Solitudine in aula

C’è una forma di solitudine che sento soprattutto in aula.

È quella di guardare il mondo, osservare le persone scegliere, lavorare, consumare, rischiare, fidarsi, competere, cooperare, e intravedere alcuni dei meccanismi che muovono tutto questo.

Non significa capire tutto. Anzi. Più studio economia e comportamento umano, più mi è chiaro quanto poco sappiamo.

Ma qualcosa, a un certo punto, impari a vederlo. Incentivi dove altri vedono soltanto intenzioni. Trade-off dove sembrano esserci soluzioni semplici. Selezione, causalità, equilibri, esternalità, bias. Conseguenze che spesso arrivano molto dopo le decisioni che le hanno prodotte.

E una volta che hai imparato a vedere queste cose, è difficile smettere di vederle.

Forse è anche per questo che insegno con una certa ossessione.

Non soltanto per trasmettere conoscenze. Ma per dare agli altri qualche strumento in più per guardare il mondo. Perché possano fermarsi davanti a qualcosa che sembra ovvio e chiedersi: perché? Qual è il meccanismo? Quali incentivi ci sono dietro? Come facciamo a sapere che è davvero così?

Mi piace pensare che insegnare serva a questo: non a dire agli studenti cosa devono vedere, ma a rendere visibile ciò che prima non lo era.

E forse c’è anche una ragione più personale, che ammetto con qualche esitazione.

Forse insegno così tanto, e con tanta ostinazione, perché ogni volta che qualcuno comincia a vedere un pezzo di mondo che prima non vedeva, io mi sento un po’ meno solo.

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