C’è qualcosa che mi colpisce sempre quando si parla di educazione finanziaria ai giovani.
Insegniamo loro che cos’è un’azione. Un’obbligazione. Un ETF. Un PAC. Parliamo di diversificazione, interesse composto, rischio e rendimento. Tutte cose importanti. Ma rischiamo di iniziare dalla fine della storia.
Perché un ragazzo di 19 anni può avere 500 euro sul conto corrente e passare ore a chiedersi come investirli. Nel frattempo possiede qualcosa che vale immensamente di più e a cui dedica molta meno attenzione: i prossimi cinque anni della propria vita.
Tempo.
Energia.
Attenzione.
Salute.
Capacità di imparare.
Possibilità di sperimentare.
Libertà di cambiare strada.
Accesso a persone, idee, università, esperienze.
Questo è il suo vero patrimonio iniziale. E ha una caratteristica straordinaria: non può essere conservato. L’ora che hai oggi non puoi metterla da parte e utilizzarla a quarant’anni. L’energia dei vent’anni non può essere depositata in banca.
La possibilità di imparare una lingua, vivere sei mesi all’estero, conoscere persone diverse, costruire una competenza difficile non rimane lì ad aspettarti indefinitamente. Quelle risorse devono essere trasformate. Ed è qui, secondo me, che dovrebbe iniziare l’educazione finanziaria.
Non dalla domanda:
“Dove investo i miei primi 1.000 euro?”
Ma da una domanda molto più grande:
“Come uso le risorse che possiedo oggi per produrre le risorse di cui avrò bisogno domani?”
Tempo può diventare conoscenza.
Conoscenza può diventare competenza.
Competenza può diventare opportunità.
Opportunità può diventare reddito.
Reddito può diventare risparmio.
Risparmio può diventare capitale finanziario.
E quel capitale finanziario, molti decenni più tardi, potrà sostenerci quando il nostro capitale umano non sarà più in grado di generare lo stesso reddito. Non è una metafora motivazionale. È economia.
Gary Becker costruì proprio su questa idea la moderna teoria del capitale umano: istruzione e formazione sono investimenti perché comportano costi oggi in cambio di una maggiore capacità produttiva e di maggiori redditi futuri. Jacob Mincer mostrò poi come istruzione ed esperienza contribuiscano a spiegare il profilo dei redditi lungo il ciclo di vita.
Decenni di ricerca empirica hanno cercato di distinguere la semplice correlazione dall’effetto causale dell’istruzione. La conclusione generale è robusta: l’istruzione produce mediamente ritorni economici rilevanti, anche se naturalmente variano enormemente tra persone, paesi, campi di studio e qualità dell’istruzione. Una grande rassegna di 1.120 stime in 139 paesi trova un rendimento privato medio di circa il 9% per un anno aggiuntivo di istruzione.
Ma il punto ancora più importante è che il capitale umano può “comporre”. Cunha e Heckman parlano di self-productivity e dynamic complementarity: le capacità sviluppate oggi facilitano l’acquisizione di altre capacità domani e possono aumentare il rendimento degli investimenti successivi. In termini semplici: imparare genera capacità di imparare. Una buona competenza acquisita oggi non produce soltanto un rendimento diretto; può rendere più produttive molte delle esperienze che verranno dopo.
È una forma di interesse composto che comincia molto prima di aprire un conto titoli.
E non riguarda soltanto ciò che impariamo sui libri.
La salute stessa può essere pensata come uno stock di capitale. Nel modello classico di Michael Grossman investiamo tempo e risorse in salute perché la salute produce “tempo sano” nel futuro; è uno stock che tende a deprezzarsi con l’età e che può essere, almeno in parte, mantenuto attraverso investimenti.
Poi ci sono le relazioni. Non le definirei semplicemente capitale umano: qui entriamo nel capitale sociale. Ma anche queste sono risorse che costruiamo oggi e che possono produrre opportunità domani. La ricerca sui network nel mercato del lavoro mostra che le reti sociali influenzano l’accesso alle informazioni, alle opportunità di lavoro e agli esiti occupazionali.
E allora la scelta di come vivere gli anni dell’università cambia completamente significato.
Scegliere quale università.
Decidere quanto seriamente studiare.
Imparare bene l’inglese.
Acquisire competenze quantitative.
Fare un Erasmus.
Imparare a programmare.
Leggere qualcosa che non sarà mai chiesto a un esame.
Conoscere persone molto diverse da noi.
Fare sport.
Dormire.
Lavorare.
Provare qualcosa in cui potremmo fallire.
Non sono semplicemente “cose da fare durante l’università”. Sono decisioni di allocazione di risorse scarse. Ogni giorno stiamo trasformando tempo, energia e attenzione in qualcosa.
La questione è: in cosa?
E questo non significa che ogni ora debba essere “produttiva”.
Anche riposare, innamorarsi, viaggiare, giocare, coltivare amicizie e perdere tempo insieme agli altri produce risorse che possono avere un valore enorme nella vita futura.
L’economia non ci dice quale vita dobbiamo scegliere. Ci ricorda però una cosa fondamentale: esiste un costo opportunità. La stessa ora non può essere utilizzata due volte. E soprattutto ci ricorda che rendimento non significa soltanto denaro.
Possiamo investire oggi per produrre reddito futuro.
Ma anche salute futura.
Autonomia.
Relazioni.
Conoscenza.
Resilienza.
Libertà di scelta.
Forse allora dovremmo ripensare radicalmente il modo in cui insegniamo educazione finanziaria.
Un diciannovenne non è una persona povera con 500 euro da investire. È una persona che possiede un enorme stock di risorse, molte delle quali irripetibili, e deve imparare a trasformarle.
Prima di chiedergli quale ETF scegliere, dovremmo forse insegnargli a farsi due domande:
“Quali risorse possiedo oggi?”
“Quali risorse voglio aver costruito fra dieci o vent’anni?”
In mezzo a queste due domande c’è quasi tutta la sua vita economica. E probabilmente c’è anche il più importante investimento che farà mai.
