Siamo abituati a pensare alla performance come a una questione di capacità. Una persona è più intelligente, più preparata, più disciplinata o più motivata di un’altra e quindi ottiene risultati migliori. Ma c’è un’altra possibilità, forse più interessante: una parte importante delle differenze che osserviamo non è tra persone, ma all’interno della stessa persona.
Pensiamo a noi stessi in due giornate diverse. Nella prima abbiamo dormito bene. Abbiamo tempo. Nessuno ci interrompe. Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare e riusciamo a concentrarci per due ore sullo stesso problema. Nella seconda abbiamo dormito poco. Arrivano email, messaggi e telefonate. Passiamo continuamente da un compito all’altro. Una riunione interrompe la mattina, un’altra il pomeriggio. Le nostre capacità sono sostanzialmente le stesse. La nostra performance no.
Questo suggerisce un modo diverso di formulare la domanda.Invece di chiederci: “Come posso diventare migliore?” potremmo chiederci: “Quali condizioni permettono alla versione migliore di me di presentarsi più spesso?”
- Il problema delle intenzioni
In economia e nelle scienze comportamentali sappiamo da tempo che preferenze dichiarate (intention) e comportamento (action) non sono la stessa cosa (gap).Possiamo voler risparmiare e spendere. Voler mangiare meglio e ordinare un dessert. Voler lavorare a un articolo e controllare la posta elettronica trenta volte. Voler fare esercizio fisico e rimanere sul divano.
Il problema non è necessariamente che stiamo mentendo quando dichiariamo le nostre intenzioni. Quando diciamo “da domani mi alleno”, probabilmente lo pensiamo davvero. Semplicemente, tra l’intenzione e il comportamento si inserisce il presente. E nel presente esistono costi immediati, tentazioni, distrazioni, fatica e alternative.
È qui che molti obiettivi muoiono.
Per questo probabilmente sopravvalutiamo il potere delle intenzioni e sottovalutiamo quello delle abitudini.
- Forse il comportamento viene prima del mindset
Quando vogliamo cambiare qualcosa, tendiamo a partire dalla testa. Devo essere più motivato.Devo avere più fiducia in me stesso. Devo diventare più disciplinato.Devo cambiare mindset.
Ma proviamo a invertire la causalità.
Forse non dobbiamo aspettare di sentirci disciplinati per comportarci in maniera disciplinata. Possiamo costruire un comportamento e lasciare che sia la ripetizione di quel comportamento a modificare progressivamente ciò che pensiamo di noi stessi. È una differenza importante.
“Diventare una persona che fa attività fisica” è un obiettivo piuttosto vago. Mettere le scarpe da corsa vicino alla porta e uscire alle 7 tre volte alla settimana è un comportamento. Il primo dipende in larga misura da qualcosa che dovrebbe accadere dentro di noi. Il secondo può essere progettato.
E c’è un aspetto ancora più interessante: comportamento e convinzioni possono rafforzarsi reciprocamente. La ricerca sulla formazione delle abitudini mostra, per esempio, una relazione dinamica tra automaticità e self-efficacy specifica: sentirsi capaci facilita la costruzione dell’abitudine, ma la progressiva automatizzazione del comportamento può a sua volta rafforzare la percezione di essere capaci di eseguirlo.
Si crea un piccolo circolo virtuoso. Prima faccio. Poi diventa più facile fare. E anche per questo comincio a pensare diversamente a ciò che sono capace di fare.
- L’ambiente è una tecnologia comportamentale
Immaginiamo di voler leggere di più. Possiamo fissarci l’obiettivo di leggere cinquanta libri all’anno. Oppure possiamo lasciare un libro sul comodino e mettere il telefono in un’altra stanza.
Sono due strategie profondamente diverse. La prima interviene sull’obiettivo. La seconda modifica l’architettura della scelta.
E spesso chiediamo alla forza di volontà di risolvere problemi che abbiamo creato con un cattivo design dell’ambiente.
Se il telefono è davanti a noi, le notifiche sono attive e l’email è aperta sul computer, ogni minuto di concentrazione richiede una piccola decisione:
continuare oppure controllare?
continuare oppure controllare?
continuare oppure controllare?
Possiamo vincere molte di queste battaglie. Ma perché combatterle?
Togliere il telefono dalla stanza elimina la scelta. Questo principio si estende ben oltre la produttività personale. Vale nelle scuole. Vale nelle università. Vale nelle imprese. Vale nelle politiche pubbliche.
Quando osserviamo un comportamento indesiderato, siamo molto rapidi nell’attribuirlo alle caratteristiche della persona: scarsa motivazione, poca disciplina, irresponsabilità.
Prima di concludere che il problema sia la persona, dovremmo guardare il sistema nel quale le abbiamo chiesto di comportarsi.
- Il comfort ha un rendimento immediato
C’è poi un problema temporale. Molti comportamenti che migliorano la nostra vita hanno costi immediati e benefici differiti.
Studiare è faticoso oggi. Il beneficio arriva dopo. Allenarsi costa oggi. Il beneficio arriva dopo.
Risparmiare significa rinunciare a consumo oggi. Il beneficio arriva dopo.
Scrivere un articolo scientifico richiede concentrazione oggi. La pubblicazione, se arriverà, arriverà molto dopo.
Le alternative hanno spesso la struttura opposta. Controllare Instagram offre una piccola ricompensa adesso. Rimandare un compito difficile elimina immediatamente una sensazione spiacevole. Comprare qualcosa produce gratificazione oggi e il costo futuro appare psicologicamente distante. Non dovrebbe quindi sorprenderci che la strada più facile eserciti una forza considerevole.
La performance richiede spesso di accettare volontariamente un piccolo costo presente in cambio di un beneficio incerto e differito. Vista in questo modo, l’autodisciplina è anche un problema di scelta intertemporale.
- Mastery: cambiare la funzione obiettivo
C’è un altro modo di modificare questo trade-off. Immaginiamo due persone che svolgono esattamente la stessa attività.
La prima misura il proprio successo principalmente attraverso risultati esterni:
Quanto guadagno?
Quante persone mi riconoscono?
Sono migliore degli altri?
Ho vinto?
La seconda è concentrata maggiormente sulla mastery:
Sto diventando più bravo?
Ho capito qualcosa che ieri non capivo?
So fare oggi qualcosa che un anno fa non sapevo fare?
La distinzione non è assoluta. Tutti rispondiamo in qualche misura sia a incentivi esterni sia alla soddisfazione che deriva dal padroneggiare qualcosa.
Ma cambiare la funzione obiettivo cambia anche il significato del fallimento.
Se l’obiettivo è dimostrare quanto valgo, un fallimento è informazione sulla mia identità.
Se l’obiettivo è migliorare, un fallimento può diventare informazione sul processo.
Che cosa non ha funzionato?
Che cosa posso cambiare?
Che cosa devo imparare?
La letteratura sulla goal orientation distingue infatti gli obiettivi di mastery, centrati sull’apprendimento e sul miglioramento delle proprie competenze, dagli obiettivi legati alla dimostrazione della performance rispetto agli altri. La relazione con comportamento e self-efficacy è complessa, ma l’orientamento alla mastery è frequentemente associato alla ricerca di compiti sfidanti, alla persistenza e all’apprendimento.
- La fiducia è anche una conseguenza
Diciamo spesso a qualcuno: “Devi avere più fiducia in te stesso.” È un consiglio ben intenzionato e quasi completamente inutilizzabile.
Come si fa, esattamente?
Un modo più produttivo di pensare alla fiducia viene dal concetto di self-efficacy: la convinzione di essere in grado di affrontare un determinato compito.
Non è semplicemente una caratteristica della personalità. Si costruisce anche attraverso l’esperienza.
Bandura identificava quattro fonti principali: le esperienze dirette di padronanza, l’osservazione degli altri, la persuasione sociale e l’interpretazione dei propri stati fisiologici ed emotivi. Tra queste, le esperienze di mastery hanno un ruolo particolarmente importante.
Questo rovescia nuovamente l’intuizione comune.
Pensiamo: fiducia → azione → successo.
Ma spesso la sequenza può essere:
azione → piccolo successo → maggiore self-efficacy → nuova azione.
Non devo necessariamente trovare dentro di me la fiducia necessaria per iniziare. Posso progettare un primo passo sufficientemente difficile da essere significativo e sufficientemente facile da poter essere completato. E utilizzare l’esperienza come informazione.
- Lo stesso battito cardiaco può raccontare due storie
Prima di una presentazione importante il cuore accelera. Che cosa significa? “Sono troppo ansioso.”
Oppure: “Il mio corpo si sta preparando.”
Il dato fisiologico è simile. La storia che raccontiamo sul dato può essere diversa. Questo è interessante perché tendiamo a considerare le emozioni come informazioni oggettive sul mondo. Ho paura, quindi la situazione deve essere pericolosa. Mi sento insicuro, quindi probabilmente non sono capace. Sono a disagio, quindi forse dovrei fermarmi.
Ma uno stato interno non è necessariamente una descrizione accurata della realtà. È anche qualcosa che interpretiamo. E l’interpretazione influenza ciò che facciamo dopo.
- La straordinaria macchina degli “E se…?”
La capacità di immaginare il futuro è uno dei grandi vantaggi cognitivi della nostra specie. Possiamo simulare eventi che non sono ancora accaduti. Possiamo anticipare problemi. Possiamo prepararci. Possiamo scegliere oggi in funzione delle conseguenze di domani.
Ma la stessa macchina può produrre:
E se fallisco?
E se faccio una figuraccia?
E se prendono male quello che dico?
E se scopro di non essere abbastanza bravo?
E se gli altri mi giudicano?
La simulazione del futuro smette di essere uno strumento per decidere e diventa un generatore di scenari negativi. E qui compare una distinzione importante.
Il rischio riguarda qualcosa che può accadere nel mondo.
La paura riguarda anche la rappresentazione mentale che costruiamo di quel rischio.
Le due cose non sono sempre proporzionate.
- Il paradosso della performance
Arriviamo così a un paradosso. Per ottenere risultati migliori cerchiamo spesso di aggiungere qualcosa.
Più motivazione.
Più obiettivi.
Più disciplina.
Più tecniche.
Più strumenti.
Ma una parte della performance potrebbe dipendere dal fare esattamente il contrario.
Togliere.
Togliere distrazioni.
Togliere decisioni inutili.
Togliere attrito ai comportamenti che vogliamo rendere più frequenti.
Aggiungere attrito a quelli che vogliamo ridurre.
Togliere obiettivi che competono tra loro.
Togliere occasioni in cui dobbiamo affidarci alla forza di volontà.
Forse una buona strategia di performance non consiste nel trasformarci in persone eccezionalmente disciplinate.
Consiste nel costruire una giornata nella quale serve meno disciplina.
- Un piccolo esperimento
C’è un modo semplice per verificare tutto questo. Per una settimana, invece di scrivere i nostri obiettivi, registriamo i nostri comportamenti.
Quanto tempo lavoriamo senza interruzioni?
Quante volte prendiamo in mano il telefono?
Quando facciamo attività fisica?
Quanto dormiamo?
Con chi trascorriamo il nostro tempo?
Che cosa facciamo nella prima ora della giornata?
E nell’ultima?
Poi dimentichiamo per un momento ciò che diciamo di volere. Guardiamo soltanto i dati. E facciamoci una domanda:
“Se osservassi questa persona dall’esterno, senza sapere nulla delle sue intenzioni, quali direi che sono le sue priorità?”
Potrebbe esserci una certa distanza tra la risposta e quella che avremmo dato all’inizio. Ed è proprio quella distanza la parte interessante.
Perché le intenzioni raccontano la persona che vorremmo essere.
I comportamenti rivelano gli incentivi, le abitudini e i sistemi dentro i quali stiamo realmente vivendo.
E se vogliamo cambiare i risultati, forse è da lì che conviene cominciare.