Per secoli abbiamo diviso l’economia in agricoltura, industria e servizi. Ma l’intelligenza artificiale e la robotica potrebbero cambiare qualcosa di molto più profondo: il rapporto tra lavoro umano e produzione di ricchezza.
Immaginiamo un’economia nella quale il grano viene coltivato da trattori autonomi, il pane viene prodotto da fabbriche robotizzate, le merci vengono consegnate da veicoli senza conducente e una parte crescente dei servizi viene fornita dall’intelligenza artificiale.
In questa economia si continuerebbe a produrre cibo, automobili, abitazioni, informazioni e servizi. Ma per farlo servirebbe sempre meno lavoro umano.
Non è difficile immaginare uno scenario del genere. La fantascienza lo racconta da decenni. La novità è che alcune delle tecnologie necessarie cominciano a esistere davvero.
La domanda interessante, dal punto di vista economico, non è soltanto quanti posti di lavoro potrebbero scomparire. È se stiamo entrando in una fase storica nella quale il lavoro umano potrebbe perdere il suo ruolo centrale nella produzione di beni e servizi.
Per capire la portata di questa trasformazione, dobbiamo partire da una delle classificazioni più conosciute dell’economia: quella dei tre settori.
1. I tre settori dell’economia
Nel 1935 l’economista neozelandese Allan G. B. Fisher propose una distinzione delle attività economiche in tre grandi categorie. Pochi anni dopo, Colin Clark contribuì a sviluppare e diffondere questa classificazione, soprattutto attraverso il suo libro The Conditions of Economic Progress, pubblicato nel 1940.
L’idea era semplice: distinguere le attività economiche in base alla loro natura.
Il settore primario comprende le attività legate all’utilizzo delle risorse naturali, come agricoltura, pesca, silvicoltura ed estrazione mineraria.
Il settore secondario comprende le attività che trasformano materie prime e altri input in prodotti, come l’industria manifatturiera e le costruzioni.
Il settore terziario comprende i servizi: commercio, trasporti, istruzione, sanità, finanza, consulenza e molte altre attività.
Pensiamo a una pagnotta di pane.
L’agricoltore coltiva il grano. Il mulino trasforma il grano in farina. Il panificio produce il pane. Il negozio lo vende al consumatore.
La stessa pagnotta attraversa attività appartenenti a settori diversi. Naturalmente, per misurare il contributo di ciascuno al PIL, dobbiamo considerare il valore aggiunto in ogni fase, evitando di contare più volte il valore degli stessi beni intermedi.
Questa classificazione è stata particolarmente utile per descrivere una delle trasformazioni economiche più importanti della storia: il passaggio dalle società agricole alle società industriali e, successivamente, alle economie dominate dai servizi.
2. La grande trasformazione: dall’agricoltura ai servizi
Per gran parte della storia umana, la maggioranza della popolazione lavorava nella produzione di cibo.
Con la rivoluzione industriale, una quota crescente della forza lavoro si è spostata verso le fabbriche e le costruzioni.
Successivamente, soprattutto nelle economie avanzate, è aumentato il peso dei servizi.
Questo processo viene generalmente chiamato trasformazione strutturale dell’economia.
Il suo aspetto più interessante è che il declino relativo di un settore non implica necessariamente una riduzione della sua produzione.
Oggi, per esempio, gli Stati Uniti producono enormi quantità di beni agricoli impiegando una frazione molto piccola della forza lavoro. Le innovazioni tecnologiche hanno consentito di aumentare la produttività e liberare lavoratori per altre attività.
Un agricoltore dotato di macchinari moderni può produrre molto più di quanto potessero produrre decine di lavoratori nei secoli passati.
Lo stesso fenomeno si è verificato nell’industria.
La produttività manifatturiera è aumentata grazie a macchine, organizzazione del lavoro, robotica e tecnologie digitali. Parallelamente, nelle economie avanzate è cresciuta l’importanza dei servizi, che oggi rappresentano la parte prevalente del valore aggiunto.
Ma attenzione: la quota di occupazione e la quota di valore aggiunto non sono la stessa cosa. Un settore può impiegare relativamente pochi lavoratori e contribuire in misura significativa al PIL, oppure assorbire molta occupazione e generare una quota più contenuta del valore aggiunto.
Questa distinzione diventa particolarmente importante quando parliamo di automazione.
3. Perché si è cominciato a parlare di quarto e quinto settore
Con la crescita dei servizi, diversi studiosi hanno proposto di superare la tradizionale classificazione in tre settori.
Una distinzione abbastanza diffusa identifica un settore quaternario, che comprende le attività basate sulla conoscenza: ricerca scientifica, informatica, elaborazione delle informazioni e innovazione.
Altre classificazioni individuano un settore quinario, che include attività decisionali di alto livello oppure, secondo definizioni differenti, alcuni servizi avanzati alla persona e alla collettività.
Queste categorie possono essere utili per analizzare la crescente complessità delle economie contemporanee.
Tuttavia, non sono universalmente adottate e non sostituiscono le classificazioni statistiche ufficiali, che utilizzano articolazioni molto più dettagliate delle attività economiche.
Soprattutto, non descrivono necessariamente una nuova modalità di produzione. Spesso rappresentano suddivisioni di attività che, nella classificazione tradizionale, appartengono già ai servizi.
Un ricercatore, un consulente finanziario e un dirigente svolgono attività molto diverse. Ma la loro collocazione in un ipotetico quarto o quinto settore dipende dal criterio che decidiamo di utilizzare.
Ed è proprio qui che emerge una possibilità interessante.
Forse il cambiamento economico più importante dei prossimi decenni non sarà la nascita di un nuovo tipo di servizio.
Potrebbe essere la progressiva separazione tra produzione e lavoro umano.
4. Il quarto settore potrebbe essere quello automatizzato
Proviamo a immaginare una classificazione alternativa.
Anziché distinguere soltanto che cosa viene prodotto, potremmo distinguere anche come viene prodotto e, soprattutto, quanto lavoro umano è necessario.
Da questo punto di vista, possiamo introdurre una nuova categoria: la produzione altamente automatizzata.
Pensiamo a quattro esempi.
Un trattore autonomo coltiva un campo senza un conducente. Una fabbrica robotizzata produce componenti industriali con pochissimi addetti. Un sistema di intelligenza artificiale gestisce migliaia di richieste dei clienti. Un software genera autonomamente contenuti digitali.
In tutti questi casi, una parte del lavoro precedentemente svolto da persone viene trasferita a macchine o sistemi informatici.
L’idea di un quarto settore automatizzato nasce proprio da questa osservazione.
Non si tratterebbe di un settore economico nel senso tradizionale del termine, ma di una categoria trasversale che identifica le attività nelle quali il contributo diretto del lavoro umano diventa molto piccolo rispetto alla produzione realizzata.
Una fabbrica completamente automatizzata continuerebbe infatti ad appartenere al settore manifatturiero. Un servizio clienti gestito dall’intelligenza artificiale continuerebbe a essere classificato tra i servizi.
L’automazione non cambia necessariamente la natura del prodotto. Cambia la tecnologia con cui viene realizzato.
Per questo sarebbe più preciso parlare di una nuova dimensione dell’economia, anziché di un quarto settore che sostituisce i precedenti.
Ma la distinzione resta utile perché consente di porre una domanda fondamentale: quanta parte del valore aggiunto potrebbe essere prodotta, in futuro, con un impiego minimo di lavoro umano?
5. Un’economia può produrre senza lavoro?
Nei modelli economici tradizionali, la produzione viene spesso rappresentata attraverso una funzione che combina capitale, lavoro e tecnologia.
Una formulazione molto conosciuta è la funzione Cobb-Douglas:
Y = A × K^α × L^(1−α)
Dove Y rappresenta la produzione, K il capitale, L il lavoro e A il livello della tecnologia.
In questa specifica formulazione, se il lavoro è pari a zero e il suo esponente è positivo, anche la produzione è pari a zero.
Ma sarebbe sbagliato concludere che tutta la teoria economica presupponga l’impossibilità di produrre senza lavoro umano.
La Cobb-Douglas è una rappresentazione particolare della tecnologia produttiva, non una legge universale della natura.
Possiamo costruire modelli nei quali capitale e lavoro sono sostituibili in misura diversa, oppure nei quali determinati sistemi automatizzati svolgono compiti precedentemente affidati alle persone.
Inoltre, il lavoro necessario per costruire, programmare, alimentare e mantenere le macchine non scompare automaticamente.
Un’economia completamente automatizzata dovrebbe essere in grado di riprodurre e mantenere anche il proprio capitale produttivo, oltre a garantire energia, materie prime e infrastrutture.
È una condizione molto più impegnativa della semplice sostituzione di alcuni lavoratori con robot.
Eppure, non è necessario arrivare a un’economia senza lavoratori per osservare cambiamenti profondi.
È sufficiente che una quota crescente della produzione possa essere realizzata con un numero relativamente piccolo di persone.
6. Il vero cambiamento potrebbe riguardare la distribuzione del reddito
Immaginiamo che nei prossimi decenni l’intelligenza artificiale e la robotica consentano di aumentare enormemente la produzione.
In linea di principio, sarebbe una notizia straordinaria.
Potremmo produrre più beni e servizi utilizzando meno risorse lavorative. Alcuni prodotti potrebbero diventare molto più economici. Le persone potrebbero dedicare meno tempo al lavoro e più tempo ad altre attività.
Ma esiste un problema.
La crescita della produzione non garantisce automaticamente che i benefici siano distribuiti tra tutti.
Supponiamo che una grande impresa possieda sistemi automatizzati capaci di produrre beni e servizi con pochissimi dipendenti.
Se la maggior parte del valore aggiunto remunera il capitale, una quota importante del reddito generato potrebbe andare ai proprietari dell’impresa.
I lavoratori potrebbero beneficiare di prezzi più bassi, di nuove opportunità professionali o di maggiori rendimenti dei propri risparmi. Ma questi benefici non sono automatici e potrebbero essere distribuiti in modo molto diseguale.
La questione centrale diventa quindi il rapporto tra redditi da lavoro e redditi da capitale.
Negli Stati Uniti esiste già una tendenza che merita attenzione.
Secondo il Bureau of Labor Statistics, nel secondo trimestre del 2026 la quota della produzione attribuita alla remunerazione del lavoro nel settore privato non agricolo, secondo la definizione statistica utilizzata dal BLS, è scesa al 52,8%, il livello più basso della serie storica iniziata nel 1947.
Questo dato non dimostra che la diminuzione sia causata dall’intelligenza artificiale. La distribuzione funzionale del reddito dipende da molti fattori, tra cui globalizzazione, istituzioni del mercato del lavoro, potere di mercato delle imprese, composizione settoriale e progresso tecnologico.
Tuttavia, il dato ci ricorda che la crescita economica e la distribuzione dei suoi benefici sono due fenomeni distinti.
E che un aumento della produttività non si traduce necessariamente in un aumento proporzionale dei salari.
7. Se la produzione aumenta di dieci volte, chi diventa più ricco?
Facciamo un semplice esperimento mentale.
Immaginiamo che oggi un’economia produca beni e servizi per un valore pari a 100.
Grazie all’automazione, tra qualche decennio potrebbe arrivare a produrre 1.000, misurati negli stessi prezzi.
Supponiamo inoltre che il 90% di questa produzione sia realizzato attraverso processi altamente automatizzati.
Avremmo quindi 900 unità di produzione altamente automatizzata e 100 unità prodotte attraverso attività che richiedono ancora un contributo umano significativo.
La produzione complessiva sarebbe dieci volte quella iniziale, mentre la componente non altamente automatizzata avrebbe le dimensioni dell’intera economia di partenza.
Questo scenario non è una previsione. È un esperimento mentale che aiuta a comprendere la scala del cambiamento possibile.
Ma soprattutto non ci dice come saranno distribuite le 1.000 unità di reddito generate.
Il valore prodotto attraverso sistemi automatizzati non coincide necessariamente con il reddito dei proprietari del capitale. Una parte remunera comunque il lavoro, una parte può essere assorbita da ammortamenti e altri costi, e una parte può essere trasferita ai consumatori attraverso prezzi più bassi.
Per conoscere le conseguenze distributive dobbiamo capire chi possiede il capitale, quanto sono concorrenziali i mercati, come vengono distribuiti i profitti e quale ruolo svolgono le istituzioni pubbliche.
Immaginiamo due economie con lo stesso livello di automazione.
Nella prima, il capitale produttivo appartiene a un numero molto ristretto di persone.
Nella seconda, la proprietà è distribuita attraverso fondi pensione, partecipazioni diffuse, strumenti di risparmio collettivo o forme di proprietà pubblica.
La tecnologia potrebbe essere identica, ma la distribuzione del reddito e della ricchezza molto diversa.
È questo uno dei problemi economici più importanti posti dall’automazione.
8. Dal lavoro alla proprietà: una nuova disuguaglianza?
Nelle economie contemporanee, il lavoro rappresenta per molte famiglie la principale fonte di reddito.
Le persone studiano, acquisiscono competenze, entrano nel mercato del lavoro e ricevono una remunerazione per il loro contributo produttivo.
Il capitale, invece, genera redditi attraverso profitti, dividendi, interessi e rendite.
Se la produzione diventasse progressivamente meno dipendente dal lavoro umano, potrebbe aumentare l’importanza della proprietà del capitale come determinante del reddito individuale.
Non significa che tutti i lavoratori diventeranno inutili o che il lavoro scomparirà.
Alcune attività potrebbero continuare a richiedere capacità umane difficili da sostituire. Altre potrebbero diventare più produttive grazie alla complementarità tra persone e intelligenza artificiale. Potrebbero inoltre emergere nuove professioni e nuovi bisogni.
Ma è possibile che, in un’economia molto automatizzata, il legame tra partecipazione al mercato del lavoro e accesso al reddito diventi meno diretto.
A quel punto, il problema non sarebbe soltanto come preparare i lavoratori alle nuove tecnologie.
Sarebbe anche come garantire che i benefici di un capitale sempre più produttivo raggiungano una parte ampia della popolazione.
La risposta potrebbe coinvolgere strumenti differenti: politiche fiscali, istruzione, concorrenza, diffusione della proprietà finanziaria, partecipazione dei lavoratori agli utili, fondi collettivi e trasferimenti pubblici.
Nessuna di queste soluzioni è automaticamente superiore alle altre. Ciascuna comporta incentivi, costi e conseguenze distributive che devono essere valutati.
9. Abbiamo bisogno di nuovi indicatori economici?
Il PIL misura il valore della produzione finale realizzata in un’economia. Non è progettato per misurare direttamente il benessere individuale o la distribuzione del reddito.
Questo limite è noto da tempo.
Ma in un’economia fortemente automatizzata potrebbe diventare ancora più importante.
Un aumento del PIL potrebbe accompagnarsi a una forte crescita dei redditi da capitale, senza un corrispondente aumento dei redditi da lavoro.
Per comprendere chi beneficia della trasformazione tecnologica, dovremmo quindi affiancare al PIL altri indicatori.
Per esempio, potremmo misurare la quota del reddito delle famiglie che proviene dal lavoro, dal capitale e dai trasferimenti pubblici.
Potremmo inoltre osservare quanto è concentrata la proprietà degli asset produttivi e quale quota della ricchezza è detenuta direttamente o indirettamente dalle famiglie, anche attraverso fondi pensione e strumenti collettivi.
Infine, sarebbe utile misurare il grado di automazione dei processi produttivi e il contributo delle nuove tecnologie alla produttività.
Non basterebbe sapere quanto produce un’economia. Dovremmo sapere anche chi riceve il reddito, chi possiede gli strumenti di produzione e come cambiano le opportunità economiche delle persone.
10. Il quarto settore non è inevitabile. Ma la domanda che pone è fondamentale
È possibile che tra qualche decennio una quota molto importante della produzione mondiale sia realizzata attraverso sistemi automatizzati.
È altrettanto possibile che la trasformazione proceda più lentamente di quanto oggi immaginiamo.
Le previsioni secondo cui il 75%, il 90% o addirittura il 99% del PIL sarà prodotto senza lavoro umano non hanno, allo stato attuale, una base empirica sufficiente per essere considerate scenari centrali affidabili.
Restano ipotesi speculative.
Ci sono ostacoli tecnologici, energetici, organizzativi, istituzionali ed economici. Inoltre, la diffusione di una tecnologia dipende non soltanto dalla sua disponibilità, ma anche dalla convenienza della sua adozione.
Eppure, l’idea di un quarto settore automatizzato ha un merito: ci costringe a riflettere su una trasformazione che le classificazioni tradizionali non descrivono direttamente.
Per millenni, la produzione economica ha richiesto una partecipazione umana significativa. Le macchine hanno progressivamente aumentato la produttività del lavoro, ma non hanno eliminato la necessità di organizzare, controllare e svolgere attività produttive.
L’intelligenza artificiale e la robotica potrebbero spostare ulteriormente questo confine.
La domanda non è soltanto se le macchine riusciranno a produrre beni e servizi senza di noi.
La domanda è che cosa accadrà alla distribuzione del reddito quando il contributo del lavoro umano diventerà meno importante in una parte crescente dell’economia.
Perché una società capace di produrre molto di più con molto meno lavoro potrebbe diventare una società più ricca, con più tempo libero e maggiori opportunità per tutti.
Oppure una società nella quale una parte crescente della ricchezza è concentrata nelle mani di chi possiede le tecnologie produttive.
La differenza non dipenderà soltanto dalle macchine.
Dipenderà dalle istituzioni, dai mercati e dalle scelte collettive.
Forse, quindi, il vero quarto settore non è una nuova categoria da aggiungere ai manuali di economia. È un modo per porci una domanda molto più importante: in un mondo nel quale le macchine producono una quota crescente della ricchezza, chi ne raccoglierà i benefici?