L’intelligenza artificiale e eterogeneità

Chiedere se l’intelligenza artificiale aumenti la produttività o distrugga posti di lavoro è probabilmente il modo sbagliato di impostare il problema. Le evidenze che abbiamo non descrivono un’unica tecnologia con un effetto uniforme, ma una tecnologia i cui risultati cambiano radicalmente a seconda del compito, dell’esperienza del lavoratore, dell’organizzazione in cui viene introdotta e del livello al quale misuriamo le conseguenze. L’intelligenza artificiale può accelerare alcune attività, rallentarne altre, ridurre le differenze di produttività tra colleghi e, nello stesso tempo, rendere più difficile l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Il dato economicamente più importante non è quindi il suo effetto medio, ma la sua eterogeneità.

La produzione non è organizzata per professioni, bensì per insiemi di compiti. Un avvocato consulta documenti, interpreta norme, scrive testi, formula strategie e interagisce con il cliente. Un ricercatore raccoglie informazioni, analizza dati, costruisce ipotesi e decide quali domande meritino di essere studiate. Un insegnante trasmette conoscenze, valuta l’apprendimento, motiva gli studenti e adatta le spiegazioni alle loro difficoltà. L’intelligenza artificiale può sostituire alcune di queste attività, aumentare la produttività in altre ed essere quasi irrilevante nelle restanti.

Per questa ragione, l’esposizione di una professione all’IA non misura la probabilità che quella professione scompaia. Indica soltanto che una parte dei suoi compiti potrebbe essere modificata. L’effetto sull’occupazione dipenderà da come le imprese ricomporranno le attività, da quanto diminuirà il costo del servizio e da come reagirà la domanda. L’automazione riduce il lavoro necessario per produrre una quantità data, ma l’aumento di produttività può abbassare i prezzi, espandere il mercato e creare nuovi compiti nei quali il lavoro umano mantiene un vantaggio comparato. Nel modello di Acemoglu e Restrepo, il risultato dipende dall’equilibrio tra displacement effect, productivity effect e reinstatement effect: sostituzione di compiti umani, espansione della produzione e creazione di nuove attività affidate al lavoro.

I primi esperimenti sull’IA generativa hanno documentato guadagni notevoli. In uno studio su attività di scrittura professionale, l’accesso a ChatGPT ha ridotto di circa il 40 per cento il tempo necessario per completare i compiti, migliorando anche la qualità media dei testi. In un esperimento con GitHub Copilot, i programmatori assistiti dall’IA hanno completato un esercizio il 55,8 per cento più rapidamente rispetto al gruppo di controllo. In un’azienda di assistenza clienti, l’introduzione di un sistema generativo ha aumentato del 14 per cento il numero di problemi risolti ogni ora.

Questi risultati dimostrano che i guadagni di produttività sono possibili, non che siano automatici. Gli esperimenti misurano solitamente compiti circoscritti, con un obiettivo chiaro e un risultato facilmente valutabile. Il lavoro reale è invece composto da attività interdipendenti, conoscenze contestuali, standard qualitativi impliciti e responsabilità difficili da codificare. Se un’attività che occupa il 10 per cento della giornata viene svolta nel 50 per cento del tempo, il guadagno potenziale sull’intera giornata non è del 50 per cento, ma del 5 per cento. E anche quel 5 per cento può essere assorbito dalla verifica dei risultati, dal coordinamento con i colleghi o da colli di bottiglia presenti altrove.

La distinzione tra capacità tecnica e convenienza economica è essenziale. Un compito può essere tecnicamente automatizzabile, ma non esserlo economicamente perché l’integrazione è costosa, gli errori sono difficili da individuare o la responsabilità non può essere delegata. Per valutare l’impatto macroeconomico non basta quindi contare i compiti sui quali un modello riesce a produrre una risposta plausibile. Bisogna stimare quanti possano essere svolti in modo affidabile, quale sia il risparmio netto dopo i costi di controllo e quanto pesino nel processo produttivo complessivo.

Le capacità dei modelli presentano inoltre una frontiera irregolare. In un esperimento con consulenti di Boston Consulting Group, l’intelligenza artificiale ha migliorato velocità e qualità quando i compiti rientravano nelle sue capacità. Su un problema collocato appena oltre quella frontiera, invece, gli utilizzatori dell’IA hanno ottenuto risultati peggiori. Compiti apparentemente simili possono quindi produrre effetti opposti. Il rischio non deriva soltanto dall’errore del modello, ma dalla capacità del modello di presentare una risposta sbagliata in forma credibile, inducendo il lavoratore ad accettarla.

Un esperimento del 2025 con programmatori esperti rende il quadro ancora più complesso. Sedici sviluppatori hanno svolto 246 attività su repository open source ai quali contribuivano abitualmente. Quando potevano utilizzare strumenti di IA, hanno impiegato in media il 19 per cento di tempo in più. Prima dell’esperimento prevedevano di risparmiare il 24 per cento del tempo; dopo averlo concluso, continuavano a ritenere di essere stati più veloci. La maggiore fluidità soggettiva del lavoro non coincideva con la produttività misurata.

Il risultato non dimostra che l’IA rallenti generalmente i programmatori. Riguarda professionisti esperti, progetti maturi e strumenti disponibili nei primi mesi del 2025. Evidenze successive suggeriscono che gli strumenti potrebbero essere migliorati, ma le nuove stime sono ancora troppo imprecise per misurare la dimensione dell’accelerazione. L’esperimento mostra però che produttività percepita e produttività effettiva possono divergere. Ridurre lo sforzo cognitivo può far sembrare un’attività più rapida anche quando il tempo complessivo aumenta.

La stessa cautela è necessaria quando si passa dalla produttività individuale a quella dell’organizzazione. In un esperimento condotto su 7.137 lavoratori di 66 imprese, l’accesso a un assistente generativo integrato negli strumenti di lavoro ha ridotto il tempo dedicato alla posta elettronica di circa due ore alla settimana tra coloro che lo utilizzavano effettivamente. È diminuito anche il lavoro svolto fuori dall’orario ordinario. Non sono però emersi cambiamenti significativi nella quantità o nella composizione complessiva delle attività.

Un risultato analogo emerge dai dati danesi. Nonostante l’adozione diffusa degli assistenti generativi e la comparsa di nuovi compiti legati all’IA, nei primi due anni non sono stati osservati effetti superiori al 2 per cento su salari o ore lavorate. Il risparmio di tempo su una singola attività, quindi, non si trasforma necessariamente in maggiore produzione, salari più elevati o riduzione dell’orario. Può essere assorbito da altre attività, da standard qualitativi più esigenti o semplicemente da una maggiore intensità del lavoro.

È una nuova versione del paradosso della produttività. Le tecnologie di portata generale possono diffondersi rapidamente senza produrre subito un’accelerazione visibile della produttività aggregata. I benefici emergono dopo investimenti in capitale intangibile: dati, competenze, procedure, sistemi di controllo e nuove strutture organizzative. L’intelligenza artificiale può essere installata in pochi minuti, ma ridisegnare un’organizzazione richiede molto più tempo. Inserire un modello linguistico in una procedura inefficiente rischia semplicemente di automatizzare l’inefficienza.

Anche gli effetti sulle competenze sono ambivalenti. Nel servizio clienti, il guadagno di produttività prodotto dall’IA raggiungeva circa il 35 per cento tra i lavoratori meno esperti, mentre era molto più contenuto tra quelli con maggiore esperienza. Il sistema sembrava trasferire ai primi una parte delle conoscenze tacite e delle pratiche sviluppate dai colleghi migliori. Altre evidenze recenti indicano che gli incrementi possono essere maggiori anche per le persone con livelli di istruzione più bassi.

Nel breve periodo, l’IA può quindi comprimere le differenze di produttività e rendere accessibili attività precedentemente riservate a chi possedeva più esperienza. Nel lungo periodo, però, emerge un problema diverso. Se la tecnologia assorbe i compiti attraverso i quali i giovani imparavano il mestiere, le imprese potrebbero ridurre le posizioni di ingresso. La stessa tecnologia che permette a un principiante di comportarsi più rapidamente come un esperto può indebolire il processo attraverso il quale si diventa realmente esperti.

Le prime evidenze sul mercato del lavoro sono coerenti con questa possibilità, anche se non consentono ancora conclusioni causali. I dati statunitensi disponibili fino a giugno 2026 non mostrano una sostituzione generalizzata del lavoro. L’occupazione dei lavoratori tra 22 e 25 anni nelle professioni maggiormente esposte all’IA si trova però circa il 19 per cento al di sotto del livello che avrebbe raggiunto seguendo l’andamento delle professioni meno esposte. Per i lavoratori più esperti non emerge una differenza analoga. La divergenza sembra dipendere soprattutto da una riduzione delle assunzioni, non da un aumento dei licenziamenti.

Il confronto può risentire del ciclo economico, dei tassi di interesse, della diversa composizione settoriale e di tendenze iniziate prima della diffusione dell’IA generativa. Non dimostra quindi che la tecnologia abbia causato il calo relativo dell’occupazione giovanile. Segnala tuttavia dove potrebbero apparire per primi i suoi effetti: non necessariamente nei licenziamenti di massa, ma nel mancato ingresso di nuovi lavoratori nelle professioni più esposte.

Questa distinzione modifica il modo in cui dovremmo pensare alla disuguaglianza. L’IA può ridurre le differenze di performance tra persone che occupano già lo stesso ruolo, ma aumentare la distanza tra chi riesce a entrare in una professione e chi ne rimane escluso. Può essere egualitaria condizionatamente all’occupazione e, contemporaneamente, rendere più selettivo l’accesso all’occupazione stessa.

Un’altra tensione riguarda la creatività. Gli esperimenti mostrano che i suggerimenti generati dall’IA possono migliorare la qualità media delle idee, soprattutto tra le persone che partono da livelli più bassi. Quando molti individui utilizzano modelli simili, tuttavia, i risultati tendono ad assomigliarsi. È possibile avere un aumento della creatività misurata a livello individuale e, nello stesso tempo, una riduzione della varietà collettiva. La media migliora, ma la distribuzione si restringe.

Ciò che conta, quindi, non è soltanto se l’IA venga adottata, ma come venga utilizzata. Un sistema che propone una risposta completa e invita implicitamente ad accettarla tende a sostituire il giudizio umano. Un sistema che presenta alternative, segnala l’incertezza e rende più semplice la verifica può rafforzarlo. La complementarità tra persone e macchine non è una proprietà intrinseca della tecnologia: dipende dalla progettazione degli strumenti, dagli incentivi e dall’organizzazione del lavoro.

Neppure l’esposizione teorica coincide con l’adozione effettiva. Alla fine del 2024 quasi il 40 per cento degli adulti statunitensi tra 18 e 64 anni aveva utilizzato strumenti generativi, ma soltanto il 23 per cento degli occupati li aveva usati per lavoro nella settimana precedente e circa il 9 per cento li utilizzava quotidianamente. Dati più recenti mostrano che gli indici di esposizione spiegano soltanto una parte delle differenze nell’adozione tra professioni e compiti. Esposizione, adozione, intensità d’uso e automazione sono quattro grandezze distinte, anche se vengono spesso trattate come equivalenti.

Dal punto di vista macroeconomico, l’errore più comune consiste nel trasformare una vasta esposizione potenziale in un grande aumento certo del prodotto. L’effetto sul PIL dipende dalla quota di attività effettivamente adottabili, dal risparmio netto prodotto in ciascuna attività e dalla velocità con cui le organizzazioni riescono a ristrutturarsi. Le stime più prudenti suggeriscono che l’impatto nel prossimo decennio potrebbe essere significativo, ma molto più contenuto di quanto lascino intendere le dimostrazioni tecnologiche.

Queste valutazioni potrebbero però trascurare il canale più importante e più difficile da misurare: l’effetto dell’IA sulla produzione di conoscenza. Se la tecnologia aumenta la produttività di scienziati, ricercatori e ingegneri, non accelera soltanto la produzione corrente, ma sposta la frontiera delle possibilità future. In questo caso, i benefici maggiori non deriverebbero dalla scrittura più rapida di testi o codice, bensì dalla scoperta di nuovi farmaci, materiali e processi produttivi. È anche il canale sul quale abbiamo meno evidenze affidabili.

Rimane infine il problema distributivo. Una tecnologia può aumentare il surplus complessivo senza migliorare nella stessa misura il benessere dei lavoratori. Se i modelli, i dati e la capacità di calcolo sono controllati da pochi soggetti, una parte rilevante dei guadagni di produttività può trasformarsi in rendite. La concentrazione può emergere lungo tutta la filiera: semiconduttori, infrastrutture cloud, modelli di base e piattaforme di distribuzione. In mercati poco concorrenziali, l’aumento della produttività non si trasferisce automaticamente in prezzi più bassi o salari più elevati.

Il problema economico dell’intelligenza artificiale non consiste dunque nello stabilire se essa sostituirà oppure completerà il lavoro. In alcuni compiti farà la prima cosa, in altri la seconda. La questione è capire come questi effetti vengono ricomposti nelle professioni, nelle imprese e nell’intera economia, e chi possiede il potere di appropriarsi dei benefici.

Le evidenze disponibili non giustificano né l’idea di una rivoluzione già pienamente visibile nei dati aggregati né la conclusione opposta secondo cui nulla starebbe cambiando. Le trasformazioni più importanti potrebbero manifestarsi inizialmente nei margini meno evidenti: nelle assunzioni che non avvengono, nelle competenze che non vengono più apprese, nel tempo risparmiato che non diventa tempo libero e nelle decisioni che vengono progressivamente delegate.

L’intelligenza artificiale amplia l’insieme delle possibilità produttive, ma non stabilisce quale organizzazione del lavoro prevarrà. Questo dipenderà dalle scelte delle imprese, dalla struttura dei mercati, dalle istituzioni formative e dalle politiche pubbliche. La tecnologia determina ciò che può essere fatto. L’economia politica determina chi lo farà, a quali condizioni e chi ne riceverà i benefici.

Riferimenti bibliografici

Acemoglu, D. (2024), “The Simple Macroeconomics of AI”, NBER Working Paper n. 32487.

Acemoglu, D. e Restrepo, P. (2018), “The Race between Man and Machine: Implications of Technology for Growth, Factor Shares, and Employment”, American Economic Review, 108(6), 1488–1542.

Becker, J., Rush, N., Barnes, B. e Rein, D. (2025), “Measuring the Impact of Early-2025 AI on Experienced Open-Source Developer Productivity”, Model Evaluation & Threat Research.

Bick, A., Blandin, A. e Deming, D. J. (2024), “The Rapid Adoption of Generative AI”, NBER Working Paper n. 32966, revisione 2025.

Bick, A., Blandin, A., Deming, D. J. e Schumacher, T. R. (2026), “What Work Does Generative AI Do?”, NBER Working Paper n. 35677.

Brynjolfsson, E., Chandar, B. e Chen, R. (2026), “Canaries in the Coal Mine? Six Facts about the Recent Employment Effects of Artificial Intelligence”, Stanford Digital Economy Lab.

Brynjolfsson, E., Li, D. e Raymond, L. R. (2025), “Generative AI at Work”, The Quarterly Journal of Economics, 140(2), 889–942.

Brynjolfsson, E., Rock, D. e Syverson, C. (2019), “Artificial Intelligence and the Modern Productivity Paradox: A Clash of Expectations and Statistics”, in A. Agrawal, J. Gans e A. Goldfarb (a cura di), The Economics of Artificial Intelligence: An Agenda, University of Chicago Press, 23–57.

Dell’Acqua, F. et al. (2026), “Navigating the Jagged Technological Frontier: Field Experimental Evidence of the Effects of AI on Knowledge Worker Productivity and Quality”, Organization Science, 37(2), 403–423.

Dillon, E. W., Jaffe, S., Immorlica, N. e Stanton, C. T. (2025), “Shifting Work Patterns with Generative AI”, NBER Working Paper n. 33795.

Doshi, A. R. e Hauser, O. P. (2024), “Generative AI Enhances Individual Creativity but Reduces the Collective Diversity of Novel Content”, Science Advances, 10, eadn5290.

Humlum, A. e Vestergaard, E. (2025), “Still Waters, Rapid Currents: Early Labor Market Transformation under Generative AI”, NBER Working Paper n. 33777, revisione 2026.

Noy, S. e Zhang, W. (2023), “Experimental Evidence on the Productivity Effects of Generative Artificial Intelligence”, Science, 381(6654), 187–192.

Peng, S., Kalliamvakou, E., Cihon, P. e Demirer, M. (2023), “The Impact of AI on Developer Productivity: Evidence from GitHub Copilot”, arXiv:2302.06590.

Libertà, indipendenza, violenza economica e finanza personale

Quando parliamo di indipendenza femminile pensiamo quasi automaticamente al lavoro. Una donna lavora? Allora è economicamente indipendente. Non è necessariamente così.

Una donna può avere un lavoro, uno stipendio e un conto corrente e, allo stesso tempo, dipendere economicamente dal proprio compagno. La domanda interessante, infatti, non è soltanto: “Hai un reddito?”. È un’altra: “Se domani volessi andartene, potresti permettertelo?”. Questa domanda cambia radicalmente la prospettiva.

I numeri italiani. Partiamo da un dato impressionante. Secondo Istat, nel 2021, tra le coppie italiane di 25-54 anni, nel 29,8% dei casi l’uomo era l’unico percettore di reddito da lavoro. La media europea era il 15,7%. In altre parole, questa configurazione familiare era in Italia quasi due volte più frequente che nell’Unione europea. E l’Italia risultava ultima nell’UE per diffusione delle coppie nelle quali i due partner avevano redditi da lavoro simili. Ma il 29,8% rappresenta soltanto la situazione più evidente.

Ci sono poi tutte le coppie nelle quali entrambi lavorano, ma uno dei due genera una parte nettamente maggiore del reddito familiare.Immaginiamo una coppia nella quale lui guadagna 3.000 euro al mese e lei 1.000. Entrambi lavorano. Entrambi sono formalmente indipendenti. Ma producono rispettivamente il 75% e il 25% del reddito della coppia. Se la famiglia consuma tutto ciò che guadagna e, per semplicità, immaginiamo che entrambi beneficino in egual misura dei consumi familiari, il risultato contabile è semplice: lui produce 3.000 euro ma consuma risorse per 2.000; lei produce 1.000 euro e ne consuma per 2.000. Esiste quindi un trasferimento intrafamiliare netto di 1.000 euro.

Non c’è nulla di necessariamente problematico in questo. Una coppia è anche un sistema di assicurazione reciproca e di condivisione delle risorse. Inoltre il reddito monetario non misura il lavoro domestico, la cura dei figli e tutte le altre forme di produzione all’interno della famiglia. Il problema nasce quando confondiamo questa condivisione con l’autonomia economica.

L’“outside option”. Gli economisti che studiano la famiglia conoscono bene il concetto di outside option: che cosa mi succede se esco dalla relazione?

È qui che reddito e libertà diventano strettamente collegati. Due persone possono avere lo stesso tenore di vita mentre stanno insieme e trovarsi in condizioni completamente differenti nel momento in cui si separano. Chi dispone di un reddito sufficiente, risparmi propri, patrimonio e competenze per amministrarlo può lasciare una relazione sostenendo i costi di una nuova abitazione e di una vita autonoma. Chi non dispone di queste risorse affronta invece un costo di uscita molto più elevato.

La vera misura dell’indipendenza economica, quindi, non dovrebbe essere semplicemente: “Lavori?”. Dovrebbe essere: “Quanto a lungo potresti mantenerti autonomamente se da domani non avessi più accesso al reddito del tuo partner?”

Questa è quella che chiamerei financial exit capacity: capacità finanziaria di uscita. Quando la dipendenza diventa un problema di libertà

Bisogna fare una distinzione fondamentale. Dipendenza economica e violenza economica NON sono sinonimi. Una coppia può scegliere liberamente che uno dei due partner lavori meno, si occupi maggiormente dei figli e dipenda in parte dal reddito dell’altro. Non c’è necessariamente alcuna violenza.

La violenza economica riguarda invece comportamenti di controllo: impedire al partner di utilizzare il proprio denaro, impedirgli di lavorare, nascondere le risorse familiari, negargli l’accesso agli strumenti finanziari o escluderlo sistematicamente dalle decisioni economiche.

E qui i dati Istat sono preoccupanti. Nell’indagine 2025, il 6,6% delle donne che hanno o hanno avuto un partner riferisce di avere subito violenza economica da un partner attuale o precedente. Tra i comportamenti rilevati da Istat figurano l’impedimento a conoscere il reddito familiare, a possedere carta o bancomat, a utilizzare il proprio denaro o a lavorare. Tra le donne che nel 2024 hanno intrapreso un percorso presso un Centro antiviolenza, naturalmente una popolazione fortemente selezionata e quindi non rappresentativa delle donne italiane, il quadro è ancora più netto. Il 45,5% dichiarava di non essere economicamente autonoma. Il 39,7% riferiva di avere subito violenza economica. E persino tra le donne occupate il 14,7% dichiarava di non essere economicamente autonoma.

Quel 14,7% dovrebbe farci riflettere. Avere un lavoro non significa necessariamente potersi permettere di scegliere.

Il paradosso della finanza personale. A questo punto emerge un paradosso. Se l’autonomia economica è una componente così importante della libertà individuale, dovremmo aspettarci che proprio chi rischia maggiormente di dipendere economicamente da qualcun altro investa moltissimo nella propria alfabetizzazione finanziaria.

Eppure in Italia osserviamo ancora un gender gap.

L’indagine della Banca d’Italia sull’alfabetizzazione finanziaria degli adulti trova un punteggio medio di 10,5 per le donne contro 10,9 per gli uomini. Il divario compare anche nelle competenze di finanza digitale. E non sembra essere soltanto un fenomeno delle generazioni più anziane. Nell’indagine Banca d’Italia sui giovani tra 18 e 34 anni emerge nuovamente un divario nelle conoscenze finanziarie a sfavore delle donne.

La domanda interessante è: quanto partecipano oggi uomini e donne alla gestione di risparmi, investimenti, mutui, pensioni e patrimonio familiare?

Il conto corrente non basta. Forse abbiamo definito troppo debolmente l’emancipazione economica. Avere uno stipendio non basta. Avere un conto corrente non basta.E nemmeno dividere formalmente le spese basta.

Una persona economicamente autonoma dovrebbe possedere almeno quattro cose:

– un reddito proprio sufficiente;

– un patrimonio o una riserva finanziaria sulla quale abbia effettivo controllo;

– le competenze necessarie per amministrare autonomamente denaro, debito, risparmio e investimenti;

– la capacità economica di sostenere un’uscita dalla relazione senza precipitare immediatamente in una condizione insostenibile.

Quest’ultimo elemento è quello di cui parliamo meno. E forse è quello più importante. Perché l’indipendenza economica non serve soltanto per comprare ciò che vogliamo. Serve per poter dire di no. Serve per poter negoziare da una posizione meno asimmetrica.E, nelle situazioni peggiori, serve per poter aprire una porta, uscire e non essere costretti a tornare indietro perché non possiamo permetterci di vivere da soli.

La vera emancipazione finanziaria, allora, non consiste semplicemente nel guadagnare denaro. Consiste nell’avere abbastanza risorse, conoscenze e controllo sul proprio patrimonio da poter scegliere liberamente anche quando quella scelta significa andarsene.

Capitale umano e capitale finanziario

La scuola serve a costruire molto più che semplici conoscenze. Aiuta a sviluppare il pensiero critico, la capacità di imparare e di adattarsi, la collaborazione e altre competenze trasversali. L’università e le esperienze successive permettono poi di acquisire competenze più avanzate e specialistiche. Tutto questo contribuisce a formare il capitale umano di una persona.

Il capitale umano ha un valore economico perché consente di produrre reddito attraverso il lavoro. In altre parole, conoscenze, competenze e capacità possono essere trasformate in reddito.

Per una persona giovane, il capitale umano ha generalmente un valore elevato, perché può essere utilizzato per molti anni. Una nuova competenza acquisita a 25 anni può generare benefici economici per decenni; la stessa competenza acquisita a 60 anni ha meno tempo per produrre reddito. Questo non significa necessariamente che con l’età si diventi meno produttivi: significa soprattutto che si riduce il numero di anni durante i quali il capitale umano può ancora essere utilizzato nel mercato del lavoro.

Durante la vita lavorativa, una parte del reddito viene consumata, mentre un’altra viene risparmiata e investita. È attraverso questo processo che una parte dei rendimenti del capitale umano si trasforma in capitale finanziario:

capitale umano → reddito → risparmio → capitale finanziario.

Il risparmio può essere paragonato alla scelta di mettere da parte una parte del raccolto quando la produzione è abbondante, per poterla utilizzare in futuro, quando sarà più difficile produrre.

Da giovani si possiede quindi, in genere, molto capitale umano e poco capitale finanziario. Con il passare degli anni, il capitale umano residuo diminuisce, mentre il capitale finanziario può crescere grazie ai risparmi accumulati.

Verso la fine della carriera e soprattutto durante la pensione, il capitale finanziario assume un ruolo centrale. Non sostituisce direttamente il capitale umano, ma sostituisce o integra il reddito da lavoro che il capitale umano non è più in grado di generare.

Il ciclo di vita può quindi essere visto come un passaggio graduale da una forma di ricchezza a un’altra. All’inizio, la risorsa principale è la capacità futura di lavorare e produrre reddito. Nel tempo, una parte di questa capacità viene trasformata in risparmio e patrimonio. Infine, il patrimonio accumulato serve a sostenere i consumi quando il reddito da lavoro si riduce o viene meno.

Un nuovo semestre sta per iniziare

A voi studenti vorrei fare una domanda diversa da quelle che probabilmente vi state facendo. Non: “Quale lavoro mi darà uno stipendio alto?”, “Quale laurea mi garantirà un posto sicuro?” o “Quali lavori sopravvivranno all’intelligenza artificiale?”. La domanda è più difficile: che tipo di vita volete vivere? È una domanda antica. Socrate sosteneva che una vita non esaminata non fosse una vita degna di essere vissuta. Molti secoli dopo Robert Nozick tornò su quella stessa idea in The Examined Life: interrogarsi seriamente su ciò che rende una vita buona, significativa e autentica. Mi sembra una domanda particolarmente importante per chi oggi ha diciannove o vent’anni.

State entrando nell’età adulta in un momento molto particolare. Intelligenza artificiale, robotica, invecchiamento della popolazione, riduzione della natalità, migrazioni e trasformazione del lavoro modificheranno profondamente il contesto nel quale prenderete le vostre decisioni. Non sappiamo esattamente come sarà il mondo nel quale lavorerete fra vent’anni, ma sappiamo che sarà diverso da quello nel quale sono entrati i vostri genitori e probabilmente molto diverso da quello che molti adulti continuano a descrivervi. Questo crea paura, e la paura produce una tentazione comprensibile: cercare una ricetta. Dimmi quale facoltà scegliere, quale esame fare, quale competenza imparare, quale professione sarà sicura, cosa devo fare per avere successo. Il problema è che forse la ricetta non esiste più.

Qui entra un’idea che trovo affascinante: quella dei “meme”. Prima che la parola indicasse immagini divertenti su Internet, Richard Dawkins la utilizzò per descrivere idee che si trasmettono da una mente all’altra. Le idee circolano, vengono imitate, competono, si modificano. Alcune scompaiono, altre diventano così diffuse che smettiamo persino di accorgerci che sono idee e iniziamo a considerarle semplicemente “la realtà”. “Devi trovare un posto fisso.” “Se ti laurei sei a posto.” “Un bravo studente prende voti alti.” “Una professione prestigiosa rende una persona di successo.” “Bisogna scegliere a vent’anni cosa fare per tutta la vita.” “Se lavori abbastanza, il futuro assomiglierà al passato.” Quante di queste idee avete realmente esaminato e quante le avete semplicemente ricevute dalla famiglia, dagli amici, dai social, dai professori o dalla generazione precedente?

Questo, per me, è uno dei compiti più importanti dell’università. Non riempirvi la testa di informazioni, ma insegnarvi a esaminare ciò che avete già dentro la testa. Perché credo questa cosa? Quali prove ho? Chi me l’ha insegnata? Era vera vent’anni fa? È ancora vera oggi? E soprattutto: voglio davvero costruire la mia vita intorno a questa idea? Una buona formazione universitaria dovrebbe rendervi meno dipendenti dalle risposte ricevute dagli altri e più capaci di formulare domande migliori.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale rende tutto questo ancora più urgente. Per secoli una parte importante del valore economico delle persone è derivata dal possedere informazioni e dal saper eseguire compiti cognitivi relativamente complessi: leggere, riassumere, tradurre, calcolare, scrivere, programmare, analizzare documenti, preparare presentazioni. Oggi una macchina può già fare una parte crescente di queste cose. Tra dieci anni non sappiamo esattamente dove sarà il confine. Proprio per questo sarebbe un errore enorme trascorrere l’università cercando soltanto di diventare molto efficienti nell’eseguire compiti che una macchina potrebbe presto svolgere meglio, più velocemente e a un costo inferiore.

La questione diventa allora più profonda. Quando alcune forme di intelligenza diventeranno abbondanti e relativamente economiche, che cosa avrà davvero valore? Forse sapere quali domande vale la pena porre. Forse distinguere ciò che è importante da ciò che è semplicemente urgente. Forse comprendere gli incentivi delle persone, creare fiducia, collaborare, assumersi responsabilità, esercitare giudizio, riconoscere l’incertezza e prendere decisioni senza nascondersi dietro una procedura. Forse sarà sempre più importante non soltanto sapere come ottenere qualcosa, ma capire se quella cosa vale la pena di essere ottenuta.

Ed è qui che economia e filosofia si incontrano. L’economia studia le scelte, ma prima delle scelte ci sono le preferenze, e prima ancora c’è una domanda che raramente compare nei nostri modelli: da dove vengono le cose che desideriamo? Le abbiamo scelte o le abbiamo imitate? Sono davvero importanti per noi oppure stiamo partecipando a una gigantesca competizione per ottenere ciò che qualcun altro ci ha insegnato a desiderare? Lavoro, denaro, status, follower, titoli, carriera, consumo: niente di tutto questo è necessariamente sbagliato. Ma una examined life richiede almeno di chiedersi perché lo vogliamo e quale prezzo siamo disposti a pagare per ottenerlo.

Questo è anche il motivo per cui essere studenti passivi oggi è particolarmente pericoloso. Aspettare le slide, studiare tre giorni prima dell’esame, imparare quello che serve per prendere un buon voto, dimenticarlo poco dopo e attendere che qualcun altro indichi il passo successivo è un modello di apprendimento fragile. Poteva forse essere compatibile con un mondo relativamente stabile, nel quale una buona parte delle competenze acquisite a vent’anni rimaneva utile per decenni. Nel mondo verso cui stiamo andando potrebbe diventare una strategia molto costosa. Dovrete imparare continuamente, cambiare strumenti, forse cambiare lavoro molte volte e probabilmente reinventare parti della vostra identità professionale. Dovrete collaborare con sistemi di intelligenza artificiale che oggi non esistono e prendere decisioni in presenza di tecnologie, istituzioni e problemi che nessun professore può insegnarvi completamente in anticipo.

Per questo il vostro vero obiettivo all’università non dovrebbe essere prepararvi soltanto per il primo lavoro. Dovrebbe essere prepararvi per il quinto, e forse per un lavoro che oggi non ha ancora un nome. Ma c’è qualcosa di ancora più importante: non preparatevi soltanto a essere utili al mercato del lavoro. Sarebbe una visione terribilmente povera dell’università. Preparatevi a essere persone capaci di decidere che cosa vale la pena fare quando il mondo vi offrirà possibilità che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.

Usate l’intelligenza artificiale. Imparate come funziona. Diventate molto bravi a lavorare con essa. Ma non consegnatele il compito più importante: decidere chi volete diventare. Il rischio più grande del futuro potrebbe non essere che le macchine pensino al posto nostro. Potrebbe essere che noi smettiamo di chiederci per che cosa vale la pena pensare. Forse questo è il senso più profondo di una vita esaminata: non avere tutte le risposte, ma rifiutarsi di vivere usando soltanto quelle ricevute dagli altri.

Quando la vittima diventa il potere

C’è un momento, in ogni discussione di coppia degna di questo nome, in cui la conversazione compie un piccolo miracolo di prestidigitazione morale.

Uno dice: “Quello che hai fatto mi ha ferito.” L’altro, con la prontezza di chi ha allenato il riflesso per anni senza saperlo, smette di rispondere ai fatti e comincia a rispondere al tono con cui i fatti sono stati esposti. Da questo momento in poi si discuterà a lungo — a volte per ore, a volte per anni, in certi matrimoni per generazioni — di tutto tranne che dell’unica cosa che aveva innescato la lite. È un trucco elegantissimo. Se lo facesse un prestigiatore, applaudiremmo.

Il bello, ed è qui che la faccenda smette di essere comica e comincia a essere interessante, è che quasi mai si tratta di un trucco consapevole. Chi lo esegue non sta mentendo. Sta facendo qualcosa di più raffinato e di più difficile da contestare: sta soffrendo sinceramente mentre evita sinceramente la domanda originaria. È come se qualcuno, sorpreso a rubare in un negozio, iniziasse a piangere per lo spavento della cattura, e il pianto fosse così vero da convincere anche il negoziante a scusarsi.

Non è cinismo, questo. È solo osservazione. L’essere umano non ha un bisogno particolarmente urgente di essere coerente. Ha un bisogno molto più urgente — direi quasi strutturale — di restare innocente, e per questo obiettivo è disposto a un livello di creatività narrativa che, applicato altrove, gli avrebbe fruttato una carriera letteraria.

Quando qualcuno ci comunica di avere sofferto per colpa nostra, arrivano in realtà due messaggi in un unico pacchetto, come quei corrieri che consegnano il regalo insieme alla fattura. Il primo dice: sto soffrendo. Il secondo, più defilato ma molto più rumoroso: sei stato tu. Il primo può generare empatia. Il secondo, quasi sempre, genera vergogna, e la vergogna — a differenza della colpa, che è un disturbo gestibile, quasi educato — è una crisi d’identità mascherata da rimprovero.

La colpa dice: ho fatto una cosa sbagliata. È una frase che si può pronunciare restando seduti composti.
La vergogna dice: c’è qualcosa di sbagliato in me. È una frase che fa alzare le persone dal tavolo, letteralmente o in senso figurato, e le manda a cercare la porta più vicina — qualunque porta, incluse quelle che portano dritte alla vittimizzazione di se stessi.

Ecco perché diventare la persona ferita è una delle mosse più remunerative del repertorio umano. La vittima gode di un privilegio diplomatico che nessun’altra carica prevede: non deve spiegarsi. Deve essere capita. Non risponde alle domande. Riceve rassicurazioni. È passata, con un movimento tanto rapido quanto invisibile, dall’essere oggetto di giudizio a essere il metro con cui si giudicano gli altri. Un tribunale che si nomina da solo giudice, senza passare dalle elezioni.

Ora: chi possiede questo strumento con maggiore, diciamo, disponibilità di magazzino? Qui bisogna procedere con più cautela di quanta ne dimostrino solitamente gli aforismi da bar, perché la tentazione di trasformare un’osservazione plausibile in una legge di natura è fortissima, ed è esattamente il tipo di scorciatoia che un saggio come questo dovrebbe evitare invece di praticare con entusiasmo.

Detto questo: un uomo dispone mediamente di un vantaggio nell’intimidazione fisica che non ha bisogno di essere esercitato per essere presente, un po’ come un esercito che non spara mai ma sta parcheggiato fuori dai confini con aria minacciosa. È potere, ed è un potere che chiunque riconosce come tale nell’istante in cui lo vede. La vulnerabilità gioca in un campionato diverso, con una regola che vale la pena scrivere in corsivo: non si presenta come potere. Si presenta come la sua totale assenza, il che la rende — paradossalmente — quasi impossibile da contestare senza sembrare, a propria volta, il cattivo della storia. Provate a dire a qualcuno “stai usando la tua sofferenza per evitare l’argomento” e osservate la rapidità con cui la stanza si schiera contro di voi, indipendentemente da quanto la vostra osservazione fosse, nei fatti, corretta.

Nietzsche, che di rovesciamenti morali capiva più di chiunque altro e li descriveva con l’entusiasmo di un entomologo davanti a uno scarafaggio particolarmente ben riuscito, l’avrebbe chiamata così: la trasformazione dell’impotenza in superiorità morale. Chi non può vincere con la forza vince ridefinendo la forza come colpa. Non è una teoria sulle donne. È una teoria su chiunque non abbia in mano l’arma più ovvia e debba, per necessità, affilarne una meno visibile.

L’intimità, va detto, è il terreno perfetto per questo genere di armamento, perché l’intimità è precisamente l’atto di consegnare all’altro una mappa dettagliata di dove colpirci. Conosciamo il punto in cui l’altro cede. La frase che lo fa sentire meschino. Il silenzio che lo manda fuori di testa. La domanda che lo umilia in tre secondi netti. E durante il conflitto — è quasi fisiologico, come tossire quando si respira polvere — la mano corre da sola verso l’arma che ha già funzionato in passato.

Chiamiamola, per correttezza, “leva”, non “manipolazione”: la parola manipolazione presume un’intenzione che raramente è così nitida, e usarla troppo presto significa aver già emesso il verdetto prima di aver ascoltato le prove.

Ogni volta che una leva funziona, però, si produce un piccolo, silenzioso curriculum. Chi la usa impara che funziona. Chi la subisce impara quale frase, quale argomento, quale verità semplicemente non può più permettersi di pronunciare. La volta dopo eviterà quella parola. Poi quel tono. Poi l’argomento intero. Da fuori, la coppia sembrerà più serena: meno litigi, più armonia, il tipo di cosa che gli amici commentano con ammirazione al matrimonio dell’amica in comune.

Non è pace. È deterrenza, e la differenza fra le due cose è probabilmente l’indicatore più affidabile — molto più della frequenza dei litigi — di come stia andando davvero una relazione. La pace nasce da un problema risolto. La deterrenza nasce da un argomento che uno dei due ha imparato, a proprie spese, a non sollevare mai più. Se doveste scommettere su quale delle due producesse più foto sorridenti sui social e quale producesse più desiderio residuo dopo dieci anni, io eviterei di scommettere sulla prima.

Perché è proprio qui, in questo silenzio ben educato, che il desiderio comincia a fare le valigie. Non per un principio astratto secondo cui “il desiderio ha bisogno di libertà” — frase che suona benissimo su un santino e non spiega assolutamente nulla. Concretamente: prima penso quello che voglio dire. Poi calcolo come reagirai. Infine scelgo in base a quel calcolo, non al pensiero originale. Ripetuto per un numero sufficiente di sere, questo processo mi trasforma da tuo compagno a tuo amministratore delegato, con l’unica differenza che nessuno mi paga lo stipendio. Si può continuare a voler bene a qualcuno che si amministra con cura maniacale. È molto più difficile desiderarlo.

E qui arriviamo al pezzo forte, quello che di solito viene saltato perché richiede di ammettere qualcosa di scomodo su noi stessi prima ancora che sull’altro: io possiedo una biografia. Tu possiedi una diagnosi.

Il mio comportamento ha un contesto, delle attenuanti, una sequenza di eventi documentata con la cura di un avvocato difensore che crede davvero nel proprio cliente. Il tuo comportamento ha un carattere. Sei fatto così. È quello il tuo problema, punto, prossima udienza.

Io sono un processo in divenire, plasmato da circostanze che qualunque giuria comprensiva riconoscerebbe come mitiganti. Tu sei una sostanza fissa che si limita, poveretto, a manifestarsi secondo natura. Non è disonestà calcolata. È semplicemente il modo più comodo, ed è per questo il più diffuso, con cui la mente distribuisce le responsabilità: tutte a me sotto forma di reazione comprensibile, tutte a te sotto forma di indole.

Ogni racconto di lite, del resto, comincia esattamente un istante prima dell’azione dell’altro, con la precisione cronometrica di chi ha allenato la memoria a servire i propri interessi.

Lei dice: ho alzato la voce perché ti eri chiuso.
Lui dice: mi sono chiuso perché mi avevi già giudicato.
Lei dice: ti avevo giudicato perché arrivavi tardi da settimane.
Lui dice: arrivo tardi perché a casa si respira un processo permanente, con tanto di pubblico ministero part-time.

Si potrebbe proseguire fino all’infanzia di entrambi, poi ai loro genitori, poi ai genitori dei genitori, come certi alberi genealogici costruiti apposta per non arrivare mai al presente. Non perché qualcuno menta. Perché la catena delle cause non ha un inizio naturale: ha solo il punto in cui qualcuno decide, con perfetto tempismo, di smettere di raccontare. E quel punto coincide, con una regolarità sospetta, con il primo errore dell’altro.

Prendiamo un caso concreto, perché gli aforismi senza esempi sono come le diete senza cibo: teoricamente ineccepibili, praticamente inutili. Marta scrive a Luca alle sette per chiedergli a che ora rientra. Lui non risponde fino alle nove. Quando arriva, lei è gelida. Lui chiede cosa sia successo. Lei dice: niente, con quel “niente” che ogni essere umano adulto sa significare esattamente il contrario. Lui insiste. Lei si chiude in bagno e piange.

Versione di lei: ho pianto perché due ore di silenzio mi hanno fatta sentire invisibile, e quando gliel’ho detto — con calma, sia chiaro — lui ha reagito con fastidio, come se il problema fossi io.
Versione di lui: sono uscito da una riunione che non potevo abbandonare, sono tornato a casa già distrutto, e invece di un “ciao” ho trovato un muro con targhetta a mio nome. Ho chiesto cosa fosse successo nel modo più gentile che avevo in dotazione, e mi sono ritrovato accusato di un crimine di cui non conoscevo nemmeno i capi d’imputazione.

Nessuna delle due versioni è falsa. Sono semplicemente ritagliate in due punti diversi della stessa pellicola: ciascuna abbastanza indietro da includere la colpa dell’altro, abbastanza avanti da escludere elegantemente la propria. È un montaggio impeccabile. Peccato che il film, alla fine, non racconti quasi nulla di ciò che è successo davvero.

Il pianto di Marta, tra l’altro, non è solo uno stato d’animo privato che accade a lasciare tracce sul cuscino. È un segnale, e i segnali — è la loro funzione biologica prima ancora che morale — modificano il comportamento di chi li osserva. Lo stesso vale per il silenzio di Luca. Questo non significa che il pianto sia finto. Significa che l’autenticità e l’efficacia strategica non si escludono affatto: anzi, funzionano meglio insieme, un po’ come i migliori bugiardi sono quelli che hanno smesso di sapere di mentire.

Dostoevskij, che di uomini attaccati alla propria sofferenza come a un titolo nobiliare ne conosceva parecchi, avendone scritto uno che li batte tutti, l’aveva capito prima di chiunque altro: il suo uomo del sottosuolo non cerca di avere ragione sui fatti. Cerca di restare quello che soffre, perché quel ruolo, per quanto scomodo, è più sopportabile del vuoto d’identità che la sua rinuncia lascerebbe dietro di sé. Meglio un dolore con targa che un’incertezza senza indirizzo.

A questo punto, e non prima — perché arrivarci prima significa emettere sentenze senza aver letto il fascicolo — vale la domanda che conta davvero: quando la normale, inevitabile, persino salutare regolazione reciproca che esiste in ogni coppia diventa coercizione?

La risposta più onesta che riesco a formulare è questa: quando il costo emotivo imposto all’altro rende sistematicamente impraticabili certe sue opinioni, certe sue accuse, certe sue verità. Non quando l’altro soffre per ciò che facciamo — questo è semplicemente il prezzo d’ingresso di ogni relazione seria. Ma quando quel dolore diventa una tassa che uno solo dei due paga sempre, e l’altro non versa mai, senza che questo venga letto, guarda caso, come l’ennesima prova della propria crudeltà.

Chiamiamo questa condizione, per darle un nome che meriti di essere ricordato più di “dinamica tossica” — espressione ormai talmente abusata da avere il fascino di un elenco telefonico —, il monopolio dell’innocenza: un sistema in cui gli errori di uno sono sempre cause, e quelli dell’altro sono sempre reazioni. “Ho urlato perché mi hai provocato” e “ti ho provocato perché eri freddo” possiedono, se le si guarda da vicino, esattamente la stessa grammatica morale. Nessuna delle due è falsa. Il problema comincia quando soltanto una delle due può essere pronunciata senza venire immediatamente rovesciata contro chi l’ha detta, come un boomerang particolarmente ben allenato.

La maturità relazionale, a questo punto, smette di somigliare a quel repertorio di parole rassicuranti che oggi si scambiano come figurine — “comunicazione”, “confini”, “validazione” — e comincia a somigliare a qualcosa di molto più scomodo da mettere in pratica: mantenere la propria agency anche quando esistono cause esterne reali, documentabili, persino ragionevoli. Riconoscere che tu mi hai effettivamente provocato, e che io, ciò nonostante, ho scelto come rispondere. Le due cose, contrariamente a quanto ci farebbe comodo credere, non si annullano a vicenda.

Fin dove bisogna risalire, allora, lungo la catena delle cause, prima che nessuno sia più responsabile di niente?

Non esiste una regola generale, e diffidate di chiunque ve ne offra una in tre punti con emoji. Esiste solo un’intuizione, ed è la più scomoda di tutte, quella che nessun podcast di auto-aiuto vi dirà mai per intero: capire perfettamente perché abbiamo fatto qualcosa non ci rende innocenti di averla fatta. Possiamo risalire fino all’infanzia, fino ai nostri genitori, fino ai genitori dei nostri genitori, con la meticolosità di un genealogista pagato a cottimo. La spiegazione, per quanto completa, si ferma sempre un passo prima dell’unica domanda che conta davvero, quella che nessuna biografia, per quanto dettagliata, riesce a rispondere al posto nostro: e allora, questa volta, che cosa ho scelto di fare io?