Siamo diventati marxisti individualisti?

A prima vista è un ossimoro. Marxismo e individualismo appartengono a tradizioni quasi opposte. Il primo legge la società attraverso classi, strutture economiche e rapporti di potere; il secondo mette al centro l’individuo, la sua autonomia e il suo diritto di scegliere.

Eppure una parte importante della cultura occidentale contemporanea sembra essere arrivata proprio qui: a una combinazione di individualismo radicale nelle scelte e determinismo sociale nella spiegazione delle conseguenze.

Non siamo diventati marxisti nel senso economico del termine. Le nostre economie rimangono capitalistiche, la proprietà privata è saldamente al centro dell’ordinamento economico e il mercato continua a organizzare la maggior parte della produzione e dello scambio. Anzi, sotto molti aspetti siamo più individualisti e più capitalisti di quanto lo siano mai state le generazioni precedenti.

Ma è cambiato il modo in cui pensiamo la relazione tra individuo e società.

Partiamo dall’individuo. Uno dei grandi movimenti culturali degli ultimi decenni è stato l’allargamento progressivo della sfera della scelta personale. Sempre più aspetti della vita, un tempo regolati dalla famiglia, dalla religione, dalla comunità o dalle convenzioni sociali, sono diventati materia di autodeterminazione.

Quale lavoro fare. Dove vivere. Con chi vivere. Se sposarsi. Se avere figli. Come definire la propria identità. Quali valori seguire. A quali comunità appartenere.

La direzione è chiara: dalla vita ricevuta alla vita scelta. Fin qui siamo molto più vicini a John Stuart Mill che a Karl Marx.

Ma osserviamo cosa accade quando passiamo dalle scelte alle conseguenze. Le differenze tra individui vengono interpretate sempre meno come il risultato di una combinazione di talento, fortuna, impegno, preferenze e decisioni personali. Cerchiamo invece le condizioni di partenza, le istituzioni, la famiglia, il genere, il luogo di nascita, il capitale economico e culturale, le discriminazioni, i rapporti di potere. In altre parole, dietro l’individuo cerchiamo la struttura. È qui che, in senso molto lato, ricompare Marx.

L’intuizione è importante e spesso corretta: ciò che appare come il risultato di decisioni individuali può essere influenzato profondamente da condizioni che l’individuo non ha scelto. Il problema comincia quando questa intuizione diventa una spiegazione universale. Se qualcosa va male, deve esserci una struttura che lo ha prodotto. Se non ottengo ciò che desidero, qualcuno o qualcosa deve avermelo impedito. Se la realtà contraddice le mie aspettative, la causa tende a essere cercata fuori da me.

Siamo così diventati, almeno culturalmente, vittime potenziali di quasi tutto: del mercato, delle élite, degli algoritmi, della globalizzazione, della politica, delle multinazionali, dei media, della scuola, della famiglia, delle generazioni precedenti. Alcune di queste forze esistono davvero e condizionano le nostre vite. Il salto logico avviene quando il condizionamento diventa determinazione e la spiegazione si trasforma in assoluzione. La condizione di vittima, infatti, separa le conseguenze dalla responsabilità e può diventare una forma di riconoscimento sociale.

Da qui nasce anche una predisposizione al complottismo. Non soltanto quello delle società segrete e dei piani occulti, ma una versione più quotidiana: la convinzione che dietro ogni fenomeno complesso debba esserci qualcuno che lo ha voluto. È difficile accettare che molte cose accadano senza che nessuno le abbia progettate; che sistemi complessi producano conseguenze non intenzionali; che milioni di decisioni indipendenti generino risultati che nessuno controlla; che una crisi possa nascere da incentivi sbagliati, errori, inerzia, caso e incompetenza anziché da un piano. Il complotto rende semplice ciò che è complesso e, soprattutto, identifica un colpevole.

Mentre attribuiamo crescente importanza a grandi battaglie simboliche, spesso internazionali e lontane dalla nostra esperienza quotidiana, sembriamo avere sempre meno energia per i problemi davanti alla porta di casa. Possiamo discutere per ore di una controversia politica dall’altra parte del mondo e ignorare la scuola mediocre a cinquecento metri da casa. Possiamo indignarci per una dichiarazione pronunciata in un altro continente e non sapere come viene amministrato il nostro comune. Possiamo avere opinioni dettagliate sulle grandi ingiustizie globali e non conoscere le istituzioni che determinano concretamente la qualità della nostra vita.

Non perché i problemi internazionali siano irrilevanti. Alcuni sono enormi e meritano attenzione. La differenza è un’altra: i problemi lontani consentono spesso una partecipazione a basso costo; quelli vicini chiedono qualcosa. È relativamente facile pubblicare un messaggio, cambiare un’immagine del profilo, firmare un appello, scegliere un hashtag, dichiararsi dalla parte giusta. È molto più faticoso partecipare a un’assemblea di quartiere, leggere un bilancio comunale, capire perché una scuola funziona male, chiamare i vigili urbani per un comportamento scorretto del vicino di casa, occuparsi di un anziano solo o presentarsi a una riunione noiosa e tornarci il mese successivo.

La politica simbolica richiede una posizione. La politica reale richiede tempo. E il tempo è costoso. Possiamo così essere politicamente mobilitatissimi e civicamente passivi. Le nostre battaglie diventano sempre più specifiche, linguistiche e simboliche. A volte riguardano gruppi minuscoli o questioni estremamente circoscritte.

Non è la dimensione numerica a renderle irrilevanti: una società civile si giudica anche da come protegge le minoranze. La domanda è un’altra: perché alcune questioni marginali occupano una quantità sproporzionata della nostra attenzione? Una possibile risposta è che non usiamo più la politica soltanto per cambiare il mondo. La usiamo per dire chi siamo.

Una battaglia politica può diventare un bene identitario. Sostenere una causa comunica qualcosa agli altri: sono progressista, conservatore, cosmopolita, patriota, ambientalista, femminista, libertario, anticapitalista, europeista, anti-establishment.

A quel punto il contenuto concreto della questione rischia di diventare secondario. La sua funzione principale non è più produrre una conseguenza nel mondo, ma collocarci moralmente al suo interno. Non difendiamo necessariamente un valore: esibiamo un’identità.

La distinzione è fondamentale. Un valore costa. Se credo nella solidarietà, prima o poi dovrò rinunciare a qualcosa per qualcun altro. Se credo nell’ambiente, alcune comodità dovranno diventare negoziabili. Se credo nella libertà di espressione, dovrò difenderla anche quando parla qualcuno che detesto. Se credo nella responsabilità personale, dovrò applicarla anche a me stesso.

L’identità, invece, può essere molto più economica. Posso dichiarare un principio senza sopportarne il costo. Da qui nasce un mercato delle identità morali: cerchiamo cause sempre più precise attraverso le quali distinguerci, riconoscerci e trovare il nostro gruppo. Paradossalmente, più diventiamo individualisti, più abbiamo bisogno di tribù.

Le tribù contemporanee non sono necessariamente costruite attorno al luogo in cui viviamo, al mestiere che facciamo o alle persone che incontriamo. Possono essere comunità globali di persone che condividono simboli, linguaggi, nemici e indignazioni.

Possiamo sentirci parte di una battaglia combattuta a diecimila chilometri di distanza e non conoscere la persona che abita nell’appartamento accanto.

È un individualismo tribale.

E qui il “marxismo individualista” raggiunge la sua forma più curiosa. Da un lato l’individuo rivendica un’autonomia sempre maggiore nel definire se stesso; dall’altro interpreta la propria condizione attraverso categorie collettive di oppressione, privilegio, appartenenza e potere.

Vuole essere unico e, nello stesso tempo, spiegato dal gruppo al quale appartiene. Vuole scegliere la propria identità, ma anche che quella identità venga riconosciuta socialmente. Vuole essere libero dalle conseguenze delle norme collettive, ma chiede alla collettività di proteggerlo dalle conseguenze di molte scelte individuali.

Questa tensione non appartiene esclusivamente alla destra o alla sinistra. Cambiano le vittime, i complotti, le élite accusate e le battaglie identitarie, ma il meccanismo può essere simile. Ognuno ha il proprio establishment che manipola, la propria minoranza perseguitata, la propria verità censurata, il proprio evento internazionale sul quale prendere posizione.

Il punto non è stabilire che tutte queste rivendicazioni siano false. È chiedersi quale funzione svolgano per noi.

Vogliamo davvero cambiare qualcosa o vogliamo soprattutto sapere da che parte stare?

La domanda sposta l’attenzione dalla moralità delle opinioni al costo dei comportamenti. Dovremmo misurare la serietà dei nostri valori non dall’intensità con cui li dichiariamo, ma da quanto siamo disposti a pagare per essi: tempo, denaro, reputazione, comodità, attenzione, responsabilità.

Se una convinzione non ci costa mai nulla, può certamente essere sincera. Ma potrebbe anche essere soltanto decorativa.

Uno dei grandi paradossi della società occidentale contemporanea è proprio questo: non abbiamo mai avuto così tante possibilità di esprimere ciò in cui crediamo e così pochi incentivi a dimostrarlo con quello che facciamo.

Siamo diventati abilissimi nel prendere posizione, molto meno nel prenderci responsabilità.

E forse il vero contrario dell’individualismo non è il collettivismo. È l’impegno. Perché impegnarsi significa accettare che una parte, magari piccola, del mondo che critichiamo dipende anche da ciò che siamo disposti a fare noi.

La mia ricerca

Nel modello economico standard, le scelte individuali derivano dall’interazione tra preferenze, credenze, informazioni e vincoli. In forma sintetica, un individuo sceglie l’azione che massimizza l’utilità attesa date le proprie preferenze, le credenze sugli stati del mondo e l’insieme delle alternative disponibili. Le preferenze rappresentano quindi una componente fondamentale del processo decisionale, ma non sono direttamente osservabili: vengono inferite a partire dalle scelte. Per questo motivo, una variazione nel comportamento non può essere automaticamente interpretata come una variazione delle preferenze, poiché può riflettere anche cambiamenti nelle informazioni, nelle credenze, nei vincoli o nel contesto decisionale.

Una parte importante dell’economia comportamentale consiste precisamente nell’“aprire” questa black box. Da un lato, si studia come le preferenze si formino e perché differiscano tra individui e società. In questa prospettiva, le preferenze possono essere rappresentate come un insieme multidimensionale di caratteristiche che includono, tra le altre, preferenze rispetto al rischio, al tempo e agli altri (sociali). L’eterogeneità lungo queste dimensioni contribuisce a spiegare differenze sistematiche nelle scelte e, attraverso l’accumulazione delle decisioni nel tempo, negli outcome economici e sociali, quali istruzione, partecipazione al mercato del lavoro, comportamento finanziario, salute e disuguaglianza.

Dall’altro lato, è necessario aprire anche la scatola nera che collega preferenze e comportamento osservato. A parità di preferenze, individui diversi possono effettuare scelte differenti perché differiscono nelle credenze, nell’informazione disponibile, nei vincoli, nell’attenzione, nell’autocontrollo o nello stato emotivo. Le emozioni possono intervenire in più punti del processo: possono modificare direttamente la valutazione degli esiti, influenzare le credenze soggettive, alterare attenzione e salienza oppure incidere sul processo decisionale senza modificare necessariamente le preferenze sottostanti. Ne consegue che un emotion-induced change in choice non implica necessariamente un preference change.

Questa distinzione è particolarmente rilevante in una prospettiva dinamica. Le intenzioni formulate in un certo momento possono divergere dalle azioni effettivamente realizzate successivamente, generando un intention-action gap. Tale divergenza può dipendere da present bias, problemi di autocontrollo, inattentiveness, forgetting, fatigue, mutamenti nei vincoli o negli stati emotivi. Tuttavia, non ogni differenza tra intenzione e comportamento costituisce un bias: se cambiano le informazioni o le condizioni economiche, una revisione della scelta può essere perfettamente razionale. Il problema normativo emerge quando la divergenza riflette meccanismi che l’individuo stesso, ex ante, preferirebbe evitare.

In questo quadro, le politiche pubbliche possono agire in punti differenti del processo decisionale. Gli incentivi modificano i payoff, i vincoli modificano l’insieme delle alternative disponibili, l’informazione modifica le credenze, mentre gli interventi di choice architecture possono incidere su attenzione, salienza e implementazione delle intenzioni. Il nudging può quindi essere interpretato come un intervento che modifica il mapping tra preferenze e scelte senza richiedere necessariamente un cambiamento nelle preferenze stesse. Questa distinzione tra formazione delle preferenze e traduzione delle preferenze in comportamento costituisce una chiave teorica utile per organizzare sia lo studio dell’eterogeneità individuale sia quello del ruolo delle emozioni nelle decisioni economiche.

Emozioni sono strumenti per decidere

Quando pensiamo alle emozioni, tendiamo a considerarle come reazioni a ciò che ci accade. Abbiamo paura perché percepiamo un pericolo, proviamo rabbia perché qualcuno ci ha danneggiato, siamo tristi dopo una perdita.

Questa descrizione è corretta, ma potrebbe essere incompleta.

Le emozioni potrebbero svolgere una funzione più profonda: aiutarci a trasformare una realtà complessa in una rappresentazione più semplice, rapida e utile per decidere.

In altre parole, un’emozione non sarebbe soltanto ciò che proviamo. Potrebbe essere anche il modo in cui il nostro sistema cognitivo organizza le informazioni necessarie per agire.

Il problema: il mondo è troppo complesso

Ogni decisione richiede di considerare molte variabili.

Quando dobbiamo valutare un rischio, per esempio, potremmo dover tenere conto della probabilità che accada qualcosa, della gravità delle conseguenze, del tempo disponibile, delle possibilità di fuga, del nostro grado di controllo e delle azioni degli altri.

Nessuno può elaborare consapevolmente tutte queste informazioni ogni volta.

La nostra attenzione è limitata. Il tempo è scarso. La memoria non è perfetta. La capacità di calcolo è finita.

Per questo, una parte fondamentale della razionalità umana consiste nel decidere quali informazioni conservare e quali ignorare.

È qui che potrebbero entrare in gioco le emozioni.

L’emozione come compressione

Immaginiamo di trovarci davanti a una situazione complessa. Il nostro cervello deve trasformarla in qualcosa di più semplice e immediatamente utilizzabile.

La paura può condensare informazioni relative a:

  • probabilità di un danno;
  • gravità delle conseguenze;
  • vicinanza temporale della minaccia;
  • possibilità di evitarla;
  • grado di controllo sulla situazione.

L’ansia può rappresentare soprattutto l’incertezza rispetto a possibili minacce future.

La rabbia può segnalare che qualcuno ci ha danneggiato intenzionalmente e che il danno potrebbe essere evitato o corretto.

La tristezza può indicare una perdita importante e difficilmente reversibile.

La colpa può rappresentare una violazione di una norma o un danno causato ad altri.

Non significa che queste emozioni abbiano sempre e ovunque lo stesso significato. Né che ogni emozione possa essere ridotta a una singola funzione.

L’idea è più generale: un’emozione può comprimere molte informazioni in uno stato più semplice, capace di orientare rapidamente l’attenzione e il comportamento.

Non una fotografia del mondo, ma una guida all’azione

Una rappresentazione emotiva non sarebbe quindi una fotografia neutrale della realtà.

Sarebbe una rappresentazione costruita in funzione di ciò che potremmo dover fare.

La stessa situazione potrebbe generare emozioni diverse se cambia il problema decisionale.

Un temporale può essere irrilevante per chi è al sicuro in casa, ma diventare fonte di paura per chi si trova in mare.

Una perdita finanziaria può generare tristezza in una persona, rabbia in un’altra e sollievo in una terza, a seconda delle aspettative, delle alternative disponibili e del grado di controllo percepito.

L’emozione dipende quindi non soltanto da ciò che accade, ma anche da ciò che l’agente deve decidere.

Questa è una conseguenza importante: le emozioni potrebbero essere task-dependent, cioè dipendenti dal compito.

Le emozioni sono previsioni?

A questo punto emerge una domanda naturale: se le emozioni orientano l’azione, allora sono previsioni del futuro?

La risposta più prudente è: non necessariamente.

Non tutte le emozioni sono rivolte al futuro. Alcune riguardano ciò che sta accadendo nel presente. Altre sono legate a eventi passati, a perdite già avvenute o a violazioni già compiute.

Tuttavia, molte emozioni possono incorporare informazioni su ciò che potrebbe accadere.

La paura non rappresenta soltanto un pericolo presente. Può preparare l’organismo a un danno futuro.

L’ansia riguarda spesso una minaccia incerta e non ancora realizzata.

La speranza, l’anticipazione, il sollievo e il rimpianto dipendono in modo esplicito dal confronto tra aspettative, risultati e alternative possibili.

La formulazione più accurata non è quindi:

Le emozioni sono previsioni.

Ma piuttosto:

Le emozioni possono incorporare informazioni sul futuro quando queste informazioni sono rilevanti per l’azione presente.

La previsione sarebbe una proprietà possibile delle emozioni, non la loro definizione generale.

Dall’emozione alla scelta

L’emozione può influenzare molti sistemi contemporaneamente:

  • attenzione;
  • percezione;
  • memoria;
  • acquisizione di informazioni;
  • valutazione;
  • fisiologia;
  • motivazione;
  • preparazione all’azione;
  • apprendimento.

Quando proviamo paura, per esempio, non cambia soltanto il nostro stato soggettivo. Potremmo prestare maggiore attenzione a determinati segnali, cercare più informazioni sul pericolo, evitare alcune alternative e prepararci fisicamente a reagire.

L’emozione funziona quindi come un punto di coordinamento tra diversi processi.

Una possibile sequenza è:

stato del mondo → percezione → credenze sul presente e sul futuro → valutazione → rappresentazione emotiva → attenzione e preparazione all’azione → scelta → risultato → errore di previsione → apprendimento.

In questa prospettiva, l’emozione non è necessariamente l’unica causa del comportamento. È una rappresentazione intermedia che può coordinare diversi sistemi orientati allo stesso problema.

Emozioni, preferenze e credenze

Questa interpretazione ha conseguenze importanti per l’economia.

Quando una persona spaventata prende una decisione diversa, non possiamo concludere automaticamente che la paura abbia modificato le sue preferenze.

Il cambiamento potrebbe dipendere da diversi meccanismi:

  1. l’emozione può entrare direttamente nella funzione di utilità;
  2. può modificare l’avversione al rischio;
  3. può cambiare le credenze sulla probabilità degli eventi;
  4. può alterare le probabilità soggettive;
  5. può spostare l’attenzione;
  6. può modificare la quantità di informazioni acquisite;
  7. può cambiare la rappresentazione interna della situazione.

Questi meccanismi possono produrre comportamenti simili, ma hanno implicazioni molto diverse.

Una persona che evita un investimento rischioso perché ha paura potrebbe:

  • attribuire una probabilità maggiore alla perdita;
  • valutare la perdita come più grave;
  • prestare maggiore attenzione agli scenari negativi;
  • percepire di avere meno possibilità di recuperare;
  • rappresentare l’investimento come una minaccia anziché come una scelta finanziaria.

Osservare soltanto la decisione finale non basta per distinguere queste spiegazioni.

Le emozioni e gli errori di previsione

Le emozioni possono inoltre essere collegate all’apprendimento.

Ogni decisione produce un risultato che può essere confrontato con ciò che ci aspettavamo.

Se il risultato è migliore del previsto, possiamo provare sorpresa positiva o sollievo. Se è peggiore, possiamo provare delusione, frustrazione o rimpianto.

Ma non tutti gli errori sono uguali.

Possiamo distinguere tra:

  • errori nelle ricompense attese;
  • errori nelle credenze sul mondo;
  • errori relativi a un’azione alternativa;
  • violazioni delle aspettative sociali;
  • violazioni di norme morali.

Il rimpianto, per esempio, non riguarda soltanto il risultato ottenuto. Include il confronto con ciò che sarebbe potuto accadere scegliendo diversamente.

La delusione confronta il risultato con un’aspettativa.

Il sollievo nasce spesso dal confronto tra un esito negativo anticipato e un risultato migliore.

Le emozioni potrebbero quindi aiutare a classificare gli errori e a stabilire quali informazioni aggiornare in futuro.

Perché le emozioni potrebbero essere utili

Se gli esseri umani avessero risorse cognitive illimitate, potrebbero analizzare ogni situazione in modo completo.

Ma non è così.

Le emozioni potrebbero essersi sviluppate, almeno in parte, come strumenti per affrontare rapidamente problemi ricorrenti:

  • minacce;
  • opportunità;
  • perdite;
  • competizione;
  • cooperazione;
  • status;
  • reciprocità;
  • violazioni delle norme;
  • relazioni sociali.

Una rappresentazione compressa può ridurre la complessità del problema, concentrare l’attenzione e rendere alcune azioni immediatamente disponibili.

In questo senso, l’emozione non è necessariamente l’opposto della razionalità.

Può essere una tecnologia decisionale per agenti con capacità limitate.

La razionalità, infatti, non consiste sempre nell’elaborare più informazioni. A volte consiste nel conservare soltanto quelle che servono davvero.

Quando le emozioni sbagliano

La compressione ha però un costo: elimina informazione.

Una rappresentazione utile in un ambiente può diventare inadeguata in un altro.

La paura può essere protettiva davanti a un pericolo reale, ma diventare paralizzante quando il rischio è remoto o sovrastimato.

La rabbia può aiutare a reagire a un’ingiustizia, ma produrre decisioni costose quando il conflitto è facilmente evitabile.

L’ansia può spingere a raccogliere informazioni, ma anche generare un’attenzione eccessiva verso scenari improbabili.

Per questo non basta dire che un’emozione ha prodotto una scelta subottimale.

Dobbiamo chiederci:

  • rispetto a quale obiettivo la scelta è subottimale?
  • quali informazioni erano disponibili?
  • quanto costava elaborarle?
  • quale ambiente aveva calibrato quella risposta?
  • quali alternative erano realmente percepite?

Un’emozione può essere:

  • rumore;
  • un meccanismo generalmente utile ma imperfetto;
  • una risposta adattiva in un ambiente diverso da quello attuale.

Queste possibilità non sono equivalenti.

Come verificare l’ipotesi

L’idea delle emozioni come rappresentazioni compresse produce alcune previsioni verificabili.

Se le emozioni svolgono questa funzione, allora:

  1. modificare le aspettative sul futuro dovrebbe cambiare l’emozione anche quando il presente resta invariato;
  2. la stessa situazione dovrebbe generare emozioni diverse quando cambia il problema decisionale;
  3. una volta conosciuta l’emozione, alcune informazioni dettagliate sullo stato originario dovrebbero diventare meno utili per prevedere la scelta;
  4. il vantaggio delle emozioni dovrebbe aumentare quando crescono complessità, pressione temporale e scarsità attentiva;
  5. le emozioni dovrebbero orientare selettivamente la ricerca di informazioni rilevanti;
  6. modificare le conseguenze future dovrebbe produrre effetti diversi dal semplice cambiamento della ricompensa immediata;
  7. gli errori di previsione dovrebbero modificare sistematicamente le emozioni successive;
  8. i cambiamenti di comportamento dovrebbero poter essere scomposti in effetti su preferenze, credenze, attenzione e rappresentazione.

Queste predizioni sono importanti perché impediscono alla teoria di diventare una spiegazione generica del tipo “le emozioni influenzano tutto”.

Una teoria utile deve specificare che cosa viene rappresentato, perché viene rappresentato e come questa rappresentazione modifica la scelta.

La domanda centrale

Il contributo più interessante di questa prospettiva non è sostenere che le emozioni siano semplicemente previsioni del futuro.

Questa idea, in forme diverse, è già presente in molte teorie psicologiche e neuroscientifiche.

Il punto è collegare il problema delle emozioni a una questione centrale dell’economia: come prendono decisioni gli agenti quando non possono rappresentare tutto?

La domanda diventa quindi:

Quale informazione conserva un’emozione, perché vale la pena conservarla e come cambia la scelta a partire da questa rappresentazione?

Questa domanda sposta l’attenzione dalla classificazione delle emozioni alla loro funzione economica.

Non si tratta soltanto di capire se la paura aumenta o riduce l’avversione al rischio.

Si tratta di capire quale trasformazione dell’informazione avviene prima della scelta.

Una nuova definizione possibile

La definizione tradizionale potrebbe essere:

Emozione = risposta a ciò che è accaduto.

Ma anche la definizione opposta sarebbe troppo forte:

Emozione = previsione di ciò che accadrà.

Una formulazione più equilibrata è:

Un’emozione è una rappresentazione orientata all’azione e dipendente dal compito della relazione tra individuo e ambiente, che può incorporare informazioni su ciò che probabilmente accadrà quando tali informazioni sono rilevanti per l’azione.

In questa prospettiva, le emozioni aiutano agenti cognitivamente limitati a trasformare un mondo troppo complesso in uno spazio decisionale sufficientemente semplice per consentire previsione, preparazione, scelta e apprendimento.

La domanda non è quindi soltanto se le emozioni ci rendano più o meno razionali.

La domanda più interessante è:

Che cosa ci permettono di vedere, che cosa ci fanno ignorare e come trasformano ciò che vediamo in una decisione?

Un nuovo semestre sta per iniziare

A voi studenti vorrei fare una domanda diversa da quelle che probabilmente vi state facendo. Non: “Quale lavoro mi darà uno stipendio alto?”, “Quale laurea mi garantirà un posto sicuro?” o “Quali lavori sopravvivranno all’intelligenza artificiale?”. La domanda è più difficile: che tipo di vita volete vivere? È una domanda antica. Socrate sosteneva che una vita non esaminata non fosse una vita degna di essere vissuta. Molti secoli dopo Robert Nozick tornò su quella stessa idea in The Examined Life: interrogarsi seriamente su ciò che rende una vita buona, significativa e autentica. Mi sembra una domanda particolarmente importante per chi oggi ha diciannove o vent’anni.

State entrando nell’età adulta in un momento molto particolare. Intelligenza artificiale, robotica, invecchiamento della popolazione, riduzione della natalità, migrazioni e trasformazione del lavoro modificheranno profondamente il contesto nel quale prenderete le vostre decisioni. Non sappiamo esattamente come sarà il mondo nel quale lavorerete fra vent’anni, ma sappiamo che sarà diverso da quello nel quale sono entrati i vostri genitori e probabilmente molto diverso da quello che molti adulti continuano a descrivervi. Questo crea paura, e la paura produce una tentazione comprensibile: cercare una ricetta. Dimmi quale facoltà scegliere, quale esame fare, quale competenza imparare, quale professione sarà sicura, cosa devo fare per avere successo. Il problema è che forse la ricetta non esiste più.

Qui entra un’idea che trovo affascinante: quella dei “meme”. Prima che la parola indicasse immagini divertenti su Internet, Richard Dawkins la utilizzò per descrivere idee che si trasmettono da una mente all’altra. Le idee circolano, vengono imitate, competono, si modificano. Alcune scompaiono, altre diventano così diffuse che smettiamo persino di accorgerci che sono idee e iniziamo a considerarle semplicemente “la realtà”. “Devi trovare un posto fisso.” “Se ti laurei sei a posto.” “Un bravo studente prende voti alti.” “Una professione prestigiosa rende una persona di successo.” “Bisogna scegliere a vent’anni cosa fare per tutta la vita.” “Se lavori abbastanza, il futuro assomiglierà al passato.” Quante di queste idee avete realmente esaminato e quante le avete semplicemente ricevute dalla famiglia, dagli amici, dai social, dai professori o dalla generazione precedente?

Questo, per me, è uno dei compiti più importanti dell’università. Non riempirvi la testa di informazioni, ma insegnarvi a esaminare ciò che avete già dentro la testa. Perché credo questa cosa? Quali prove ho? Chi me l’ha insegnata? Era vera vent’anni fa? È ancora vera oggi? E soprattutto: voglio davvero costruire la mia vita intorno a questa idea? Una buona formazione universitaria dovrebbe rendervi meno dipendenti dalle risposte ricevute dagli altri e più capaci di formulare domande migliori.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale rende tutto questo ancora più urgente. Per secoli una parte importante del valore economico delle persone è derivata dal possedere informazioni e dal saper eseguire compiti cognitivi relativamente complessi: leggere, riassumere, tradurre, calcolare, scrivere, programmare, analizzare documenti, preparare presentazioni. Oggi una macchina può già fare una parte crescente di queste cose. Tra dieci anni non sappiamo esattamente dove sarà il confine. Proprio per questo sarebbe un errore enorme trascorrere l’università cercando soltanto di diventare molto efficienti nell’eseguire compiti che una macchina potrebbe presto svolgere meglio, più velocemente e a un costo inferiore.

La questione diventa allora più profonda. Quando alcune forme di intelligenza diventeranno abbondanti e relativamente economiche, che cosa avrà davvero valore? Forse sapere quali domande vale la pena porre. Forse distinguere ciò che è importante da ciò che è semplicemente urgente. Forse comprendere gli incentivi delle persone, creare fiducia, collaborare, assumersi responsabilità, esercitare giudizio, riconoscere l’incertezza e prendere decisioni senza nascondersi dietro una procedura. Forse sarà sempre più importante non soltanto sapere come ottenere qualcosa, ma capire se quella cosa vale la pena di essere ottenuta.

Ed è qui che economia e filosofia si incontrano. L’economia studia le scelte, ma prima delle scelte ci sono le preferenze, e prima ancora c’è una domanda che raramente compare nei nostri modelli: da dove vengono le cose che desideriamo? Le abbiamo scelte o le abbiamo imitate? Sono davvero importanti per noi oppure stiamo partecipando a una gigantesca competizione per ottenere ciò che qualcun altro ci ha insegnato a desiderare? Lavoro, denaro, status, follower, titoli, carriera, consumo: niente di tutto questo è necessariamente sbagliato. Ma una examined life richiede almeno di chiedersi perché lo vogliamo e quale prezzo siamo disposti a pagare per ottenerlo.

Questo è anche il motivo per cui essere studenti passivi oggi è particolarmente pericoloso. Aspettare le slide, studiare tre giorni prima dell’esame, imparare quello che serve per prendere un buon voto, dimenticarlo poco dopo e attendere che qualcun altro indichi il passo successivo è un modello di apprendimento fragile. Poteva forse essere compatibile con un mondo relativamente stabile, nel quale una buona parte delle competenze acquisite a vent’anni rimaneva utile per decenni. Nel mondo verso cui stiamo andando potrebbe diventare una strategia molto costosa. Dovrete imparare continuamente, cambiare strumenti, forse cambiare lavoro molte volte e probabilmente reinventare parti della vostra identità professionale. Dovrete collaborare con sistemi di intelligenza artificiale che oggi non esistono e prendere decisioni in presenza di tecnologie, istituzioni e problemi che nessun professore può insegnarvi completamente in anticipo.

Per questo il vostro vero obiettivo all’università non dovrebbe essere prepararvi soltanto per il primo lavoro. Dovrebbe essere prepararvi per il quinto, e forse per un lavoro che oggi non ha ancora un nome. Ma c’è qualcosa di ancora più importante: non preparatevi soltanto a essere utili al mercato del lavoro. Sarebbe una visione terribilmente povera dell’università. Preparatevi a essere persone capaci di decidere che cosa vale la pena fare quando il mondo vi offrirà possibilità che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.

Usate l’intelligenza artificiale. Imparate come funziona. Diventate molto bravi a lavorare con essa. Ma non consegnatele il compito più importante: decidere chi volete diventare. Il rischio più grande del futuro potrebbe non essere che le macchine pensino al posto nostro. Potrebbe essere che noi smettiamo di chiederci per che cosa vale la pena pensare. Forse questo è il senso più profondo di una vita esaminata: non avere tutte le risposte, ma rifiutarsi di vivere usando soltanto quelle ricevute dagli altri.

Quando la vittima diventa il potere

C’è un momento, in ogni discussione di coppia degna di questo nome, in cui la conversazione compie un piccolo miracolo di prestidigitazione morale.

Uno dice: “Quello che hai fatto mi ha ferito.” L’altro, con la prontezza di chi ha allenato il riflesso per anni senza saperlo, smette di rispondere ai fatti e comincia a rispondere al tono con cui i fatti sono stati esposti. Da questo momento in poi si discuterà a lungo — a volte per ore, a volte per anni, in certi matrimoni per generazioni — di tutto tranne che dell’unica cosa che aveva innescato la lite. È un trucco elegantissimo. Se lo facesse un prestigiatore, applaudiremmo.

Il bello, ed è qui che la faccenda smette di essere comica e comincia a essere interessante, è che quasi mai si tratta di un trucco consapevole. Chi lo esegue non sta mentendo. Sta facendo qualcosa di più raffinato e di più difficile da contestare: sta soffrendo sinceramente mentre evita sinceramente la domanda originaria. È come se qualcuno, sorpreso a rubare in un negozio, iniziasse a piangere per lo spavento della cattura, e il pianto fosse così vero da convincere anche il negoziante a scusarsi.

Non è cinismo, questo. È solo osservazione. L’essere umano non ha un bisogno particolarmente urgente di essere coerente. Ha un bisogno molto più urgente — direi quasi strutturale — di restare innocente, e per questo obiettivo è disposto a un livello di creatività narrativa che, applicato altrove, gli avrebbe fruttato una carriera letteraria.

Quando qualcuno ci comunica di avere sofferto per colpa nostra, arrivano in realtà due messaggi in un unico pacchetto, come quei corrieri che consegnano il regalo insieme alla fattura. Il primo dice: sto soffrendo. Il secondo, più defilato ma molto più rumoroso: sei stato tu. Il primo può generare empatia. Il secondo, quasi sempre, genera vergogna, e la vergogna — a differenza della colpa, che è un disturbo gestibile, quasi educato — è una crisi d’identità mascherata da rimprovero.

La colpa dice: ho fatto una cosa sbagliata. È una frase che si può pronunciare restando seduti composti.
La vergogna dice: c’è qualcosa di sbagliato in me. È una frase che fa alzare le persone dal tavolo, letteralmente o in senso figurato, e le manda a cercare la porta più vicina — qualunque porta, incluse quelle che portano dritte alla vittimizzazione di se stessi.

Ecco perché diventare la persona ferita è una delle mosse più remunerative del repertorio umano. La vittima gode di un privilegio diplomatico che nessun’altra carica prevede: non deve spiegarsi. Deve essere capita. Non risponde alle domande. Riceve rassicurazioni. È passata, con un movimento tanto rapido quanto invisibile, dall’essere oggetto di giudizio a essere il metro con cui si giudicano gli altri. Un tribunale che si nomina da solo giudice, senza passare dalle elezioni.

Ora: chi possiede questo strumento con maggiore, diciamo, disponibilità di magazzino? Qui bisogna procedere con più cautela di quanta ne dimostrino solitamente gli aforismi da bar, perché la tentazione di trasformare un’osservazione plausibile in una legge di natura è fortissima, ed è esattamente il tipo di scorciatoia che un saggio come questo dovrebbe evitare invece di praticare con entusiasmo.

Detto questo: un uomo dispone mediamente di un vantaggio nell’intimidazione fisica che non ha bisogno di essere esercitato per essere presente, un po’ come un esercito che non spara mai ma sta parcheggiato fuori dai confini con aria minacciosa. È potere, ed è un potere che chiunque riconosce come tale nell’istante in cui lo vede. La vulnerabilità gioca in un campionato diverso, con una regola che vale la pena scrivere in corsivo: non si presenta come potere. Si presenta come la sua totale assenza, il che la rende — paradossalmente — quasi impossibile da contestare senza sembrare, a propria volta, il cattivo della storia. Provate a dire a qualcuno “stai usando la tua sofferenza per evitare l’argomento” e osservate la rapidità con cui la stanza si schiera contro di voi, indipendentemente da quanto la vostra osservazione fosse, nei fatti, corretta.

Nietzsche, che di rovesciamenti morali capiva più di chiunque altro e li descriveva con l’entusiasmo di un entomologo davanti a uno scarafaggio particolarmente ben riuscito, l’avrebbe chiamata così: la trasformazione dell’impotenza in superiorità morale. Chi non può vincere con la forza vince ridefinendo la forza come colpa. Non è una teoria sulle donne. È una teoria su chiunque non abbia in mano l’arma più ovvia e debba, per necessità, affilarne una meno visibile.

L’intimità, va detto, è il terreno perfetto per questo genere di armamento, perché l’intimità è precisamente l’atto di consegnare all’altro una mappa dettagliata di dove colpirci. Conosciamo il punto in cui l’altro cede. La frase che lo fa sentire meschino. Il silenzio che lo manda fuori di testa. La domanda che lo umilia in tre secondi netti. E durante il conflitto — è quasi fisiologico, come tossire quando si respira polvere — la mano corre da sola verso l’arma che ha già funzionato in passato.

Chiamiamola, per correttezza, “leva”, non “manipolazione”: la parola manipolazione presume un’intenzione che raramente è così nitida, e usarla troppo presto significa aver già emesso il verdetto prima di aver ascoltato le prove.

Ogni volta che una leva funziona, però, si produce un piccolo, silenzioso curriculum. Chi la usa impara che funziona. Chi la subisce impara quale frase, quale argomento, quale verità semplicemente non può più permettersi di pronunciare. La volta dopo eviterà quella parola. Poi quel tono. Poi l’argomento intero. Da fuori, la coppia sembrerà più serena: meno litigi, più armonia, il tipo di cosa che gli amici commentano con ammirazione al matrimonio dell’amica in comune.

Non è pace. È deterrenza, e la differenza fra le due cose è probabilmente l’indicatore più affidabile — molto più della frequenza dei litigi — di come stia andando davvero una relazione. La pace nasce da un problema risolto. La deterrenza nasce da un argomento che uno dei due ha imparato, a proprie spese, a non sollevare mai più. Se doveste scommettere su quale delle due producesse più foto sorridenti sui social e quale producesse più desiderio residuo dopo dieci anni, io eviterei di scommettere sulla prima.

Perché è proprio qui, in questo silenzio ben educato, che il desiderio comincia a fare le valigie. Non per un principio astratto secondo cui “il desiderio ha bisogno di libertà” — frase che suona benissimo su un santino e non spiega assolutamente nulla. Concretamente: prima penso quello che voglio dire. Poi calcolo come reagirai. Infine scelgo in base a quel calcolo, non al pensiero originale. Ripetuto per un numero sufficiente di sere, questo processo mi trasforma da tuo compagno a tuo amministratore delegato, con l’unica differenza che nessuno mi paga lo stipendio. Si può continuare a voler bene a qualcuno che si amministra con cura maniacale. È molto più difficile desiderarlo.

E qui arriviamo al pezzo forte, quello che di solito viene saltato perché richiede di ammettere qualcosa di scomodo su noi stessi prima ancora che sull’altro: io possiedo una biografia. Tu possiedi una diagnosi.

Il mio comportamento ha un contesto, delle attenuanti, una sequenza di eventi documentata con la cura di un avvocato difensore che crede davvero nel proprio cliente. Il tuo comportamento ha un carattere. Sei fatto così. È quello il tuo problema, punto, prossima udienza.

Io sono un processo in divenire, plasmato da circostanze che qualunque giuria comprensiva riconoscerebbe come mitiganti. Tu sei una sostanza fissa che si limita, poveretto, a manifestarsi secondo natura. Non è disonestà calcolata. È semplicemente il modo più comodo, ed è per questo il più diffuso, con cui la mente distribuisce le responsabilità: tutte a me sotto forma di reazione comprensibile, tutte a te sotto forma di indole.

Ogni racconto di lite, del resto, comincia esattamente un istante prima dell’azione dell’altro, con la precisione cronometrica di chi ha allenato la memoria a servire i propri interessi.

Lei dice: ho alzato la voce perché ti eri chiuso.
Lui dice: mi sono chiuso perché mi avevi già giudicato.
Lei dice: ti avevo giudicato perché arrivavi tardi da settimane.
Lui dice: arrivo tardi perché a casa si respira un processo permanente, con tanto di pubblico ministero part-time.

Si potrebbe proseguire fino all’infanzia di entrambi, poi ai loro genitori, poi ai genitori dei genitori, come certi alberi genealogici costruiti apposta per non arrivare mai al presente. Non perché qualcuno menta. Perché la catena delle cause non ha un inizio naturale: ha solo il punto in cui qualcuno decide, con perfetto tempismo, di smettere di raccontare. E quel punto coincide, con una regolarità sospetta, con il primo errore dell’altro.

Prendiamo un caso concreto, perché gli aforismi senza esempi sono come le diete senza cibo: teoricamente ineccepibili, praticamente inutili. Marta scrive a Luca alle sette per chiedergli a che ora rientra. Lui non risponde fino alle nove. Quando arriva, lei è gelida. Lui chiede cosa sia successo. Lei dice: niente, con quel “niente” che ogni essere umano adulto sa significare esattamente il contrario. Lui insiste. Lei si chiude in bagno e piange.

Versione di lei: ho pianto perché due ore di silenzio mi hanno fatta sentire invisibile, e quando gliel’ho detto — con calma, sia chiaro — lui ha reagito con fastidio, come se il problema fossi io.
Versione di lui: sono uscito da una riunione che non potevo abbandonare, sono tornato a casa già distrutto, e invece di un “ciao” ho trovato un muro con targhetta a mio nome. Ho chiesto cosa fosse successo nel modo più gentile che avevo in dotazione, e mi sono ritrovato accusato di un crimine di cui non conoscevo nemmeno i capi d’imputazione.

Nessuna delle due versioni è falsa. Sono semplicemente ritagliate in due punti diversi della stessa pellicola: ciascuna abbastanza indietro da includere la colpa dell’altro, abbastanza avanti da escludere elegantemente la propria. È un montaggio impeccabile. Peccato che il film, alla fine, non racconti quasi nulla di ciò che è successo davvero.

Il pianto di Marta, tra l’altro, non è solo uno stato d’animo privato che accade a lasciare tracce sul cuscino. È un segnale, e i segnali — è la loro funzione biologica prima ancora che morale — modificano il comportamento di chi li osserva. Lo stesso vale per il silenzio di Luca. Questo non significa che il pianto sia finto. Significa che l’autenticità e l’efficacia strategica non si escludono affatto: anzi, funzionano meglio insieme, un po’ come i migliori bugiardi sono quelli che hanno smesso di sapere di mentire.

Dostoevskij, che di uomini attaccati alla propria sofferenza come a un titolo nobiliare ne conosceva parecchi, avendone scritto uno che li batte tutti, l’aveva capito prima di chiunque altro: il suo uomo del sottosuolo non cerca di avere ragione sui fatti. Cerca di restare quello che soffre, perché quel ruolo, per quanto scomodo, è più sopportabile del vuoto d’identità che la sua rinuncia lascerebbe dietro di sé. Meglio un dolore con targa che un’incertezza senza indirizzo.

A questo punto, e non prima — perché arrivarci prima significa emettere sentenze senza aver letto il fascicolo — vale la domanda che conta davvero: quando la normale, inevitabile, persino salutare regolazione reciproca che esiste in ogni coppia diventa coercizione?

La risposta più onesta che riesco a formulare è questa: quando il costo emotivo imposto all’altro rende sistematicamente impraticabili certe sue opinioni, certe sue accuse, certe sue verità. Non quando l’altro soffre per ciò che facciamo — questo è semplicemente il prezzo d’ingresso di ogni relazione seria. Ma quando quel dolore diventa una tassa che uno solo dei due paga sempre, e l’altro non versa mai, senza che questo venga letto, guarda caso, come l’ennesima prova della propria crudeltà.

Chiamiamo questa condizione, per darle un nome che meriti di essere ricordato più di “dinamica tossica” — espressione ormai talmente abusata da avere il fascino di un elenco telefonico —, il monopolio dell’innocenza: un sistema in cui gli errori di uno sono sempre cause, e quelli dell’altro sono sempre reazioni. “Ho urlato perché mi hai provocato” e “ti ho provocato perché eri freddo” possiedono, se le si guarda da vicino, esattamente la stessa grammatica morale. Nessuna delle due è falsa. Il problema comincia quando soltanto una delle due può essere pronunciata senza venire immediatamente rovesciata contro chi l’ha detta, come un boomerang particolarmente ben allenato.

La maturità relazionale, a questo punto, smette di somigliare a quel repertorio di parole rassicuranti che oggi si scambiano come figurine — “comunicazione”, “confini”, “validazione” — e comincia a somigliare a qualcosa di molto più scomodo da mettere in pratica: mantenere la propria agency anche quando esistono cause esterne reali, documentabili, persino ragionevoli. Riconoscere che tu mi hai effettivamente provocato, e che io, ciò nonostante, ho scelto come rispondere. Le due cose, contrariamente a quanto ci farebbe comodo credere, non si annullano a vicenda.

Fin dove bisogna risalire, allora, lungo la catena delle cause, prima che nessuno sia più responsabile di niente?

Non esiste una regola generale, e diffidate di chiunque ve ne offra una in tre punti con emoji. Esiste solo un’intuizione, ed è la più scomoda di tutte, quella che nessun podcast di auto-aiuto vi dirà mai per intero: capire perfettamente perché abbiamo fatto qualcosa non ci rende innocenti di averla fatta. Possiamo risalire fino all’infanzia, fino ai nostri genitori, fino ai genitori dei nostri genitori, con la meticolosità di un genealogista pagato a cottimo. La spiegazione, per quanto completa, si ferma sempre un passo prima dell’unica domanda che conta davvero, quella che nessuna biografia, per quanto dettagliata, riesce a rispondere al posto nostro: e allora, questa volta, che cosa ho scelto di fare io?