Quando pensiamo alle emozioni, tendiamo a considerarle come reazioni a ciò che ci accade. Abbiamo paura perché percepiamo un pericolo, proviamo rabbia perché qualcuno ci ha danneggiato, siamo tristi dopo una perdita.
Questa descrizione è corretta, ma potrebbe essere incompleta.
Le emozioni potrebbero svolgere una funzione più profonda: aiutarci a trasformare una realtà complessa in una rappresentazione più semplice, rapida e utile per decidere.
In altre parole, un’emozione non sarebbe soltanto ciò che proviamo. Potrebbe essere anche il modo in cui il nostro sistema cognitivo organizza le informazioni necessarie per agire.
Il problema: il mondo è troppo complesso
Ogni decisione richiede di considerare molte variabili.
Quando dobbiamo valutare un rischio, per esempio, potremmo dover tenere conto della probabilità che accada qualcosa, della gravità delle conseguenze, del tempo disponibile, delle possibilità di fuga, del nostro grado di controllo e delle azioni degli altri.
Nessuno può elaborare consapevolmente tutte queste informazioni ogni volta.
La nostra attenzione è limitata. Il tempo è scarso. La memoria non è perfetta. La capacità di calcolo è finita.
Per questo, una parte fondamentale della razionalità umana consiste nel decidere quali informazioni conservare e quali ignorare.
È qui che potrebbero entrare in gioco le emozioni.
L’emozione come compressione
Immaginiamo di trovarci davanti a una situazione complessa. Il nostro cervello deve trasformarla in qualcosa di più semplice e immediatamente utilizzabile.
La paura può condensare informazioni relative a:
- probabilità di un danno;
- gravità delle conseguenze;
- vicinanza temporale della minaccia;
- possibilità di evitarla;
- grado di controllo sulla situazione.
L’ansia può rappresentare soprattutto l’incertezza rispetto a possibili minacce future.
La rabbia può segnalare che qualcuno ci ha danneggiato intenzionalmente e che il danno potrebbe essere evitato o corretto.
La tristezza può indicare una perdita importante e difficilmente reversibile.
La colpa può rappresentare una violazione di una norma o un danno causato ad altri.
Non significa che queste emozioni abbiano sempre e ovunque lo stesso significato. Né che ogni emozione possa essere ridotta a una singola funzione.
L’idea è più generale: un’emozione può comprimere molte informazioni in uno stato più semplice, capace di orientare rapidamente l’attenzione e il comportamento.
Non una fotografia del mondo, ma una guida all’azione
Una rappresentazione emotiva non sarebbe quindi una fotografia neutrale della realtà.
Sarebbe una rappresentazione costruita in funzione di ciò che potremmo dover fare.
La stessa situazione potrebbe generare emozioni diverse se cambia il problema decisionale.
Un temporale può essere irrilevante per chi è al sicuro in casa, ma diventare fonte di paura per chi si trova in mare.
Una perdita finanziaria può generare tristezza in una persona, rabbia in un’altra e sollievo in una terza, a seconda delle aspettative, delle alternative disponibili e del grado di controllo percepito.
L’emozione dipende quindi non soltanto da ciò che accade, ma anche da ciò che l’agente deve decidere.
Questa è una conseguenza importante: le emozioni potrebbero essere task-dependent, cioè dipendenti dal compito.
Le emozioni sono previsioni?
A questo punto emerge una domanda naturale: se le emozioni orientano l’azione, allora sono previsioni del futuro?
La risposta più prudente è: non necessariamente.
Non tutte le emozioni sono rivolte al futuro. Alcune riguardano ciò che sta accadendo nel presente. Altre sono legate a eventi passati, a perdite già avvenute o a violazioni già compiute.
Tuttavia, molte emozioni possono incorporare informazioni su ciò che potrebbe accadere.
La paura non rappresenta soltanto un pericolo presente. Può preparare l’organismo a un danno futuro.
L’ansia riguarda spesso una minaccia incerta e non ancora realizzata.
La speranza, l’anticipazione, il sollievo e il rimpianto dipendono in modo esplicito dal confronto tra aspettative, risultati e alternative possibili.
La formulazione più accurata non è quindi:
Le emozioni sono previsioni.
Ma piuttosto:
Le emozioni possono incorporare informazioni sul futuro quando queste informazioni sono rilevanti per l’azione presente.
La previsione sarebbe una proprietà possibile delle emozioni, non la loro definizione generale.
Dall’emozione alla scelta
L’emozione può influenzare molti sistemi contemporaneamente:
- attenzione;
- percezione;
- memoria;
- acquisizione di informazioni;
- valutazione;
- fisiologia;
- motivazione;
- preparazione all’azione;
- apprendimento.
Quando proviamo paura, per esempio, non cambia soltanto il nostro stato soggettivo. Potremmo prestare maggiore attenzione a determinati segnali, cercare più informazioni sul pericolo, evitare alcune alternative e prepararci fisicamente a reagire.
L’emozione funziona quindi come un punto di coordinamento tra diversi processi.
Una possibile sequenza è:
stato del mondo → percezione → credenze sul presente e sul futuro → valutazione → rappresentazione emotiva → attenzione e preparazione all’azione → scelta → risultato → errore di previsione → apprendimento.
In questa prospettiva, l’emozione non è necessariamente l’unica causa del comportamento. È una rappresentazione intermedia che può coordinare diversi sistemi orientati allo stesso problema.
Emozioni, preferenze e credenze
Questa interpretazione ha conseguenze importanti per l’economia.
Quando una persona spaventata prende una decisione diversa, non possiamo concludere automaticamente che la paura abbia modificato le sue preferenze.
Il cambiamento potrebbe dipendere da diversi meccanismi:
- l’emozione può entrare direttamente nella funzione di utilità;
- può modificare l’avversione al rischio;
- può cambiare le credenze sulla probabilità degli eventi;
- può alterare le probabilità soggettive;
- può spostare l’attenzione;
- può modificare la quantità di informazioni acquisite;
- può cambiare la rappresentazione interna della situazione.
Questi meccanismi possono produrre comportamenti simili, ma hanno implicazioni molto diverse.
Una persona che evita un investimento rischioso perché ha paura potrebbe:
- attribuire una probabilità maggiore alla perdita;
- valutare la perdita come più grave;
- prestare maggiore attenzione agli scenari negativi;
- percepire di avere meno possibilità di recuperare;
- rappresentare l’investimento come una minaccia anziché come una scelta finanziaria.
Osservare soltanto la decisione finale non basta per distinguere queste spiegazioni.
Le emozioni e gli errori di previsione
Le emozioni possono inoltre essere collegate all’apprendimento.
Ogni decisione produce un risultato che può essere confrontato con ciò che ci aspettavamo.
Se il risultato è migliore del previsto, possiamo provare sorpresa positiva o sollievo. Se è peggiore, possiamo provare delusione, frustrazione o rimpianto.
Ma non tutti gli errori sono uguali.
Possiamo distinguere tra:
- errori nelle ricompense attese;
- errori nelle credenze sul mondo;
- errori relativi a un’azione alternativa;
- violazioni delle aspettative sociali;
- violazioni di norme morali.
Il rimpianto, per esempio, non riguarda soltanto il risultato ottenuto. Include il confronto con ciò che sarebbe potuto accadere scegliendo diversamente.
La delusione confronta il risultato con un’aspettativa.
Il sollievo nasce spesso dal confronto tra un esito negativo anticipato e un risultato migliore.
Le emozioni potrebbero quindi aiutare a classificare gli errori e a stabilire quali informazioni aggiornare in futuro.
Perché le emozioni potrebbero essere utili
Se gli esseri umani avessero risorse cognitive illimitate, potrebbero analizzare ogni situazione in modo completo.
Ma non è così.
Le emozioni potrebbero essersi sviluppate, almeno in parte, come strumenti per affrontare rapidamente problemi ricorrenti:
- minacce;
- opportunità;
- perdite;
- competizione;
- cooperazione;
- status;
- reciprocità;
- violazioni delle norme;
- relazioni sociali.
Una rappresentazione compressa può ridurre la complessità del problema, concentrare l’attenzione e rendere alcune azioni immediatamente disponibili.
In questo senso, l’emozione non è necessariamente l’opposto della razionalità.
Può essere una tecnologia decisionale per agenti con capacità limitate.
La razionalità, infatti, non consiste sempre nell’elaborare più informazioni. A volte consiste nel conservare soltanto quelle che servono davvero.
Quando le emozioni sbagliano
La compressione ha però un costo: elimina informazione.
Una rappresentazione utile in un ambiente può diventare inadeguata in un altro.
La paura può essere protettiva davanti a un pericolo reale, ma diventare paralizzante quando il rischio è remoto o sovrastimato.
La rabbia può aiutare a reagire a un’ingiustizia, ma produrre decisioni costose quando il conflitto è facilmente evitabile.
L’ansia può spingere a raccogliere informazioni, ma anche generare un’attenzione eccessiva verso scenari improbabili.
Per questo non basta dire che un’emozione ha prodotto una scelta subottimale.
Dobbiamo chiederci:
- rispetto a quale obiettivo la scelta è subottimale?
- quali informazioni erano disponibili?
- quanto costava elaborarle?
- quale ambiente aveva calibrato quella risposta?
- quali alternative erano realmente percepite?
Un’emozione può essere:
- rumore;
- un meccanismo generalmente utile ma imperfetto;
- una risposta adattiva in un ambiente diverso da quello attuale.
Queste possibilità non sono equivalenti.
Come verificare l’ipotesi
L’idea delle emozioni come rappresentazioni compresse produce alcune previsioni verificabili.
Se le emozioni svolgono questa funzione, allora:
- modificare le aspettative sul futuro dovrebbe cambiare l’emozione anche quando il presente resta invariato;
- la stessa situazione dovrebbe generare emozioni diverse quando cambia il problema decisionale;
- una volta conosciuta l’emozione, alcune informazioni dettagliate sullo stato originario dovrebbero diventare meno utili per prevedere la scelta;
- il vantaggio delle emozioni dovrebbe aumentare quando crescono complessità, pressione temporale e scarsità attentiva;
- le emozioni dovrebbero orientare selettivamente la ricerca di informazioni rilevanti;
- modificare le conseguenze future dovrebbe produrre effetti diversi dal semplice cambiamento della ricompensa immediata;
- gli errori di previsione dovrebbero modificare sistematicamente le emozioni successive;
- i cambiamenti di comportamento dovrebbero poter essere scomposti in effetti su preferenze, credenze, attenzione e rappresentazione.
Queste predizioni sono importanti perché impediscono alla teoria di diventare una spiegazione generica del tipo “le emozioni influenzano tutto”.
Una teoria utile deve specificare che cosa viene rappresentato, perché viene rappresentato e come questa rappresentazione modifica la scelta.
La domanda centrale
Il contributo più interessante di questa prospettiva non è sostenere che le emozioni siano semplicemente previsioni del futuro.
Questa idea, in forme diverse, è già presente in molte teorie psicologiche e neuroscientifiche.
Il punto è collegare il problema delle emozioni a una questione centrale dell’economia: come prendono decisioni gli agenti quando non possono rappresentare tutto?
La domanda diventa quindi:
Quale informazione conserva un’emozione, perché vale la pena conservarla e come cambia la scelta a partire da questa rappresentazione?
Questa domanda sposta l’attenzione dalla classificazione delle emozioni alla loro funzione economica.
Non si tratta soltanto di capire se la paura aumenta o riduce l’avversione al rischio.
Si tratta di capire quale trasformazione dell’informazione avviene prima della scelta.
Una nuova definizione possibile
La definizione tradizionale potrebbe essere:
Emozione = risposta a ciò che è accaduto.
Ma anche la definizione opposta sarebbe troppo forte:
Emozione = previsione di ciò che accadrà.
Una formulazione più equilibrata è:
Un’emozione è una rappresentazione orientata all’azione e dipendente dal compito della relazione tra individuo e ambiente, che può incorporare informazioni su ciò che probabilmente accadrà quando tali informazioni sono rilevanti per l’azione.
In questa prospettiva, le emozioni aiutano agenti cognitivamente limitati a trasformare un mondo troppo complesso in uno spazio decisionale sufficientemente semplice per consentire previsione, preparazione, scelta e apprendimento.
La domanda non è quindi soltanto se le emozioni ci rendano più o meno razionali.
La domanda più interessante è:
Che cosa ci permettono di vedere, che cosa ci fanno ignorare e come trasformano ciò che vediamo in una decisione?