Allibito. Un mare di mediocrità e inconsapevolezza

Ieri, durante un esame universitario, ho sorpreso due studentesse con il cellulare nascosto tra le gambe. Le regole erano state spiegate chiaramente, più volte e anche per iscritto: niente telefoni, niente dispositivi elettronici, niente materiale non autorizzato. Prima dell’inizio della prova avevo persino lasciato il tempo necessario per controllare sul telefono il numero di matricola, per chi non lo ricordava, e poi riporlo nella borsa.

Non voglio parlare delle persone coinvolte. L’episodio mi interessa per una ragione diversa: mi ha fatto riflettere ancora una volta su che cosa significhi andare all’università e su quanto tempo e quante risorse alcuni giovani rischino di sprecare senza nemmeno rendersene conto.

Perché ci si iscrive all’università?

Credo che, semplificando, si vadano a cercare due cose.

La prima è l’opportunità di acquisire conoscenze, capacità e competenze. Si frequentano lezioni, si fanno esercizi, si leggono libri e articoli, si discute con professori e compagni, si ricevono critiche e feedback. Si dovrebbe uscire dall’università diversi da come ci si è entrati: capaci di capire qualcosa che prima non si capiva e di fare qualcosa che prima non si sapeva fare.

La seconda è una certificazione credibile di ciò che si è imparato. Un esame superato, un voto, una laurea dicono al resto della società: questa persona ha raggiunto determinati standard e un’istituzione si assume la responsabilità di certificarlo.

E allora mi domando: che senso ha iscriversi all’università se non si segue, se durante le lezioni si è altrove, se si cerca continuamente la scorciatoia per non leggere, non esercitarsi, non pensare? E, soprattutto, che senso ha andarci se poi si cerca di imbrogliare proprio nel momento in cui si dovrebbe dimostrare ciò che si è imparato?

C’è qualcosa di profondamente paradossale nel pagare, direttamente o attraverso la propria famiglia e la collettività, per avere accesso a professori, biblioteche, lezioni, compagni, esercitazioni e anni dedicati quasi esclusivamente alla propria formazione, e poi impegnare energie per trovare il modo di evitare proprio lo sforzo che rende preziosa quell’esperienza.

È come entrare in palestra e dedicare il proprio ingegno a escogitare un sistema per far sollevare i pesi a qualcun altro, sperando però di uscire con i muscoli.

L’intelligenza artificiale rende questo paradosso ancora più evidente. È uno strumento straordinario per imparare di più e meglio. Ma può diventare anche una macchina perfetta per evitare la fatica cognitiva: non capire ma ottenere la risposta, non scrivere ma ottenere il testo, non risolvere ma ottenere la soluzione. E magari, alla fine, ottenere anche il voto.

Dal punto di vista individuale può sembrare perfino razionale: se l’obiettivo è semplicemente prendere una laurea minimizzando lo sforzo, ogni scorciatoia diventa attraente.

Ma questo significa confondere completamente il mezzo con il fine.

Il titolo non dovrebbe essere il prodotto e l’apprendimento il prezzo fastidioso da pagare per ottenerlo. Il prodotto sono le conoscenze, le capacità, la maturità intellettuale e professionale costruite in quegli anni. La laurea è soltanto la certificazione che quel processo è avvenuto.

E qui nasce anche una responsabilità dell’università.

Quando uno studente non studia, spreca soprattutto una parte della propria vita. Quando copia a un esame, invece, il problema diventa collettivo. Se l’università certifica competenze che non sono state acquisite, indebolisce il valore della propria certificazione. Danneggia i compagni che hanno studiato seriamente, i laureati che portano quel titolo nel mercato del lavoro e, alla fine, la propria reputazione.

Per questo contrastare la copiatura non significa difendere l’autorità del professore o applicare burocraticamente una regola. Significa proteggere il valore della laurea di chi se l’è guadagnata.

Ma ciò che mi lascia più amareggiato non è nemmeno la singola scorrettezza. È l’impressione, che episodi come questo rafforzano, di vedere giovani con enormi possibilità attraversare alcuni degli anni più ricchi di opportunità della loro vita immersi in un mare di mediocrità e inconsapevolezza: fare il minimo indispensabile, cercare la scorciatoia, accontentarsi di passare, delegare ad altri o a una macchina la fatica di capire.

Naturalmente non sono tutti così. Vedo anche studenti curiosi, esigenti con se stessi, capaci di appassionarsi, fare domande difficili e utilizzare magnificamente le opportunità che hanno. Ed è forse proprio il confronto con loro a rendere lo spreco degli altri così evidente.

A vent’anni quattro o cinque anni sembrano quasi gratuiti. Non lo sono.

Sono una quantità enorme di tempo, energie e risorse. Soprattutto, sono anni nei quali si ha un privilegio che nella vita diventerà sempre più raro: poter dedicare una parte considerevole del proprio tempo a diventare più competenti, più autonomi e, possibilmente, più intelligenti nel modo di guardare il mondo.

Sprecare questa opportunità per ottenere un pezzo di carta con il minimo sforzo possibile è un pessimo affare.

E nessun voto ottenuto copiando potrà renderlo migliore.

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