La mia ricerca

Nel modello economico standard, le scelte individuali derivano dall’interazione tra preferenze, credenze, informazioni e vincoli. In forma sintetica, un individuo sceglie l’azione che massimizza l’utilità attesa date le proprie preferenze, le credenze sugli stati del mondo e l’insieme delle alternative disponibili. Le preferenze rappresentano quindi una componente fondamentale del processo decisionale, ma non sono direttamente osservabili: vengono inferite a partire dalle scelte. Per questo motivo, una variazione nel comportamento non può essere automaticamente interpretata come una variazione delle preferenze, poiché può riflettere anche cambiamenti nelle informazioni, nelle credenze, nei vincoli o nel contesto decisionale.

Una parte importante dell’economia comportamentale consiste precisamente nell’“aprire” questa black box. Da un lato, si studia come le preferenze si formino e perché differiscano tra individui e società. In questa prospettiva, le preferenze possono essere rappresentate come un insieme multidimensionale di caratteristiche che includono, tra le altre, preferenze rispetto al rischio, al tempo e agli altri (sociali). L’eterogeneità lungo queste dimensioni contribuisce a spiegare differenze sistematiche nelle scelte e, attraverso l’accumulazione delle decisioni nel tempo, negli outcome economici e sociali, quali istruzione, partecipazione al mercato del lavoro, comportamento finanziario, salute e disuguaglianza.

Dall’altro lato, è necessario aprire anche la scatola nera che collega preferenze e comportamento osservato. A parità di preferenze, individui diversi possono effettuare scelte differenti perché differiscono nelle credenze, nell’informazione disponibile, nei vincoli, nell’attenzione, nell’autocontrollo o nello stato emotivo. Le emozioni possono intervenire in più punti del processo: possono modificare direttamente la valutazione degli esiti, influenzare le credenze soggettive, alterare attenzione e salienza oppure incidere sul processo decisionale senza modificare necessariamente le preferenze sottostanti. Ne consegue che un emotion-induced change in choice non implica necessariamente un preference change.

Questa distinzione è particolarmente rilevante in una prospettiva dinamica. Le intenzioni formulate in un certo momento possono divergere dalle azioni effettivamente realizzate successivamente, generando un intention-action gap. Tale divergenza può dipendere da present bias, problemi di autocontrollo, inattentiveness, forgetting, fatigue, mutamenti nei vincoli o negli stati emotivi. Tuttavia, non ogni differenza tra intenzione e comportamento costituisce un bias: se cambiano le informazioni o le condizioni economiche, una revisione della scelta può essere perfettamente razionale. Il problema normativo emerge quando la divergenza riflette meccanismi che l’individuo stesso, ex ante, preferirebbe evitare.

In questo quadro, le politiche pubbliche possono agire in punti differenti del processo decisionale. Gli incentivi modificano i payoff, i vincoli modificano l’insieme delle alternative disponibili, l’informazione modifica le credenze, mentre gli interventi di choice architecture possono incidere su attenzione, salienza e implementazione delle intenzioni. Il nudging può quindi essere interpretato come un intervento che modifica il mapping tra preferenze e scelte senza richiedere necessariamente un cambiamento nelle preferenze stesse. Questa distinzione tra formazione delle preferenze e traduzione delle preferenze in comportamento costituisce una chiave teorica utile per organizzare sia lo studio dell’eterogeneità individuale sia quello del ruolo delle emozioni nelle decisioni economiche.

Emozioni sono strumenti per decidere

Quando pensiamo alle emozioni, tendiamo a considerarle come reazioni a ciò che ci accade. Abbiamo paura perché percepiamo un pericolo, proviamo rabbia perché qualcuno ci ha danneggiato, siamo tristi dopo una perdita.

Questa descrizione è corretta, ma potrebbe essere incompleta.

Le emozioni potrebbero svolgere una funzione più profonda: aiutarci a trasformare una realtà complessa in una rappresentazione più semplice, rapida e utile per decidere.

In altre parole, un’emozione non sarebbe soltanto ciò che proviamo. Potrebbe essere anche il modo in cui il nostro sistema cognitivo organizza le informazioni necessarie per agire.

Il problema: il mondo è troppo complesso

Ogni decisione richiede di considerare molte variabili.

Quando dobbiamo valutare un rischio, per esempio, potremmo dover tenere conto della probabilità che accada qualcosa, della gravità delle conseguenze, del tempo disponibile, delle possibilità di fuga, del nostro grado di controllo e delle azioni degli altri.

Nessuno può elaborare consapevolmente tutte queste informazioni ogni volta.

La nostra attenzione è limitata. Il tempo è scarso. La memoria non è perfetta. La capacità di calcolo è finita.

Per questo, una parte fondamentale della razionalità umana consiste nel decidere quali informazioni conservare e quali ignorare.

È qui che potrebbero entrare in gioco le emozioni.

L’emozione come compressione

Immaginiamo di trovarci davanti a una situazione complessa. Il nostro cervello deve trasformarla in qualcosa di più semplice e immediatamente utilizzabile.

La paura può condensare informazioni relative a:

  • probabilità di un danno;
  • gravità delle conseguenze;
  • vicinanza temporale della minaccia;
  • possibilità di evitarla;
  • grado di controllo sulla situazione.

L’ansia può rappresentare soprattutto l’incertezza rispetto a possibili minacce future.

La rabbia può segnalare che qualcuno ci ha danneggiato intenzionalmente e che il danno potrebbe essere evitato o corretto.

La tristezza può indicare una perdita importante e difficilmente reversibile.

La colpa può rappresentare una violazione di una norma o un danno causato ad altri.

Non significa che queste emozioni abbiano sempre e ovunque lo stesso significato. Né che ogni emozione possa essere ridotta a una singola funzione.

L’idea è più generale: un’emozione può comprimere molte informazioni in uno stato più semplice, capace di orientare rapidamente l’attenzione e il comportamento.

Non una fotografia del mondo, ma una guida all’azione

Una rappresentazione emotiva non sarebbe quindi una fotografia neutrale della realtà.

Sarebbe una rappresentazione costruita in funzione di ciò che potremmo dover fare.

La stessa situazione potrebbe generare emozioni diverse se cambia il problema decisionale.

Un temporale può essere irrilevante per chi è al sicuro in casa, ma diventare fonte di paura per chi si trova in mare.

Una perdita finanziaria può generare tristezza in una persona, rabbia in un’altra e sollievo in una terza, a seconda delle aspettative, delle alternative disponibili e del grado di controllo percepito.

L’emozione dipende quindi non soltanto da ciò che accade, ma anche da ciò che l’agente deve decidere.

Questa è una conseguenza importante: le emozioni potrebbero essere task-dependent, cioè dipendenti dal compito.

Le emozioni sono previsioni?

A questo punto emerge una domanda naturale: se le emozioni orientano l’azione, allora sono previsioni del futuro?

La risposta più prudente è: non necessariamente.

Non tutte le emozioni sono rivolte al futuro. Alcune riguardano ciò che sta accadendo nel presente. Altre sono legate a eventi passati, a perdite già avvenute o a violazioni già compiute.

Tuttavia, molte emozioni possono incorporare informazioni su ciò che potrebbe accadere.

La paura non rappresenta soltanto un pericolo presente. Può preparare l’organismo a un danno futuro.

L’ansia riguarda spesso una minaccia incerta e non ancora realizzata.

La speranza, l’anticipazione, il sollievo e il rimpianto dipendono in modo esplicito dal confronto tra aspettative, risultati e alternative possibili.

La formulazione più accurata non è quindi:

Le emozioni sono previsioni.

Ma piuttosto:

Le emozioni possono incorporare informazioni sul futuro quando queste informazioni sono rilevanti per l’azione presente.

La previsione sarebbe una proprietà possibile delle emozioni, non la loro definizione generale.

Dall’emozione alla scelta

L’emozione può influenzare molti sistemi contemporaneamente:

  • attenzione;
  • percezione;
  • memoria;
  • acquisizione di informazioni;
  • valutazione;
  • fisiologia;
  • motivazione;
  • preparazione all’azione;
  • apprendimento.

Quando proviamo paura, per esempio, non cambia soltanto il nostro stato soggettivo. Potremmo prestare maggiore attenzione a determinati segnali, cercare più informazioni sul pericolo, evitare alcune alternative e prepararci fisicamente a reagire.

L’emozione funziona quindi come un punto di coordinamento tra diversi processi.

Una possibile sequenza è:

stato del mondo → percezione → credenze sul presente e sul futuro → valutazione → rappresentazione emotiva → attenzione e preparazione all’azione → scelta → risultato → errore di previsione → apprendimento.

In questa prospettiva, l’emozione non è necessariamente l’unica causa del comportamento. È una rappresentazione intermedia che può coordinare diversi sistemi orientati allo stesso problema.

Emozioni, preferenze e credenze

Questa interpretazione ha conseguenze importanti per l’economia.

Quando una persona spaventata prende una decisione diversa, non possiamo concludere automaticamente che la paura abbia modificato le sue preferenze.

Il cambiamento potrebbe dipendere da diversi meccanismi:

  1. l’emozione può entrare direttamente nella funzione di utilità;
  2. può modificare l’avversione al rischio;
  3. può cambiare le credenze sulla probabilità degli eventi;
  4. può alterare le probabilità soggettive;
  5. può spostare l’attenzione;
  6. può modificare la quantità di informazioni acquisite;
  7. può cambiare la rappresentazione interna della situazione.

Questi meccanismi possono produrre comportamenti simili, ma hanno implicazioni molto diverse.

Una persona che evita un investimento rischioso perché ha paura potrebbe:

  • attribuire una probabilità maggiore alla perdita;
  • valutare la perdita come più grave;
  • prestare maggiore attenzione agli scenari negativi;
  • percepire di avere meno possibilità di recuperare;
  • rappresentare l’investimento come una minaccia anziché come una scelta finanziaria.

Osservare soltanto la decisione finale non basta per distinguere queste spiegazioni.

Le emozioni e gli errori di previsione

Le emozioni possono inoltre essere collegate all’apprendimento.

Ogni decisione produce un risultato che può essere confrontato con ciò che ci aspettavamo.

Se il risultato è migliore del previsto, possiamo provare sorpresa positiva o sollievo. Se è peggiore, possiamo provare delusione, frustrazione o rimpianto.

Ma non tutti gli errori sono uguali.

Possiamo distinguere tra:

  • errori nelle ricompense attese;
  • errori nelle credenze sul mondo;
  • errori relativi a un’azione alternativa;
  • violazioni delle aspettative sociali;
  • violazioni di norme morali.

Il rimpianto, per esempio, non riguarda soltanto il risultato ottenuto. Include il confronto con ciò che sarebbe potuto accadere scegliendo diversamente.

La delusione confronta il risultato con un’aspettativa.

Il sollievo nasce spesso dal confronto tra un esito negativo anticipato e un risultato migliore.

Le emozioni potrebbero quindi aiutare a classificare gli errori e a stabilire quali informazioni aggiornare in futuro.

Perché le emozioni potrebbero essere utili

Se gli esseri umani avessero risorse cognitive illimitate, potrebbero analizzare ogni situazione in modo completo.

Ma non è così.

Le emozioni potrebbero essersi sviluppate, almeno in parte, come strumenti per affrontare rapidamente problemi ricorrenti:

  • minacce;
  • opportunità;
  • perdite;
  • competizione;
  • cooperazione;
  • status;
  • reciprocità;
  • violazioni delle norme;
  • relazioni sociali.

Una rappresentazione compressa può ridurre la complessità del problema, concentrare l’attenzione e rendere alcune azioni immediatamente disponibili.

In questo senso, l’emozione non è necessariamente l’opposto della razionalità.

Può essere una tecnologia decisionale per agenti con capacità limitate.

La razionalità, infatti, non consiste sempre nell’elaborare più informazioni. A volte consiste nel conservare soltanto quelle che servono davvero.

Quando le emozioni sbagliano

La compressione ha però un costo: elimina informazione.

Una rappresentazione utile in un ambiente può diventare inadeguata in un altro.

La paura può essere protettiva davanti a un pericolo reale, ma diventare paralizzante quando il rischio è remoto o sovrastimato.

La rabbia può aiutare a reagire a un’ingiustizia, ma produrre decisioni costose quando il conflitto è facilmente evitabile.

L’ansia può spingere a raccogliere informazioni, ma anche generare un’attenzione eccessiva verso scenari improbabili.

Per questo non basta dire che un’emozione ha prodotto una scelta subottimale.

Dobbiamo chiederci:

  • rispetto a quale obiettivo la scelta è subottimale?
  • quali informazioni erano disponibili?
  • quanto costava elaborarle?
  • quale ambiente aveva calibrato quella risposta?
  • quali alternative erano realmente percepite?

Un’emozione può essere:

  • rumore;
  • un meccanismo generalmente utile ma imperfetto;
  • una risposta adattiva in un ambiente diverso da quello attuale.

Queste possibilità non sono equivalenti.

Come verificare l’ipotesi

L’idea delle emozioni come rappresentazioni compresse produce alcune previsioni verificabili.

Se le emozioni svolgono questa funzione, allora:

  1. modificare le aspettative sul futuro dovrebbe cambiare l’emozione anche quando il presente resta invariato;
  2. la stessa situazione dovrebbe generare emozioni diverse quando cambia il problema decisionale;
  3. una volta conosciuta l’emozione, alcune informazioni dettagliate sullo stato originario dovrebbero diventare meno utili per prevedere la scelta;
  4. il vantaggio delle emozioni dovrebbe aumentare quando crescono complessità, pressione temporale e scarsità attentiva;
  5. le emozioni dovrebbero orientare selettivamente la ricerca di informazioni rilevanti;
  6. modificare le conseguenze future dovrebbe produrre effetti diversi dal semplice cambiamento della ricompensa immediata;
  7. gli errori di previsione dovrebbero modificare sistematicamente le emozioni successive;
  8. i cambiamenti di comportamento dovrebbero poter essere scomposti in effetti su preferenze, credenze, attenzione e rappresentazione.

Queste predizioni sono importanti perché impediscono alla teoria di diventare una spiegazione generica del tipo “le emozioni influenzano tutto”.

Una teoria utile deve specificare che cosa viene rappresentato, perché viene rappresentato e come questa rappresentazione modifica la scelta.

La domanda centrale

Il contributo più interessante di questa prospettiva non è sostenere che le emozioni siano semplicemente previsioni del futuro.

Questa idea, in forme diverse, è già presente in molte teorie psicologiche e neuroscientifiche.

Il punto è collegare il problema delle emozioni a una questione centrale dell’economia: come prendono decisioni gli agenti quando non possono rappresentare tutto?

La domanda diventa quindi:

Quale informazione conserva un’emozione, perché vale la pena conservarla e come cambia la scelta a partire da questa rappresentazione?

Questa domanda sposta l’attenzione dalla classificazione delle emozioni alla loro funzione economica.

Non si tratta soltanto di capire se la paura aumenta o riduce l’avversione al rischio.

Si tratta di capire quale trasformazione dell’informazione avviene prima della scelta.

Una nuova definizione possibile

La definizione tradizionale potrebbe essere:

Emozione = risposta a ciò che è accaduto.

Ma anche la definizione opposta sarebbe troppo forte:

Emozione = previsione di ciò che accadrà.

Una formulazione più equilibrata è:

Un’emozione è una rappresentazione orientata all’azione e dipendente dal compito della relazione tra individuo e ambiente, che può incorporare informazioni su ciò che probabilmente accadrà quando tali informazioni sono rilevanti per l’azione.

In questa prospettiva, le emozioni aiutano agenti cognitivamente limitati a trasformare un mondo troppo complesso in uno spazio decisionale sufficientemente semplice per consentire previsione, preparazione, scelta e apprendimento.

La domanda non è quindi soltanto se le emozioni ci rendano più o meno razionali.

La domanda più interessante è:

Che cosa ci permettono di vedere, che cosa ci fanno ignorare e come trasformano ciò che vediamo in una decisione?

La Regina Rossa

In “Attraverso lo specchio”, Lewis Carroll racconta una scena tanto assurda quanto illuminante. Alice corre insieme alla Regina Rossa. Corre sempre più velocemente, si affanna, cerca di tenere il passo. Eppure, quando finalmente si ferma, scopre con stupore di essere rimasta esattamente nello stesso punto.

La Regina le spiega che, in quel mondo, bisogna correre più che si può semplicemente per restare dove si è. Se si vuole andare da qualche parte, bisogna correre almeno il doppio.

È una metafora sorprendentemente efficace per descrivere il rapporto tra istruzione, lavoro e mobilità sociale.

Per molti di coloro che oggi hanno sessant’anni, la terza media poteva essere sufficiente per entrare nel mercato del lavoro, trovare un impiego stabile, comprare una casa e costruire una famiglia. Naturalmente non era così per tutti e il passato era tutt’altro che privo di difficoltà. Ma, per una parte importante di quella generazione, un livello di istruzione relativamente basso era compatibile con una traiettoria di vita economicamente stabile.

Oggi un giovane può studiare cinque anni in più, conseguire un diploma, iscriversi all’università, ottenere una laurea magistrale, imparare una o due lingue straniere, fare tirocini e magari trascorrere un periodo all’estero. E, alla fine di questa lunga corsa, può scoprire di non aver raggiunto una posizione migliore di quella che i suoi genitori avevano ottenuto con molti meno anni di formazione.

È la corsa della Regina Rossa.

Il punto non è che studiare non serva. Al contrario: per il singolo individuo l’istruzione continua a essere una delle risorse più importanti per aumentare le proprie opportunità. Il problema nasce quando confondiamo ciò che può essere vantaggioso per il singolo con ciò che è sufficiente per migliorare le condizioni di un’intera generazione.

Se il numero di persone con un titolo di studio elevato cresce più rapidamente del numero di lavori qualificati disponibili, le credenziali richieste per accedere alle stesse posizioni tendono ad aumentare. Dove ieri bastava un diploma, oggi può essere richiesta una laurea. Dove bastava una laurea, può comparire la richiesta di un master, di esperienza internazionale o di anni di tirocinio.

Non necessariamente perché il lavoro sia diventato altrettanto più complesso, ma perché, quando aumenta il numero dei candidati qualificati, i titoli di studio possono diventare anche uno strumento di selezione.

Il risultato è paradossale: una generazione può essere molto più istruita della precedente senza essere, per questo, altrettanto più sicura economicamente.

Ed è qui che il confronto tra generazioni rischia di diventare ingannevole. Dire a un giovane “devi studiare di più”, “devi specializzarti”, “devi fare esperienza”, “devi essere disposto a spostarti” può essere un consiglio sensato dal punto di vista individuale. Ma non è una risposta sufficiente a un problema collettivo.

Perché non possiamo risolvere soltanto aumentando la velocità dei corridori un problema che dipende anche dal numero e dalla qualità dei traguardi disponibili.

Se vogliamo che una maggiore istruzione produca anche maggiore mobilità sociale, occorre che alla crescita delle competenze corrisponda una crescita delle opportunità: lavori qualificati, produttività, salari, possibilità di carriera e condizioni che consentano ai giovani di trasformare il capitale umano accumulato in autonomia economica.

Altrimenti continueremo a chiedere a ogni nuova generazione di correre un po’ più velocemente della precedente.

E quando, esausta, ci dirà di essere ancora nello stesso punto, rischieremo persino di risponderle che non ha corso abbastanza.

Le intenzioni mentono, i comportamenti no

Siamo abituati a pensare alla performance come a una questione di capacità. Una persona è più intelligente, più preparata, più disciplinata o più motivata di un’altra e quindi ottiene risultati migliori. Ma c’è un’altra possibilità, forse più interessante: una parte importante delle differenze che osserviamo non è tra persone, ma all’interno della stessa persona.

Pensiamo a noi stessi in due giornate diverse. Nella prima abbiamo dormito bene. Abbiamo tempo. Nessuno ci interrompe. Sappiamo esattamente cosa dobbiamo fare e riusciamo a concentrarci per due ore sullo stesso problema. Nella seconda abbiamo dormito poco. Arrivano email, messaggi e telefonate. Passiamo continuamente da un compito all’altro. Una riunione interrompe la mattina, un’altra il pomeriggio. Le nostre capacità sono sostanzialmente le stesse. La nostra performance no.

Questo suggerisce un modo diverso di formulare la domanda.Invece di chiederci: “Come posso diventare migliore?” potremmo chiederci: “Quali condizioni permettono alla versione migliore di me di presentarsi più spesso?”

  1. Il problema delle intenzioni

In economia e nelle scienze comportamentali sappiamo da tempo che preferenze dichiarate (intention) e comportamento (action) non sono la stessa cosa (gap).Possiamo voler risparmiare e spendere. Voler mangiare meglio e ordinare un dessert. Voler lavorare a un articolo e controllare la posta elettronica trenta volte. Voler fare esercizio fisico e rimanere sul divano.

Il problema non è necessariamente che stiamo mentendo quando dichiariamo le nostre intenzioni. Quando diciamo “da domani mi alleno”, probabilmente lo pensiamo davvero. Semplicemente, tra l’intenzione e il comportamento si inserisce il presente. E nel presente esistono costi immediati, tentazioni, distrazioni, fatica e alternative.

È qui che molti obiettivi muoiono.

Per questo probabilmente sopravvalutiamo il potere delle intenzioni e sottovalutiamo quello delle abitudini.

  1. Forse il comportamento viene prima del mindset

Quando vogliamo cambiare qualcosa, tendiamo a partire dalla testa. Devo essere più motivato.Devo avere più fiducia in me stesso. Devo diventare più disciplinato.Devo cambiare mindset.

Ma proviamo a invertire la causalità.

Forse non dobbiamo aspettare di sentirci disciplinati per comportarci in maniera disciplinata. Possiamo costruire un comportamento e lasciare che sia la ripetizione di quel comportamento a modificare progressivamente ciò che pensiamo di noi stessi. È una differenza importante.

“Diventare una persona che fa attività fisica” è un obiettivo piuttosto vago. Mettere le scarpe da corsa vicino alla porta e uscire alle 7 tre volte alla settimana è un comportamento. Il primo dipende in larga misura da qualcosa che dovrebbe accadere dentro di noi. Il secondo può essere progettato.

E c’è un aspetto ancora più interessante: comportamento e convinzioni possono rafforzarsi reciprocamente. La ricerca sulla formazione delle abitudini mostra, per esempio, una relazione dinamica tra automaticità e self-efficacy specifica: sentirsi capaci facilita la costruzione dell’abitudine, ma la progressiva automatizzazione del comportamento può a sua volta rafforzare la percezione di essere capaci di eseguirlo.

Si crea un piccolo circolo virtuoso. Prima faccio. Poi diventa più facile fare. E anche per questo comincio a pensare diversamente a ciò che sono capace di fare.

  1. L’ambiente è una tecnologia comportamentale

Immaginiamo di voler leggere di più. Possiamo fissarci l’obiettivo di leggere cinquanta libri all’anno. Oppure possiamo lasciare un libro sul comodino e mettere il telefono in un’altra stanza.

Sono due strategie profondamente diverse. La prima interviene sull’obiettivo. La seconda modifica l’architettura della scelta.

E spesso chiediamo alla forza di volontà di risolvere problemi che abbiamo creato con un cattivo design dell’ambiente.

Se il telefono è davanti a noi, le notifiche sono attive e l’email è aperta sul computer, ogni minuto di concentrazione richiede una piccola decisione:

continuare oppure controllare?

continuare oppure controllare?

continuare oppure controllare?

Possiamo vincere molte di queste battaglie. Ma perché combatterle?

Togliere il telefono dalla stanza elimina la scelta. Questo principio si estende ben oltre la produttività personale. Vale nelle scuole. Vale nelle università. Vale nelle imprese. Vale nelle politiche pubbliche.

Quando osserviamo un comportamento indesiderato, siamo molto rapidi nell’attribuirlo alle caratteristiche della persona: scarsa motivazione, poca disciplina, irresponsabilità.

Prima di concludere che il problema sia la persona, dovremmo guardare il sistema nel quale le abbiamo chiesto di comportarsi.

  1. Il comfort ha un rendimento immediato

C’è poi un problema temporale. Molti comportamenti che migliorano la nostra vita hanno costi immediati e benefici differiti.

Studiare è faticoso oggi. Il beneficio arriva dopo. Allenarsi costa oggi. Il beneficio arriva dopo.

Risparmiare significa rinunciare a consumo oggi. Il beneficio arriva dopo.

Scrivere un articolo scientifico richiede concentrazione oggi. La pubblicazione, se arriverà, arriverà molto dopo.

Le alternative hanno spesso la struttura opposta. Controllare Instagram offre una piccola ricompensa adesso. Rimandare un compito difficile elimina immediatamente una sensazione spiacevole. Comprare qualcosa produce gratificazione oggi e il costo futuro appare psicologicamente distante. Non dovrebbe quindi sorprenderci che la strada più facile eserciti una forza considerevole.

La performance richiede spesso di accettare volontariamente un piccolo costo presente in cambio di un beneficio incerto e differito. Vista in questo modo, l’autodisciplina è anche un problema di scelta intertemporale.

  1. Mastery: cambiare la funzione obiettivo

C’è un altro modo di modificare questo trade-off. Immaginiamo due persone che svolgono esattamente la stessa attività.

La prima misura il proprio successo principalmente attraverso risultati esterni:

Quanto guadagno?

Quante persone mi riconoscono?

Sono migliore degli altri?

Ho vinto?

La seconda è concentrata maggiormente sulla mastery:

Sto diventando più bravo?

Ho capito qualcosa che ieri non capivo?

So fare oggi qualcosa che un anno fa non sapevo fare?

La distinzione non è assoluta. Tutti rispondiamo in qualche misura sia a incentivi esterni sia alla soddisfazione che deriva dal padroneggiare qualcosa.

Ma cambiare la funzione obiettivo cambia anche il significato del fallimento.

Se l’obiettivo è dimostrare quanto valgo, un fallimento è informazione sulla mia identità.

Se l’obiettivo è migliorare, un fallimento può diventare informazione sul processo.

Che cosa non ha funzionato?

Che cosa posso cambiare?

Che cosa devo imparare?

La letteratura sulla goal orientation distingue infatti gli obiettivi di mastery, centrati sull’apprendimento e sul miglioramento delle proprie competenze, dagli obiettivi legati alla dimostrazione della performance rispetto agli altri. La relazione con comportamento e self-efficacy è complessa, ma l’orientamento alla mastery è frequentemente associato alla ricerca di compiti sfidanti, alla persistenza e all’apprendimento.

  1. La fiducia è anche una conseguenza

Diciamo spesso a qualcuno: “Devi avere più fiducia in te stesso.” È un consiglio ben intenzionato e quasi completamente inutilizzabile.

Come si fa, esattamente?

Un modo più produttivo di pensare alla fiducia viene dal concetto di self-efficacy: la convinzione di essere in grado di affrontare un determinato compito.

Non è semplicemente una caratteristica della personalità. Si costruisce anche attraverso l’esperienza.

Bandura identificava quattro fonti principali: le esperienze dirette di padronanza, l’osservazione degli altri, la persuasione sociale e l’interpretazione dei propri stati fisiologici ed emotivi. Tra queste, le esperienze di mastery hanno un ruolo particolarmente importante.

Questo rovescia nuovamente l’intuizione comune.

Pensiamo: fiducia → azione → successo.

Ma spesso la sequenza può essere:

azione → piccolo successo → maggiore self-efficacy → nuova azione.

Non devo necessariamente trovare dentro di me la fiducia necessaria per iniziare. Posso progettare un primo passo sufficientemente difficile da essere significativo e sufficientemente facile da poter essere completato. E utilizzare l’esperienza come informazione.

  1. Lo stesso battito cardiaco può raccontare due storie

Prima di una presentazione importante il cuore accelera. Che cosa significa? “Sono troppo ansioso.”

Oppure: “Il mio corpo si sta preparando.”

Il dato fisiologico è simile. La storia che raccontiamo sul dato può essere diversa. Questo è interessante perché tendiamo a considerare le emozioni come informazioni oggettive sul mondo. Ho paura, quindi la situazione deve essere pericolosa. Mi sento insicuro, quindi probabilmente non sono capace. Sono a disagio, quindi forse dovrei fermarmi.

Ma uno stato interno non è necessariamente una descrizione accurata della realtà. È anche qualcosa che interpretiamo. E l’interpretazione influenza ciò che facciamo dopo.

  1. La straordinaria macchina degli “E se…?”

La capacità di immaginare il futuro è uno dei grandi vantaggi cognitivi della nostra specie. Possiamo simulare eventi che non sono ancora accaduti. Possiamo anticipare problemi. Possiamo prepararci. Possiamo scegliere oggi in funzione delle conseguenze di domani.

Ma la stessa macchina può produrre:

E se fallisco?

E se faccio una figuraccia?

E se prendono male quello che dico?

E se scopro di non essere abbastanza bravo?

E se gli altri mi giudicano?

La simulazione del futuro smette di essere uno strumento per decidere e diventa un generatore di scenari negativi. E qui compare una distinzione importante.

Il rischio riguarda qualcosa che può accadere nel mondo.

La paura riguarda anche la rappresentazione mentale che costruiamo di quel rischio.

Le due cose non sono sempre proporzionate.

  1. Il paradosso della performance

Arriviamo così a un paradosso. Per ottenere risultati migliori cerchiamo spesso di aggiungere qualcosa.

Più motivazione.

Più obiettivi.

Più disciplina.

Più tecniche.

Più strumenti.

Ma una parte della performance potrebbe dipendere dal fare esattamente il contrario.

Togliere.

Togliere distrazioni.

Togliere decisioni inutili.

Togliere attrito ai comportamenti che vogliamo rendere più frequenti.

Aggiungere attrito a quelli che vogliamo ridurre.

Togliere obiettivi che competono tra loro.

Togliere occasioni in cui dobbiamo affidarci alla forza di volontà.

Forse una buona strategia di performance non consiste nel trasformarci in persone eccezionalmente disciplinate.

Consiste nel costruire una giornata nella quale serve meno disciplina.

  1. Un piccolo esperimento

C’è un modo semplice per verificare tutto questo. Per una settimana, invece di scrivere i nostri obiettivi, registriamo i nostri comportamenti.

Quanto tempo lavoriamo senza interruzioni?

Quante volte prendiamo in mano il telefono?

Quando facciamo attività fisica?

Quanto dormiamo?

Con chi trascorriamo il nostro tempo?

Che cosa facciamo nella prima ora della giornata?

E nell’ultima?

Poi dimentichiamo per un momento ciò che diciamo di volere. Guardiamo soltanto i dati. E facciamoci una domanda:

“Se osservassi questa persona dall’esterno, senza sapere nulla delle sue intenzioni, quali direi che sono le sue priorità?”

Potrebbe esserci una certa distanza tra la risposta e quella che avremmo dato all’inizio. Ed è proprio quella distanza la parte interessante.

Perché le intenzioni raccontano la persona che vorremmo essere.

I comportamenti rivelano gli incentivi, le abitudini e i sistemi dentro i quali stiamo realmente vivendo.

E se vogliamo cambiare i risultati, forse è da lì che conviene cominciare.

L’intelligenza artificiale e eterogeneità

Chiedere se l’intelligenza artificiale aumenti la produttività o distrugga posti di lavoro è probabilmente il modo sbagliato di impostare il problema. Le evidenze che abbiamo non descrivono un’unica tecnologia con un effetto uniforme, ma una tecnologia i cui risultati cambiano radicalmente a seconda del compito, dell’esperienza del lavoratore, dell’organizzazione in cui viene introdotta e del livello al quale misuriamo le conseguenze. L’intelligenza artificiale può accelerare alcune attività, rallentarne altre, ridurre le differenze di produttività tra colleghi e, nello stesso tempo, rendere più difficile l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro. Il dato economicamente più importante non è quindi il suo effetto medio, ma la sua eterogeneità.

La produzione non è organizzata per professioni, bensì per insiemi di compiti. Un avvocato consulta documenti, interpreta norme, scrive testi, formula strategie e interagisce con il cliente. Un ricercatore raccoglie informazioni, analizza dati, costruisce ipotesi e decide quali domande meritino di essere studiate. Un insegnante trasmette conoscenze, valuta l’apprendimento, motiva gli studenti e adatta le spiegazioni alle loro difficoltà. L’intelligenza artificiale può sostituire alcune di queste attività, aumentare la produttività in altre ed essere quasi irrilevante nelle restanti.

Per questa ragione, l’esposizione di una professione all’IA non misura la probabilità che quella professione scompaia. Indica soltanto che una parte dei suoi compiti potrebbe essere modificata. L’effetto sull’occupazione dipenderà da come le imprese ricomporranno le attività, da quanto diminuirà il costo del servizio e da come reagirà la domanda. L’automazione riduce il lavoro necessario per produrre una quantità data, ma l’aumento di produttività può abbassare i prezzi, espandere il mercato e creare nuovi compiti nei quali il lavoro umano mantiene un vantaggio comparato. Nel modello di Acemoglu e Restrepo, il risultato dipende dall’equilibrio tra displacement effect, productivity effect e reinstatement effect: sostituzione di compiti umani, espansione della produzione e creazione di nuove attività affidate al lavoro.

I primi esperimenti sull’IA generativa hanno documentato guadagni notevoli. In uno studio su attività di scrittura professionale, l’accesso a ChatGPT ha ridotto di circa il 40 per cento il tempo necessario per completare i compiti, migliorando anche la qualità media dei testi. In un esperimento con GitHub Copilot, i programmatori assistiti dall’IA hanno completato un esercizio il 55,8 per cento più rapidamente rispetto al gruppo di controllo. In un’azienda di assistenza clienti, l’introduzione di un sistema generativo ha aumentato del 14 per cento il numero di problemi risolti ogni ora.

Questi risultati dimostrano che i guadagni di produttività sono possibili, non che siano automatici. Gli esperimenti misurano solitamente compiti circoscritti, con un obiettivo chiaro e un risultato facilmente valutabile. Il lavoro reale è invece composto da attività interdipendenti, conoscenze contestuali, standard qualitativi impliciti e responsabilità difficili da codificare. Se un’attività che occupa il 10 per cento della giornata viene svolta nel 50 per cento del tempo, il guadagno potenziale sull’intera giornata non è del 50 per cento, ma del 5 per cento. E anche quel 5 per cento può essere assorbito dalla verifica dei risultati, dal coordinamento con i colleghi o da colli di bottiglia presenti altrove.

La distinzione tra capacità tecnica e convenienza economica è essenziale. Un compito può essere tecnicamente automatizzabile, ma non esserlo economicamente perché l’integrazione è costosa, gli errori sono difficili da individuare o la responsabilità non può essere delegata. Per valutare l’impatto macroeconomico non basta quindi contare i compiti sui quali un modello riesce a produrre una risposta plausibile. Bisogna stimare quanti possano essere svolti in modo affidabile, quale sia il risparmio netto dopo i costi di controllo e quanto pesino nel processo produttivo complessivo.

Le capacità dei modelli presentano inoltre una frontiera irregolare. In un esperimento con consulenti di Boston Consulting Group, l’intelligenza artificiale ha migliorato velocità e qualità quando i compiti rientravano nelle sue capacità. Su un problema collocato appena oltre quella frontiera, invece, gli utilizzatori dell’IA hanno ottenuto risultati peggiori. Compiti apparentemente simili possono quindi produrre effetti opposti. Il rischio non deriva soltanto dall’errore del modello, ma dalla capacità del modello di presentare una risposta sbagliata in forma credibile, inducendo il lavoratore ad accettarla.

Un esperimento del 2025 con programmatori esperti rende il quadro ancora più complesso. Sedici sviluppatori hanno svolto 246 attività su repository open source ai quali contribuivano abitualmente. Quando potevano utilizzare strumenti di IA, hanno impiegato in media il 19 per cento di tempo in più. Prima dell’esperimento prevedevano di risparmiare il 24 per cento del tempo; dopo averlo concluso, continuavano a ritenere di essere stati più veloci. La maggiore fluidità soggettiva del lavoro non coincideva con la produttività misurata.

Il risultato non dimostra che l’IA rallenti generalmente i programmatori. Riguarda professionisti esperti, progetti maturi e strumenti disponibili nei primi mesi del 2025. Evidenze successive suggeriscono che gli strumenti potrebbero essere migliorati, ma le nuove stime sono ancora troppo imprecise per misurare la dimensione dell’accelerazione. L’esperimento mostra però che produttività percepita e produttività effettiva possono divergere. Ridurre lo sforzo cognitivo può far sembrare un’attività più rapida anche quando il tempo complessivo aumenta.

La stessa cautela è necessaria quando si passa dalla produttività individuale a quella dell’organizzazione. In un esperimento condotto su 7.137 lavoratori di 66 imprese, l’accesso a un assistente generativo integrato negli strumenti di lavoro ha ridotto il tempo dedicato alla posta elettronica di circa due ore alla settimana tra coloro che lo utilizzavano effettivamente. È diminuito anche il lavoro svolto fuori dall’orario ordinario. Non sono però emersi cambiamenti significativi nella quantità o nella composizione complessiva delle attività.

Un risultato analogo emerge dai dati danesi. Nonostante l’adozione diffusa degli assistenti generativi e la comparsa di nuovi compiti legati all’IA, nei primi due anni non sono stati osservati effetti superiori al 2 per cento su salari o ore lavorate. Il risparmio di tempo su una singola attività, quindi, non si trasforma necessariamente in maggiore produzione, salari più elevati o riduzione dell’orario. Può essere assorbito da altre attività, da standard qualitativi più esigenti o semplicemente da una maggiore intensità del lavoro.

È una nuova versione del paradosso della produttività. Le tecnologie di portata generale possono diffondersi rapidamente senza produrre subito un’accelerazione visibile della produttività aggregata. I benefici emergono dopo investimenti in capitale intangibile: dati, competenze, procedure, sistemi di controllo e nuove strutture organizzative. L’intelligenza artificiale può essere installata in pochi minuti, ma ridisegnare un’organizzazione richiede molto più tempo. Inserire un modello linguistico in una procedura inefficiente rischia semplicemente di automatizzare l’inefficienza.

Anche gli effetti sulle competenze sono ambivalenti. Nel servizio clienti, il guadagno di produttività prodotto dall’IA raggiungeva circa il 35 per cento tra i lavoratori meno esperti, mentre era molto più contenuto tra quelli con maggiore esperienza. Il sistema sembrava trasferire ai primi una parte delle conoscenze tacite e delle pratiche sviluppate dai colleghi migliori. Altre evidenze recenti indicano che gli incrementi possono essere maggiori anche per le persone con livelli di istruzione più bassi.

Nel breve periodo, l’IA può quindi comprimere le differenze di produttività e rendere accessibili attività precedentemente riservate a chi possedeva più esperienza. Nel lungo periodo, però, emerge un problema diverso. Se la tecnologia assorbe i compiti attraverso i quali i giovani imparavano il mestiere, le imprese potrebbero ridurre le posizioni di ingresso. La stessa tecnologia che permette a un principiante di comportarsi più rapidamente come un esperto può indebolire il processo attraverso il quale si diventa realmente esperti.

Le prime evidenze sul mercato del lavoro sono coerenti con questa possibilità, anche se non consentono ancora conclusioni causali. I dati statunitensi disponibili fino a giugno 2026 non mostrano una sostituzione generalizzata del lavoro. L’occupazione dei lavoratori tra 22 e 25 anni nelle professioni maggiormente esposte all’IA si trova però circa il 19 per cento al di sotto del livello che avrebbe raggiunto seguendo l’andamento delle professioni meno esposte. Per i lavoratori più esperti non emerge una differenza analoga. La divergenza sembra dipendere soprattutto da una riduzione delle assunzioni, non da un aumento dei licenziamenti.

Il confronto può risentire del ciclo economico, dei tassi di interesse, della diversa composizione settoriale e di tendenze iniziate prima della diffusione dell’IA generativa. Non dimostra quindi che la tecnologia abbia causato il calo relativo dell’occupazione giovanile. Segnala tuttavia dove potrebbero apparire per primi i suoi effetti: non necessariamente nei licenziamenti di massa, ma nel mancato ingresso di nuovi lavoratori nelle professioni più esposte.

Questa distinzione modifica il modo in cui dovremmo pensare alla disuguaglianza. L’IA può ridurre le differenze di performance tra persone che occupano già lo stesso ruolo, ma aumentare la distanza tra chi riesce a entrare in una professione e chi ne rimane escluso. Può essere egualitaria condizionatamente all’occupazione e, contemporaneamente, rendere più selettivo l’accesso all’occupazione stessa.

Un’altra tensione riguarda la creatività. Gli esperimenti mostrano che i suggerimenti generati dall’IA possono migliorare la qualità media delle idee, soprattutto tra le persone che partono da livelli più bassi. Quando molti individui utilizzano modelli simili, tuttavia, i risultati tendono ad assomigliarsi. È possibile avere un aumento della creatività misurata a livello individuale e, nello stesso tempo, una riduzione della varietà collettiva. La media migliora, ma la distribuzione si restringe.

Ciò che conta, quindi, non è soltanto se l’IA venga adottata, ma come venga utilizzata. Un sistema che propone una risposta completa e invita implicitamente ad accettarla tende a sostituire il giudizio umano. Un sistema che presenta alternative, segnala l’incertezza e rende più semplice la verifica può rafforzarlo. La complementarità tra persone e macchine non è una proprietà intrinseca della tecnologia: dipende dalla progettazione degli strumenti, dagli incentivi e dall’organizzazione del lavoro.

Neppure l’esposizione teorica coincide con l’adozione effettiva. Alla fine del 2024 quasi il 40 per cento degli adulti statunitensi tra 18 e 64 anni aveva utilizzato strumenti generativi, ma soltanto il 23 per cento degli occupati li aveva usati per lavoro nella settimana precedente e circa il 9 per cento li utilizzava quotidianamente. Dati più recenti mostrano che gli indici di esposizione spiegano soltanto una parte delle differenze nell’adozione tra professioni e compiti. Esposizione, adozione, intensità d’uso e automazione sono quattro grandezze distinte, anche se vengono spesso trattate come equivalenti.

Dal punto di vista macroeconomico, l’errore più comune consiste nel trasformare una vasta esposizione potenziale in un grande aumento certo del prodotto. L’effetto sul PIL dipende dalla quota di attività effettivamente adottabili, dal risparmio netto prodotto in ciascuna attività e dalla velocità con cui le organizzazioni riescono a ristrutturarsi. Le stime più prudenti suggeriscono che l’impatto nel prossimo decennio potrebbe essere significativo, ma molto più contenuto di quanto lascino intendere le dimostrazioni tecnologiche.

Queste valutazioni potrebbero però trascurare il canale più importante e più difficile da misurare: l’effetto dell’IA sulla produzione di conoscenza. Se la tecnologia aumenta la produttività di scienziati, ricercatori e ingegneri, non accelera soltanto la produzione corrente, ma sposta la frontiera delle possibilità future. In questo caso, i benefici maggiori non deriverebbero dalla scrittura più rapida di testi o codice, bensì dalla scoperta di nuovi farmaci, materiali e processi produttivi. È anche il canale sul quale abbiamo meno evidenze affidabili.

Rimane infine il problema distributivo. Una tecnologia può aumentare il surplus complessivo senza migliorare nella stessa misura il benessere dei lavoratori. Se i modelli, i dati e la capacità di calcolo sono controllati da pochi soggetti, una parte rilevante dei guadagni di produttività può trasformarsi in rendite. La concentrazione può emergere lungo tutta la filiera: semiconduttori, infrastrutture cloud, modelli di base e piattaforme di distribuzione. In mercati poco concorrenziali, l’aumento della produttività non si trasferisce automaticamente in prezzi più bassi o salari più elevati.

Il problema economico dell’intelligenza artificiale non consiste dunque nello stabilire se essa sostituirà oppure completerà il lavoro. In alcuni compiti farà la prima cosa, in altri la seconda. La questione è capire come questi effetti vengono ricomposti nelle professioni, nelle imprese e nell’intera economia, e chi possiede il potere di appropriarsi dei benefici.

Le evidenze disponibili non giustificano né l’idea di una rivoluzione già pienamente visibile nei dati aggregati né la conclusione opposta secondo cui nulla starebbe cambiando. Le trasformazioni più importanti potrebbero manifestarsi inizialmente nei margini meno evidenti: nelle assunzioni che non avvengono, nelle competenze che non vengono più apprese, nel tempo risparmiato che non diventa tempo libero e nelle decisioni che vengono progressivamente delegate.

L’intelligenza artificiale amplia l’insieme delle possibilità produttive, ma non stabilisce quale organizzazione del lavoro prevarrà. Questo dipenderà dalle scelte delle imprese, dalla struttura dei mercati, dalle istituzioni formative e dalle politiche pubbliche. La tecnologia determina ciò che può essere fatto. L’economia politica determina chi lo farà, a quali condizioni e chi ne riceverà i benefici.

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