C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui lo studente universitario entrava in aula con tre cose: un quaderno, una penna e il vago sospetto che forse, dico forse, il mondo non fosse stato progettato per validare ogni sua emozione in tempo reale.
Poi è arrivata la generazione del “prof, ma questo è all’esame?”, del “prof, può mettere le slide prima, durante e dopo, possibilmente già sottolineate?”, del “prof, non ho capito la domanda perché mi ha messo ansia il punto interrogativo”.
Un tempo gli studenti chiedevano spiegazioni. Oggi chiedono ammortizzatori emotivi.
Sia chiaro: non sto dicendo che gli studenti di oggi siano peggiori. Sarebbe troppo semplice. Sto dicendo che molti di loro sembrano usciti da un laboratorio sperimentale in cui qualcuno ha incrociato un consumatore insoddisfatto, un influencer motivazionale e un criceto con accesso illimitato a TikTok.
Il risultato è affascinante, almeno dal punto di vista scientifico.
La nuova specie, Homo Normiensis Fragilis, presenta alcune caratteristiche ricorrenti:
- Confondere il disagio con l’ingiustizia.
“Ho trovato difficile l’esame” diventa “l’esame era ingiusto”.
Traduzione economica: se il prezzo supera la disponibilità a pagare, la colpa è del mercato. - Scambiare l’università per un servizio clienti.
“Prof, ho studiato tanto” viene offerto come argomento di ricorso.
Anche io ho annaffiato una pianta grassa per mesi. È morta lo stesso. L’impegno è una condizione simpatica, non una prova di competenza. - Credere che ogni valutazione sia un trauma.
Il voto non è un giudizio sulla tua anima immortale. È una stima rumorosa, imperfetta e burocraticamente necessaria della tua performance in un compito specifico.
In altre parole: prendi 24, non ricevi una diagnosi. - Pensare che “non mi sento pronto” sia un’informazione rilevante.
Nessuno si sente pronto. Neanche il chirurgo al primo intervento, il pilota al primo atterraggio o il professore alla prima riunione di dipartimento con ordine del giorno di 17 punti.
La civiltà avanza perché a un certo punto qualcuno, pur non sentendosi pronto, fa comunque la cosa.
Il problema non è la fragilità. La fragilità è umana, interessante, spesso persino produttiva. Il problema è la trasformazione della fragilità in identità politica, amministrativa e didattica.
Non “ho una difficoltà”.
Ma “la mia difficoltà deve riorganizzare il mondo”.
Non “devo imparare a gestire la frustrazione”.
Ma “la frustrazione è un fallimento del sistema”.
Non “ho sbagliato”.
Ma “la consegna non era abbastanza inclusiva nei confronti della mia interpretazione creativa della non preparazione”.
E così l’università rischia di diventare un parco giochi imbottito, dove ogni spigolo viene coperto, ogni ostacolo viene ridotto, ogni richiesta viene preceduta da un trigger warning: attenzione, nelle prossime settimane potrebbe verificarsi apprendimento.
Naturalmente, la colpa non è solo degli studenti. Sarebbe ingeneroso e, peggio, empiricamente debole.
Noi adulti abbiamo contribuito con entusiasmo. Abbiamo trasformato ogni inciampo in emergenza, ogni brutto voto in caso di studio, ogni conflitto in procedura. Abbiamo detto loro per anni che erano speciali, unici, luminosi, irripetibili. Poi li abbiamo messi in un’aula con altri 179 esseri speciali, unici, luminosi e irripetibili, e abbiamo preteso che accettassero una distribuzione normale.
La distribuzione normale, diciamolo, è il vero trauma generazionale.
Perché in una distribuzione normale qualcuno sta al centro. Qualcuno sta sopra. Qualcuno sta sotto. E no, non tutti possono essere “eccellenti”, per lo stesso motivo per cui non tutti possono essere più alti della media.
L’economia, in questo senso, è una disciplina crudele ma terapeutica.
Ti insegna che le risorse sono scarse.
Anche l’attenzione del professore.
Anche il tempo per correggere email scritte alle 23:47 con oggetto “URGENTE” e contenuto “prof ma quindi domani c’è lezione?”
Ti insegna che esistono trade-off.
Vuoi più flessibilità? Avrai meno struttura.
Vuoi meno studio? Avrai meno risultati.
Vuoi essere trattato da adulto? Magnifico. Cominciamo dal fatto che gli adulti leggono il syllabus.
Ti insegna che gli incentivi contano.
Se premiamo ogni lamento, avremo più lamenti.
Se trasformiamo ogni scusa in accomodamento, avremo più scuse.
Se rendiamo impossibile fallire, rendiamo anche impossibile distinguere chi ha imparato da chi ha solo presenziato emotivamente.
E soprattutto, l’economia insegna una cosa che oggi sembra quasi sovversiva: le preferenze individuali non sono automaticamente diritti collettivi.
Il fatto che tu preferisca un esame più facile non implica che l’esame debba diventare più facile.
Il fatto che tu preferisca non leggere 40 pagine non implica che 40 pagine siano oppressione testuale.
Il fatto che tu preferisca ricevere tutto in formato slide, video, podcast, riassunto, schema, quiz interattivo e carezza digitale non implica che l’università debba trasformarsi in Netflix con i CFU.
Studiare è scomodo.
Pensare è faticoso.
Essere valutati è spiacevole.
Scoprire di non essere automaticamente brillanti è una delle più grandi opportunità formative che l’università possa offrire.
Il punto non è umiliare gli studenti. Al contrario. Il punto è prenderli abbastanza sul serio da non trattarli come porcellane emotive da scaffale.
Uno studente non è fragile perché riceve una critica.
Diventa fragile se nessuno gliela fa mai.
Non cresce quando tutto viene adattato alla sua ansia.
Cresce quando scopre che può sopravvivere all’ansia.
Non diventa libero quando ogni ostacolo viene rimosso.
Diventa libero quando impara a scalarne qualcuno senza compilare prima un modulo di segnalazione.
Quindi, cari studenti normie sempre più frignoni, una buona notizia: non siete rotti. Siete solo poco allenati alla realtà.
E la realtà, per quanto antipatica, ha un vantaggio competitivo notevole: non legge le vostre email di reclamo.
Per questo esiste l’università.
Non per confermare che siete già meravigliosi.
Non per trasformare ogni vostra preferenza in policy.
Non per convincervi che il mondo là fuori sarà comprensivo, morbido e asincrono.
Ma per offrirvi, in un ambiente ancora relativamente civile, una piccola anteprima del fatto che esistono standard, vincoli, conseguenze e persone che vi diranno: no, questo non basta.
Che, detto bene, è forse una delle frasi più educative rimaste.
No, questo non basta.
Non è cattiveria.
È pedagogia con un minimo di spina dorsale.