Un nuovo semestre sta per iniziare

A voi studenti vorrei fare una domanda diversa da quelle che probabilmente vi state facendo. Non: “Quale lavoro mi darà uno stipendio alto?”, “Quale laurea mi garantirà un posto sicuro?” o “Quali lavori sopravvivranno all’intelligenza artificiale?”. La domanda è più difficile: che tipo di vita volete vivere? È una domanda antica. Socrate sosteneva che una vita non esaminata non fosse una vita degna di essere vissuta. Molti secoli dopo Robert Nozick tornò su quella stessa idea in The Examined Life: interrogarsi seriamente su ciò che rende una vita buona, significativa e autentica. Mi sembra una domanda particolarmente importante per chi oggi ha diciannove o vent’anni.

State entrando nell’età adulta in un momento molto particolare. Intelligenza artificiale, robotica, invecchiamento della popolazione, riduzione della natalità, migrazioni e trasformazione del lavoro modificheranno profondamente il contesto nel quale prenderete le vostre decisioni. Non sappiamo esattamente come sarà il mondo nel quale lavorerete fra vent’anni, ma sappiamo che sarà diverso da quello nel quale sono entrati i vostri genitori e probabilmente molto diverso da quello che molti adulti continuano a descrivervi. Questo crea paura, e la paura produce una tentazione comprensibile: cercare una ricetta. Dimmi quale facoltà scegliere, quale esame fare, quale competenza imparare, quale professione sarà sicura, cosa devo fare per avere successo. Il problema è che forse la ricetta non esiste più.

Qui entra un’idea che trovo affascinante: quella dei “meme”. Prima che la parola indicasse immagini divertenti su Internet, Richard Dawkins la utilizzò per descrivere idee che si trasmettono da una mente all’altra. Le idee circolano, vengono imitate, competono, si modificano. Alcune scompaiono, altre diventano così diffuse che smettiamo persino di accorgerci che sono idee e iniziamo a considerarle semplicemente “la realtà”. “Devi trovare un posto fisso.” “Se ti laurei sei a posto.” “Un bravo studente prende voti alti.” “Una professione prestigiosa rende una persona di successo.” “Bisogna scegliere a vent’anni cosa fare per tutta la vita.” “Se lavori abbastanza, il futuro assomiglierà al passato.” Quante di queste idee avete realmente esaminato e quante le avete semplicemente ricevute dalla famiglia, dagli amici, dai social, dai professori o dalla generazione precedente?

Questo, per me, è uno dei compiti più importanti dell’università. Non riempirvi la testa di informazioni, ma insegnarvi a esaminare ciò che avete già dentro la testa. Perché credo questa cosa? Quali prove ho? Chi me l’ha insegnata? Era vera vent’anni fa? È ancora vera oggi? E soprattutto: voglio davvero costruire la mia vita intorno a questa idea? Una buona formazione universitaria dovrebbe rendervi meno dipendenti dalle risposte ricevute dagli altri e più capaci di formulare domande migliori.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale rende tutto questo ancora più urgente. Per secoli una parte importante del valore economico delle persone è derivata dal possedere informazioni e dal saper eseguire compiti cognitivi relativamente complessi: leggere, riassumere, tradurre, calcolare, scrivere, programmare, analizzare documenti, preparare presentazioni. Oggi una macchina può già fare una parte crescente di queste cose. Tra dieci anni non sappiamo esattamente dove sarà il confine. Proprio per questo sarebbe un errore enorme trascorrere l’università cercando soltanto di diventare molto efficienti nell’eseguire compiti che una macchina potrebbe presto svolgere meglio, più velocemente e a un costo inferiore.

La questione diventa allora più profonda. Quando alcune forme di intelligenza diventeranno abbondanti e relativamente economiche, che cosa avrà davvero valore? Forse sapere quali domande vale la pena porre. Forse distinguere ciò che è importante da ciò che è semplicemente urgente. Forse comprendere gli incentivi delle persone, creare fiducia, collaborare, assumersi responsabilità, esercitare giudizio, riconoscere l’incertezza e prendere decisioni senza nascondersi dietro una procedura. Forse sarà sempre più importante non soltanto sapere come ottenere qualcosa, ma capire se quella cosa vale la pena di essere ottenuta.

Ed è qui che economia e filosofia si incontrano. L’economia studia le scelte, ma prima delle scelte ci sono le preferenze, e prima ancora c’è una domanda che raramente compare nei nostri modelli: da dove vengono le cose che desideriamo? Le abbiamo scelte o le abbiamo imitate? Sono davvero importanti per noi oppure stiamo partecipando a una gigantesca competizione per ottenere ciò che qualcun altro ci ha insegnato a desiderare? Lavoro, denaro, status, follower, titoli, carriera, consumo: niente di tutto questo è necessariamente sbagliato. Ma una examined life richiede almeno di chiedersi perché lo vogliamo e quale prezzo siamo disposti a pagare per ottenerlo.

Questo è anche il motivo per cui essere studenti passivi oggi è particolarmente pericoloso. Aspettare le slide, studiare tre giorni prima dell’esame, imparare quello che serve per prendere un buon voto, dimenticarlo poco dopo e attendere che qualcun altro indichi il passo successivo è un modello di apprendimento fragile. Poteva forse essere compatibile con un mondo relativamente stabile, nel quale una buona parte delle competenze acquisite a vent’anni rimaneva utile per decenni. Nel mondo verso cui stiamo andando potrebbe diventare una strategia molto costosa. Dovrete imparare continuamente, cambiare strumenti, forse cambiare lavoro molte volte e probabilmente reinventare parti della vostra identità professionale. Dovrete collaborare con sistemi di intelligenza artificiale che oggi non esistono e prendere decisioni in presenza di tecnologie, istituzioni e problemi che nessun professore può insegnarvi completamente in anticipo.

Per questo il vostro vero obiettivo all’università non dovrebbe essere prepararvi soltanto per il primo lavoro. Dovrebbe essere prepararvi per il quinto, e forse per un lavoro che oggi non ha ancora un nome. Ma c’è qualcosa di ancora più importante: non preparatevi soltanto a essere utili al mercato del lavoro. Sarebbe una visione terribilmente povera dell’università. Preparatevi a essere persone capaci di decidere che cosa vale la pena fare quando il mondo vi offrirà possibilità che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.

Usate l’intelligenza artificiale. Imparate come funziona. Diventate molto bravi a lavorare con essa. Ma non consegnatele il compito più importante: decidere chi volete diventare. Il rischio più grande del futuro potrebbe non essere che le macchine pensino al posto nostro. Potrebbe essere che noi smettiamo di chiederci per che cosa vale la pena pensare. Forse questo è il senso più profondo di una vita esaminata: non avere tutte le risposte, ma rifiutarsi di vivere usando soltanto quelle ricevute dagli altri.

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