Nel modello economico standard, le scelte individuali derivano dall’interazione tra preferenze, credenze, informazioni e vincoli. In forma sintetica, un individuo sceglie l’azione che massimizza l’utilità attesa date le proprie preferenze, le credenze sugli stati del mondo e l’insieme delle alternative disponibili. Le preferenze rappresentano quindi una componente fondamentale del processo decisionale, ma non sono direttamente osservabili: vengono inferite a partire dalle scelte. Per questo motivo, una variazione nel comportamento non può essere automaticamente interpretata come una variazione delle preferenze, poiché può riflettere anche cambiamenti nelle informazioni, nelle credenze, nei vincoli o nel contesto decisionale.
Una parte importante dell’economia comportamentale consiste precisamente nell’“aprire” questa black box. Da un lato, si studia come le preferenze si formino e perché differiscano tra individui e società. In questa prospettiva, le preferenze possono essere rappresentate come un insieme multidimensionale di caratteristiche che includono, tra le altre, preferenze rispetto al rischio, al tempo e agli altri (sociali). L’eterogeneità lungo queste dimensioni contribuisce a spiegare differenze sistematiche nelle scelte e, attraverso l’accumulazione delle decisioni nel tempo, negli outcome economici e sociali, quali istruzione, partecipazione al mercato del lavoro, comportamento finanziario, salute e disuguaglianza.
Dall’altro lato, è necessario aprire anche la scatola nera che collega preferenze e comportamento osservato. A parità di preferenze, individui diversi possono effettuare scelte differenti perché differiscono nelle credenze, nell’informazione disponibile, nei vincoli, nell’attenzione, nell’autocontrollo o nello stato emotivo. Le emozioni possono intervenire in più punti del processo: possono modificare direttamente la valutazione degli esiti, influenzare le credenze soggettive, alterare attenzione e salienza oppure incidere sul processo decisionale senza modificare necessariamente le preferenze sottostanti. Ne consegue che un emotion-induced change in choice non implica necessariamente un preference change.
Questa distinzione è particolarmente rilevante in una prospettiva dinamica. Le intenzioni formulate in un certo momento possono divergere dalle azioni effettivamente realizzate successivamente, generando un intention-action gap. Tale divergenza può dipendere da present bias, problemi di autocontrollo, inattentiveness, forgetting, fatigue, mutamenti nei vincoli o negli stati emotivi. Tuttavia, non ogni differenza tra intenzione e comportamento costituisce un bias: se cambiano le informazioni o le condizioni economiche, una revisione della scelta può essere perfettamente razionale. Il problema normativo emerge quando la divergenza riflette meccanismi che l’individuo stesso, ex ante, preferirebbe evitare.
In questo quadro, le politiche pubbliche possono agire in punti differenti del processo decisionale. Gli incentivi modificano i payoff, i vincoli modificano l’insieme delle alternative disponibili, l’informazione modifica le credenze, mentre gli interventi di choice architecture possono incidere su attenzione, salienza e implementazione delle intenzioni. Il nudging può quindi essere interpretato come un intervento che modifica il mapping tra preferenze e scelte senza richiedere necessariamente un cambiamento nelle preferenze stesse. Questa distinzione tra formazione delle preferenze e traduzione delle preferenze in comportamento costituisce una chiave teorica utile per organizzare sia lo studio dell’eterogeneità individuale sia quello del ruolo delle emozioni nelle decisioni economiche.