Quando il gioco si fa duro

Viviamo in un Paese in cui lamentarsi è diventato quasi un linguaggio comune. Ci lamentiamo degli stipendi bassi, degli affitti alti, della burocrazia, delle istituzioni lente, del mercato del lavoro bloccato, del merito che non viene sempre riconosciuto, delle opportunità che sembrano esistere solo altrove. E diciamolo subito: molte di queste lamentele sono fondate. L’Italia ha problemi reali. Il costo della vita pesa, i salari faticano, l’ascensore sociale funziona male, la transizione tra studio e lavoro è spesso complicata, e non tutti partono dallo stesso punto. Negarlo sarebbe ingenuo. Ma c’è una differenza enorme tra riconoscere un problema e consegnargli la propria vita. Una cosa è dire: “Il contesto è difficile”. Un’altra è dire: “Allora non vale la pena impegnarsi”. La prima frase è lucidità. La seconda è rinuncia.

Ed è qui che, soprattutto tra i giovani, nasce il rischio più grande: trasformare la critica in immobilismo. “Tanto non cambia niente.” “Tanto vanno avanti sempre gli stessi.” “Tanto studiare non serve.” “Tanto le opportunità non ci sono.” “Tanto il sistema è truccato.” A volte il sistema è davvero ingiusto. A volte le regole sembrano scritte male. A volte le opportunità sono distribuite in modo diseguale. Ma se questa diventa tutta la nostra storia, finiamo per abitare una prigione costruita anche con le nostre parole.

Per spiegare cosa intendo, permettetemi una storia. C’era una volta, a Londra, un mercante pieno di debiti. Il suo creditore, un vecchio usuraio, si invaghì della giovane figlia del mercante e propose un patto crudele: avrebbe cancellato il debito se lei avesse accettato di sposarlo. Di fronte al rifiuto, l’usuraio finse di affidarsi alla sorte. Avrebbe messo in una borsa due sassolini, uno bianco e uno nero. Se la ragazza avesse estratto il bianco, sarebbe rimasta libera e il debito sarebbe stato cancellato. Se avesse estratto il nero, avrebbe dovuto sposarlo. Se avesse rifiutato di partecipare, il padre sarebbe finito in prigione.

Il giorno dell’estrazione, su un vialetto di ghiaia, la ragazza vide l’usuraio chinarsi e infilare nella borsa due sassolini neri. Il gioco era truccato. A quel punto avrebbe potuto gridare, accusarlo, rifiutarsi. E avrebbe avuto ragione. Ma probabilmente avrebbe perso. Allora fece qualcosa di diverso: estrasse un sassolino e, senza guardarlo, lo lasciò cadere tra gli altri sul vialetto. “Oh, che sbadata!”, disse. “Ma basta guardare il sassolino rimasto nella borsa per capire quale fosse quello che ho preso.” Nella borsa c’era un sassolino nero. Dunque quello caduto doveva essere bianco. La ragazza era libera.

Questa storia, resa celebre da Edward De Bono per spiegare il pensiero laterale, non parla di fortuna. Parla di intelligenza davanti a un sistema ingiusto. La ragazza non nega che il gioco sia truccato. Lo vede meglio degli altri. Ma non si ferma lì. Non trasforma l’ingiustizia in resa. Cerca uno spazio di azione dentro il vincolo.

Ecco il punto per noi. L’Italia non è l’usuraio, naturalmente. Ma molti giovani guardano il contesto economico e istituzionale italiano come quella borsa: piena di sassolini neri. E in parte li capisco. Però l’istruzione serve proprio a questo: non a fingere che i problemi non esistano, ma ad aumentare lo spazio di ciò che dipende da noi. Studiare non garantisce il successo. Sarebbe una bugia. Ma non studiare, non prepararsi, non imparare una lingua, non saper scrivere bene, non capire i dati, non conoscere le istituzioni, non cercare borse di studio, Erasmus, tirocini, concorsi, bandi, seminari, contatti e occasioni, rende quasi certo l’opposto: avere meno alternative.

Il talento conta. La fortuna conta. La famiglia di partenza conta moltissimo. Ma l’impegno resta ciò che trasforma una possibilità generica in una traiettoria personale. In Italia esistono vincoli veri. Ma esistono anche opportunità che spesso non vengono cercate, non vengono capite, non vengono sfruttate. Perché richiedono fatica. Perché richiedono informazioni. Perché richiedono pazienza. Perché richiedono metodo. Perché richiedono di esporsi al rischio di fallire. Ed è più facile dire: “Non serve a niente.” Ma questa frase, più che descrivere il Paese, spesso finisce per descrivere la nostra rinuncia.

La soluzione non è aderire alla retorica ingenua del “se vuoi, puoi”. Non è vero. Non tutti partono dallo stesso punto e non tutti hanno gli stessi strumenti. Ma è falsa anche la retorica opposta: “se il sistema è difficile, allora impegnarsi non serve”. La verità è più seria: non tutto dipende da noi, ma qualcosa sì. E quel qualcosa va difeso. Va difeso studiando, informandosi, candidandosi, chiedendo aiuto, partecipando, imparando a usare le opportunità disponibili, anche quando sono imperfette.

Un Paese serio deve investire di più in scuola, università, ricerca, lavoro dignitoso e mobilità sociale. Le istituzioni devono fare la loro parte, e vanno criticate quando non la fanno. Ma studenti, giovani e cittadini devono fare la propria. Perché criticare il sistema è necessario. Usarlo come alibi è pericoloso.

Alla fine il vialetto di ghiaia ci sarà sempre: crisi economiche, burocrazia, salari bassi, istituzioni lente, occasioni mancate. Non possiamo controllare ogni sassolino. Possiamo però scegliere se considerarli tutti neri. Oppure prepararci abbastanza da trovare, anche dentro un contesto difficile, uno spazio di libertà.

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