i dati scolastici vengono collegati a quelli sul mercato del lavoro, emerge una conseguenza ancora più sorprendente: a 26 anni, gli studenti trattenuti guadagnano circa 3.500 dollari in meno all’anno, una differenza corrispondente a circa il 19 per cento dei guadagni medi del gruppo utilizzato per il confronto.

Non c’è necessariamente una contraddizione tra il miglioramento iniziale nei test e questi risultati successivi. Una bocciatura modifica contemporaneamente molte cose. Offre più tempo per imparare, ma rende anche lo studente più anziano rispetto ai compagni, cambia il gruppo dei pari, posticipa il diploma e altera il momento in cui vengono raggiunte alcune soglie legali importanti. Nel contesto studiato da Zhong, un meccanismo sembra avere particolare rilievo: chi ha ripetuto un anno raggiunge l’età alla quale può legalmente lasciare la scuola avendo completato meno istruzione. Il miglioramento iniziale delle competenze può quindi convivere con una maggiore probabilità di interrompere successivamente gli studi; e quest’ultima, a sua volta, può contribuire a spiegare i minori guadagni osservati nell’età adulta.

Questo non significa che il nuovo studio abbia dimostrato che bocciare sia sempre dannoso. L’effetto viene identificato per studenti texani di terza elementare che si trovavano vicino a una specifica soglia di rendimento, all’interno di un particolare sistema scolastico. Non sappiamo se la stessa cosa accadrebbe a uno studente italiano di sedici anni, né se gli effetti sarebbero identici in un sistema in cui alla ripetizione dell’anno si accompagnassero interventi educativi differenti. Anche la letteratura precedente invita alla cautela: altri studi quasi sperimentali hanno trovato effetti che variano a seconda dell’età degli studenti, delle istituzioni scolastiche e soprattutto dell’orizzonte temporale considerato.

Ed è proprio qui che il paper diventa interessante anche per chi non si occupa di scuola. La domanda apparentemente semplice — “bocciare funziona?” — nasconde una decisione che il ricercatore deve prendere prima ancora di analizzare i dati: che cosa significa “funzionare”? Se scegliamo come risultato il punteggio in un test sostenuto poco dopo la bocciatura, possiamo ottenere una risposta positiva. Se osserviamo il completamento della scuola superiore, la risposta può cambiare. Se aspettiamo ancora e misuriamo il reddito da adulti, può cambiare nuovamente.

Non è un dettaglio metodologico. Lo stesso problema compare continuamente quando cerchiamo di valutare una politica pubblica. Un incentivo economico può aumentare immediatamente il comportamento che vogliamo incoraggiare e perdere efficacia quando l’incentivo scompare. Un programma di formazione può sembrare inutile dopo sei mesi e produrre effetti sull’occupazione diversi dopo cinque anni. Un intervento educativo può aumentare i risultati nei test senza produrre necessariamente gli stessi miglioramenti negli esiti che ci interessano da adulti. Una politica non possiede quindi un unico “effetto”: produce una sequenza di conseguenze, su dimensioni diverse e in momenti diversi.

Il lavoro di Zhong non chiude perciò il dibattito sulla bocciatura. Fa qualcosa di più utile: mostra perché il modo in cui formuliamo la domanda può determinare la risposta che troviamo. Se avessimo osservato soltanto i risultati scolastici immediatamente successivi, avremmo raccontato una storia di successo. Seguendo gli stessi bambini fino all’età adulta, quella storia diventa molto più complessa.

Forse è questa la conclusione più generale. Quando sentiamo dire che uno studio ha dimostrato che una politica “funziona”, la domanda successiva non dovrebbe essere soltanto quanto sia grande l’effetto. Dovremmo chiedere: su che cosa è stato misurato, per chi e dopo quanto tempo?

A volte basta cambiare l’orizzonte per cambiare la risposta.

LE FONTI

Jiee Zhong (2026), “Early Grade Retention Harms Adult Earnings”, American Economic Journal: Applied Economics.
È il lavoro al centro dell’articolo. Utilizza una discontinuità nella regola di promozione degli studenti texani per stimare gli effetti causali della retention e segue gli esiti fino all’età adulta.

Brian Jacob e Lars Lefgren (2009), “The Effect of Grade Retention on High School Completion”, American Economic Journal: Applied Economics.
Un importante studio precedente che utilizza anch’esso soglie nei test per studiare gli effetti della retention, mostrando in particolare come i risultati possano differire a seconda dell’età in cui lo studente viene trattenuto.

Guido Schwerdt, Martin West e Marcus Winters (2017), “The Effects of Test-Based Retention on Student Outcomes over Time: Regression Discontinuity Evidence from Florida”, Journal of Public Economics.
Studia una politica analoga in Florida e permette di confrontare gli effetti della retention in contesti e orizzonti temporali differenti.

Questo articolo è stato realizzato con l’assistenza dell’intelligenza artificiale nella ricerca della letteratura, nell’analisi delle fonti e nella preparazione del testo. Le fonti e il contenuto finale sono sottoposti alla verifica e all’approvazione della direzione scientifica prima della pubblicazione.

Diseguaglianza

Negli ultimi anni la disuguaglianza è tornata al centro del dibattito pubblico. Si parla della ricchezza dei miliardari, dell’aumento dei prezzi delle case, dei salari che crescono poco, delle eredità e della distanza tra chi si trova nella parte alta e chi nella parte bassa della distribuzione. Ma quando discutiamo di disuguaglianza tendiamo quasi sempre a guardare soltanto al presente. La storia economica permette invece di cambiare prospettiva e di porre una domanda più interessante: quanto è eccezionale la disuguaglianza che osserviamo oggi rispetto a quella delle società del passato? La risposta è meno semplice di quanto sembri, perché prima di confrontare epoche diverse dobbiamo chiarire che cosa stiamo misurando. Reddito e ricchezza, per esempio, vengono continuamente confusi, ma sono grandezze diverse. Il reddito è un flusso: ciò che una persona riceve durante un certo periodo sotto forma di salario, reddito da lavoro autonomo, pensione, interessi, dividendi o affitti. La ricchezza è invece uno stock: il valore di ciò che una persona possiede in un determinato momento, come immobili e attività finanziarie, al netto dei debiti. Un giovane calciatore che guadagna 200.000 euro all’anno ma non possiede ancora praticamente nulla può trovarsi molto in alto nella distribuzione dei redditi e relativamente in basso in quella della ricchezza; un pensionato con un reddito modesto che abbia ereditato un appartamento di grande valore può trovarsi nella situazione opposta. Anche il frequente confronto tra il patrimonio di un miliardario e il PIL di un piccolo paese deve quindi essere interpretato con prudenza: il primo è uno stock, il secondo è un flusso annuale.

Una seconda difficoltà riguarda il modo in cui misuriamo la disuguaglianza. Uno degli strumenti più utilizzati è il coefficiente di Gini, dal nome dello statistico italiano Corrado Gini. Nella sua formulazione standard varia tra zero e uno: zero indica perfetta uguaglianza, mentre valori più elevati indicano una distribuzione sempre più concentrata. Il Gini è estremamente utile, ma misura una cosa molto precisa: la disuguaglianza relativa. Non misura quanto una società sia ricca. Due società possono quindi avere lo stesso Gini e condizioni materiali completamente differenti. Se nella prima il reddito medio è appena superiore a quello necessario per sopravvivere e nella seconda è decine di volte superiore, il grado relativo di disuguaglianza può essere identico, ma la condizione di chi si trova nella parte bassa della distribuzione è radicalmente diversa. È proprio questo problema che rende particolarmente interessante un contributo di Branko Milanovic e, successivamente, di Milanovic, Peter Lindert e Jeffrey Williamson: il concetto di inequality possibility frontier, cioè la frontiera della disuguaglianza possibile. L’idea è semplice. In una società estremamente povera quasi tutto il reddito serve a mantenere in vita la popolazione. Se la maggior parte delle persone deve ricevere almeno un minimo di sussistenza, l’élite non può appropriarsi di una quota arbitrariamente elevata del reddito totale, perché sotto quel minimo le persone semplicemente non sopravviverebbero. Quando invece il reddito medio aumenta, cresce il surplus disponibile sopra la sussistenza e aumenta quindi anche la disuguaglianza teoricamente possibile. Una società più ricca, paradossalmente, può permettersi di essere molto più diseguale di una società poverissima.

Da questa intuizione deriva un concetto ancora più interessante, l’inequality extraction ratio: il rapporto tra la disuguaglianza effettivamente osservata e quella massima teoricamente possibile dato il livello di reddito della società. La domanda non è più soltanto “quanto era diseguale questa società?”, ma “quanta parte del surplus disponibile veniva effettivamente appropriata dalle élite?”. Applicando questo approccio a società come Roma antica, Bisanzio, l’Inghilterra medievale e moderna e diverse economie coloniali, gli autori mostrano che alcune società del passato si trovavano relativamente vicine alla loro frontiera di massima disuguaglianza possibile. Questo non significa che il loro coefficiente di Gini fosse sempre più alto di quello delle società contemporanee. È un punto importante, perché dire semplicemente che “nel passato c’era più disuguaglianza” sarebbe troppo grossolano. Il risultato più interessante è un altro: in una società molto povera anche una disuguaglianza apparentemente moderata poteva significare che una quota enorme del piccolo surplus disponibile sopra la sussistenza era concentrata nelle mani di una minoranza. In altre parole, lo stesso valore del Gini può avere implicazioni sociali molto diverse a seconda di quanto è ricca la società a cui viene applicato.

Questo porta a una distinzione essenziale tra disuguaglianza e povertà. Una società può diventare più diseguale mentre i redditi di quasi tutti aumentano, oppure può diventare più eguale perché i redditi più elevati diminuiscono senza che quelli dei poveri migliorino. Un indice distributivo, da solo, non permette di distinguere questi casi. Conta come viene divisa la torta, ma conta anche quanto è grande la torta. Per gran parte della storia umana il problema fondamentale non era soltanto che le risorse fossero distribuite in modo diseguale: era che le risorse disponibili erano molto scarse. Nelle economie preindustriali una parte enorme della popolazione viveva relativamente vicina alla sussistenza, e una cattiva annata agricola, una variazione del prezzo dei cereali o una malattia potevano avere conseguenze devastanti. La crescita economica moderna non ha eliminato la disuguaglianza, ma ha aumentato enormemente il livello medio delle risorse disponibili. Per questo confrontare esclusivamente la forma della distribuzione senza considerare il livello assoluto dei redditi rischia di farci perdere una parte essenziale della storia.

C’è inoltre un’altra differenza tra passato e presente. Nelle società preindustriali la disuguaglianza economica era spesso accompagnata da disuguaglianze giuridiche e sociali istituzionalizzate: schiavitù, servitù, privilegi ereditari, società divise in ordini e sistemi di caste. In questi contesti la posizione economica di una persona dipendeva molto più rigidamente dalla nascita e dallo status giuridico. Il coefficiente di Gini non misura nulla di tutto questo: non misura la libertà personale, i diritti politici, la mobilità sociale o l’uguaglianza davanti alla legge. Anche da questo punto di vista, quindi, due società con lo stesso Gini possono essere profondamente diverse.

La rivoluzione industriale modifica ancora il quadro. Tra Ottocento e Novecento alcune economie, inizialmente soprattutto nell’Europa nord-occidentale e successivamente in Nord America e in altre regioni, iniziano a crescere molto più rapidamente di altre. È la cosiddetta Great Divergence. Una parte crescente della disuguaglianza mondiale non dipende più soltanto dalle differenze tra ricchi e poveri all’interno dello stesso paese, ma dalle enormi differenze di reddito medio tra paesi. Questo porta a distinguere due componenti della disuguaglianza globale: quella within-country, cioè all’interno dei singoli paesi, e quella between-country, cioè tra paesi diversi. Durante una parte importante del Novecento il luogo in cui una persona viveva era fortemente associato alla sua posizione nella distribuzione mondiale dei redditi. Non significa che il reddito individuale fosse determinato dalla nazionalità, ma che vivere in un’economia ad alta produttività rappresentava un enorme vantaggio rispetto al vivere in una società molto povera. Da qui nasce anche una domanda normativa interessante: perché dovremmo preoccuparci molto della distanza economica tra due persone nate entro gli stessi confini nazionali e molto meno della distanza, magari assai maggiore, tra due persone separate da una frontiera? L’economia non può rispondere da sola, ma può almeno rendere visibile il problema.

Negli ultimi decenni il quadro globale è cambiato ancora. La rapida crescita di grandi economie asiatiche, soprattutto della Cina, ha ridotto una parte delle enormi differenze internazionali create durante la Great Divergence. Le ricostruzioni più recenti mostrano che, a partire circa dagli anni Ottanta, la componente della disuguaglianza mondiale dovuta alle differenze tra paesi è diminuita sensibilmente. Nello stesso periodo, però, in molti paesi è aumentata la disuguaglianza interna. Le due cose possono avvenire contemporaneamente: la distanza tra ricchi e poveri all’interno di un paese può aumentare mentre la distanza media tra gli abitanti di paesi diversi diminuisce. Per questo affermazioni come “la globalizzazione ha aumentato la disuguaglianza” o “la globalizzazione l’ha ridotta” sono troppo vaghe. Dipende da quale disuguaglianza stiamo osservando. Inoltre sarebbe eccessivo attribuire causalmente tutta la convergenza internazionale alla sola globalizzazione: la crescita di Cina, India e altre economie asiatiche è stata il risultato di apertura commerciale, industrializzazione, accumulazione di capitale, urbanizzazione, istruzione, riforme interne e trasformazioni istituzionali.

Lo stesso vale per la povertà. Negli ultimi decenni la povertà estrema mondiale è diminuita in misura straordinaria. Con l’attuale soglia internazionale della World Bank, fissata a 3 dollari al giorno in dollari internazionali 2021, tra il 1990 e il 2022 circa un miliardo e mezzo di persone sono uscite dalla povertà estrema. Questo non significa che il problema sia risolto: centinaia di milioni di persone rimangono sotto quella soglia e negli anni più recenti il progresso si è fortemente rallentato. Ma dal punto di vista storico il cambiamento resta enorme. E qui appare chiaramente la differenza tra povertà e disuguaglianza. È perfettamente possibile che la concentrazione dei redditi aumenti in un paese e che contemporaneamente milioni di persone escano dalla povertà. Se osserviamo soltanto una delle due dimensioni, perdiamo una parte della storia.

Quando passiamo dal reddito alla ricchezza, il quadro cambia ulteriormente. La ricchezza è generalmente molto più concentrata del reddito perché si accumula nel tempo, può essere ereditata, genera rendimenti e dipende fortemente dall’età, dal debito e dal valore degli immobili e delle attività finanziarie. Una giovane professionista può avere un reddito elevato ma poca ricchezza netta perché ha un grande mutuo; una persona anziana può avere una pensione modesta ma possedere una casa di grande valore senza debiti. Per questo le classifiche della ricchezza mondiale possono produrre risultati molto diversi da quelle basate sul reddito. E proprio l’housing, cioè la ricchezza immobiliare, introduce una questione particolarmente importante nel dibattito contemporaneo. Se una casa che valeva 300.000 euro arriva a valerne 600.000, il patrimonio del proprietario aumenta di 300.000 euro, ma l’economia non dispone di una casa in più. È aumentato il prezzo di un’attività esistente. Gli studi di Katharina Knoll, Moritz Schularick e Thomas Steger mostrano che nei paesi avanzati il forte aumento dei prezzi reali delle abitazioni nel secondo dopoguerra è stato determinato in larga misura dall’aumento del valore della terra, più che dall’aumento dei costi di costruzione. Questo è rilevante perché una parte dell’aumento della ricchezza privata può riflettere la rivalutazione di asset esistenti piuttosto che la creazione di nuovo capitale produttivo.

È qui che il dibattito incontra Thomas Piketty. Uno dei risultati più famosi di Capital in the Twenty-First Century è sintetizzato nella formula r > g, dove r indica il rendimento del capitale e g il tasso di crescita dell’economia. L’intuizione è che, quando i patrimoni generano rendimenti superiori alla crescita del reddito complessivo, possono emergere forze che favoriscono la persistenza e la concentrazione della ricchezza. Ma questa relazione non implica automaticamente che la disuguaglianza debba aumentare senza limiti. I proprietari del capitale consumano, pagano imposte, lasciano eredità che possono essere divise tra più persone, affrontano rendimenti differenti e possono vedere i propri patrimoni perdere valore. Il comportamento del risparmio, la tassazione, le istituzioni, la tecnologia e la struttura dei mercati contano. Lo stesso Piketty ha successivamente chiarito che r > g va interpretato come una forza di amplificazione, non come una legge deterministica. Le critiche successive hanno insistito proprio su questi punti. Acemoglu e Robinson hanno sottolineato il ruolo delle istituzioni e della tecnologia; Krusell e Smith hanno discusso le ipotesi sul risparmio; Matthew Rognlie e altri hanno mostrato quanto una parte importante dell’aumento del capitale e della quota dei redditi da capitale nelle economie avanzate sia legata all’housing. La conclusione interessante non è quindi che Piketty abbia semplicemente “scoperto il boom immobiliare”, ma che per capire l’aumento della ricchezza dobbiamo distinguere tra accumulazione di nuovo capitale e rivalutazione di attività esistenti.

A questo punto diventa chiaro perché la domanda “la disuguaglianza è buona o cattiva?” sia troppo semplice. Due società possono avere lo stesso coefficiente di Gini ma arrivarci attraverso meccanismi completamente diversi. In una, le differenze possono derivare soprattutto da innovazione, istruzione e rischio imprenditoriale; nell’altra, da rendite monopolistiche, privilegi politici, discriminazione o corruzione. Il numero finale può essere identico, ma l’economia sottostante è completamente diversa. Lo stesso vale per la distinzione tra disuguaglianza dei risultati e disuguaglianza delle opportunità. L’economia positiva può misurare queste differenze, studiarne le cause e analizzarne le conseguenze, ma non può stabilire da sola quale distribuzione sia socialmente desiderabile: per farlo bisogna introdurre inevitabilmente criteri normativi.

Per questo, invece di chiedere soltanto quanto una società sia diseguale, sarebbe meglio porre almeno tre domande. La prima è quanto hanno le persone, cioè quale sia il livello assoluto del benessere materiale e quante persone vivano in condizioni di grave povertà. La seconda è quanto siano distanti tra loro, cioè come siano distribuiti reddito e ricchezza. La terza, forse la più importante, è perché siano distanti: per istruzione, innovazione, eredità, rendite, discriminazioni, prezzi immobiliari, differenze di produttività o privilegi istituzionali? Queste tre domande non sono equivalenti e possono produrre risposte molto diverse. Una società può diventare più ricca e più diseguale, può diventare più eguale e più povera, può ridurre drasticamente la povertà mentre aumenta la quota di reddito del top 1 per cento, oppure può sperimentare una diminuzione delle differenze tra paesi insieme a un aumento delle differenze interne.

La storia economica ci insegna quindi soprattutto a diffidare delle spiegazioni basate su un solo numero. La stessa misura di disuguaglianza può avere conseguenze molto diverse in una società vicina alla sussistenza e in una società ricca; crescita e distribuzione sono fenomeni distinti; la disuguaglianza nazionale non coincide con quella globale; reddito e patrimonio raccontano storie differenti; e, soprattutto, il modo in cui una certa distribuzione viene prodotta conta almeno quanto la distribuzione stessa. Per gran parte della storia umana una quota molto ampia della popolazione viveva vicino alla sussistenza. La crescita economica moderna ha trasformato radicalmente questa condizione, prima in una parte relativamente piccola del mondo e poi, negli ultimi decenni, anche in grandi regioni dell’Asia. Questo non significa che i problemi distributivi siano scomparsi. Significa che possiamo vivere contemporaneamente in un mondo enormemente più ricco, con molta meno povertà estrema, e continuare ad avere livelli elevati o crescenti di concentrazione del reddito e soprattutto della ricchezza. Non c’è alcuna contraddizione.

Per questo, quando sentiamo dire che “la disuguaglianza è aumentata” o che “la disuguaglianza è diminuita”, la prima domanda dovrebbe essere: quale disuguaglianza? Di reddito o di patrimonio? All’interno di un paese o nel mondo? Misurata relativamente o in termini assoluti? In una società con quale livello medio di reddito? E soprattutto prodotta da quali meccanismi? Soltanto dopo aver risposto a queste domande possiamo capire davvero che cosa i numeri stanno raccontando.

La mia ricerca

Nel modello economico standard, le scelte individuali derivano dall’interazione tra preferenze, credenze, informazioni e vincoli. In forma sintetica, un individuo sceglie l’azione che massimizza l’utilità attesa date le proprie preferenze, le credenze sugli stati del mondo e l’insieme delle alternative disponibili. Le preferenze rappresentano quindi una componente fondamentale del processo decisionale, ma non sono direttamente osservabili: vengono inferite a partire dalle scelte. Per questo motivo, una variazione nel comportamento non può essere automaticamente interpretata come una variazione delle preferenze, poiché può riflettere anche cambiamenti nelle informazioni, nelle credenze, nei vincoli o nel contesto decisionale.

Una parte importante dell’economia comportamentale consiste precisamente nell’“aprire” questa black box. Da un lato, si studia come le preferenze si formino e perché differiscano tra individui e società. In questa prospettiva, le preferenze possono essere rappresentate come un insieme multidimensionale di caratteristiche che includono, tra le altre, preferenze rispetto al rischio, al tempo e agli altri (sociali). L’eterogeneità lungo queste dimensioni contribuisce a spiegare differenze sistematiche nelle scelte e, attraverso l’accumulazione delle decisioni nel tempo, negli outcome economici e sociali, quali istruzione, partecipazione al mercato del lavoro, comportamento finanziario, salute e disuguaglianza.

Dall’altro lato, è necessario aprire anche la scatola nera che collega preferenze e comportamento osservato. A parità di preferenze, individui diversi possono effettuare scelte differenti perché differiscono nelle credenze, nell’informazione disponibile, nei vincoli, nell’attenzione, nell’autocontrollo o nello stato emotivo. Le emozioni possono intervenire in più punti del processo: possono modificare direttamente la valutazione degli esiti, influenzare le credenze soggettive, alterare attenzione e salienza oppure incidere sul processo decisionale senza modificare necessariamente le preferenze sottostanti. Ne consegue che un emotion-induced change in choice non implica necessariamente un preference change.

Questa distinzione è particolarmente rilevante in una prospettiva dinamica. Le intenzioni formulate in un certo momento possono divergere dalle azioni effettivamente realizzate successivamente, generando un intention-action gap. Tale divergenza può dipendere da present bias, problemi di autocontrollo, inattentiveness, forgetting, fatigue, mutamenti nei vincoli o negli stati emotivi. Tuttavia, non ogni differenza tra intenzione e comportamento costituisce un bias: se cambiano le informazioni o le condizioni economiche, una revisione della scelta può essere perfettamente razionale. Il problema normativo emerge quando la divergenza riflette meccanismi che l’individuo stesso, ex ante, preferirebbe evitare.

In questo quadro, le politiche pubbliche possono agire in punti differenti del processo decisionale. Gli incentivi modificano i payoff, i vincoli modificano l’insieme delle alternative disponibili, l’informazione modifica le credenze, mentre gli interventi di choice architecture possono incidere su attenzione, salienza e implementazione delle intenzioni. Il nudging può quindi essere interpretato come un intervento che modifica il mapping tra preferenze e scelte senza richiedere necessariamente un cambiamento nelle preferenze stesse. Questa distinzione tra formazione delle preferenze e traduzione delle preferenze in comportamento costituisce una chiave teorica utile per organizzare sia lo studio dell’eterogeneità individuale sia quello del ruolo delle emozioni nelle decisioni economiche.

La Regina Rossa

In “Attraverso lo specchio”, Lewis Carroll racconta una scena tanto assurda quanto illuminante. Alice corre insieme alla Regina Rossa. Corre sempre più velocemente, si affanna, cerca di tenere il passo. Eppure, quando finalmente si ferma, scopre con stupore di essere rimasta esattamente nello stesso punto.

La Regina le spiega che, in quel mondo, bisogna correre più che si può semplicemente per restare dove si è. Se si vuole andare da qualche parte, bisogna correre almeno il doppio.

È una metafora sorprendentemente efficace per descrivere il rapporto tra istruzione, lavoro e mobilità sociale.

Per molti di coloro che oggi hanno sessant’anni, la terza media poteva essere sufficiente per entrare nel mercato del lavoro, trovare un impiego stabile, comprare una casa e costruire una famiglia. Naturalmente non era così per tutti e il passato era tutt’altro che privo di difficoltà. Ma, per una parte importante di quella generazione, un livello di istruzione relativamente basso era compatibile con una traiettoria di vita economicamente stabile.

Oggi un giovane può studiare cinque anni in più, conseguire un diploma, iscriversi all’università, ottenere una laurea magistrale, imparare una o due lingue straniere, fare tirocini e magari trascorrere un periodo all’estero. E, alla fine di questa lunga corsa, può scoprire di non aver raggiunto una posizione migliore di quella che i suoi genitori avevano ottenuto con molti meno anni di formazione.

È la corsa della Regina Rossa.

Il punto non è che studiare non serva. Al contrario: per il singolo individuo l’istruzione continua a essere una delle risorse più importanti per aumentare le proprie opportunità. Il problema nasce quando confondiamo ciò che può essere vantaggioso per il singolo con ciò che è sufficiente per migliorare le condizioni di un’intera generazione.

Se il numero di persone con un titolo di studio elevato cresce più rapidamente del numero di lavori qualificati disponibili, le credenziali richieste per accedere alle stesse posizioni tendono ad aumentare. Dove ieri bastava un diploma, oggi può essere richiesta una laurea. Dove bastava una laurea, può comparire la richiesta di un master, di esperienza internazionale o di anni di tirocinio.

Non necessariamente perché il lavoro sia diventato altrettanto più complesso, ma perché, quando aumenta il numero dei candidati qualificati, i titoli di studio possono diventare anche uno strumento di selezione.

Il risultato è paradossale: una generazione può essere molto più istruita della precedente senza essere, per questo, altrettanto più sicura economicamente.

Ed è qui che il confronto tra generazioni rischia di diventare ingannevole. Dire a un giovane “devi studiare di più”, “devi specializzarti”, “devi fare esperienza”, “devi essere disposto a spostarti” può essere un consiglio sensato dal punto di vista individuale. Ma non è una risposta sufficiente a un problema collettivo.

Perché non possiamo risolvere soltanto aumentando la velocità dei corridori un problema che dipende anche dal numero e dalla qualità dei traguardi disponibili.

Se vogliamo che una maggiore istruzione produca anche maggiore mobilità sociale, occorre che alla crescita delle competenze corrisponda una crescita delle opportunità: lavori qualificati, produttività, salari, possibilità di carriera e condizioni che consentano ai giovani di trasformare il capitale umano accumulato in autonomia economica.

Altrimenti continueremo a chiedere a ogni nuova generazione di correre un po’ più velocemente della precedente.

E quando, esausta, ci dirà di essere ancora nello stesso punto, rischieremo persino di risponderle che non ha corso abbastanza.