L’intelligenza artificiale e la robotica promettono un mondo in cui il lavoro umano potrebbe non essere più necessario per produrre gran parte dei beni e servizi. Ma se le macchine lavorano al posto nostro, chi riceverà il reddito? E soprattutto: avremo davvero risolto il problema della scarsità?
Immaginiamo un futuro in cui le macchine siano in grado di svolgere quasi tutte le attività che oggi richiedono lavoro umano. L’intelligenza artificiale scrive, programma, progetta, analizza dati e prende decisioni. I robot costruiscono edifici, coltivano i campi, trasportano merci e assistono le persone. L’energia necessaria a far funzionare queste macchine diventa progressivamente più economica grazie alle innovazioni tecnologiche.
In questo mondo, produrre beni e servizi richiederebbe sempre meno lavoro umano. Non perché le persone siano diventate meno capaci, ma perché le macchine sarebbero diventate straordinariamente produttive.
È questa l’idea alla base della cosiddetta post-labour economics, l’economia post-lavoro.
La sua promessa è affascinante: per la prima volta nella storia potremmo vivere in una società in cui il lavoro non è più la condizione necessaria per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno.
Ma questa prospettiva solleva una domanda fondamentale: se non dobbiamo più lavorare per produrre ricchezza, come faremo a distribuirla?
Dalla scarsità del lavoro all’abbondanza delle macchine
Per gran parte della storia economica, la produzione è stata limitata dalla disponibilità di lavoro umano. Costruire una casa, coltivare un campo, produrre un’automobile o sviluppare un farmaco richiedeva tempo, competenze e fatica.
Il progresso tecnologico ha progressivamente allentato questo vincolo.
Un agricoltore oggi può produrre molto più di quanto potessero produrre decine di agricoltori due secoli fa. Una fabbrica automatizzata può realizzare migliaia di prodotti con un numero relativamente limitato di lavoratori. Un computer può eseguire in pochi secondi calcoli che avrebbero richiesto anni di lavoro umano.
Eppure, fino a oggi, il progresso tecnologico non ha eliminato il lavoro. Lo ha trasformato.
Quando alcune attività sono state automatizzate, ne sono emerse altre. La produttività è aumentata, i prezzi di molti beni sono diminuiti e la domanda si è spostata verso nuovi prodotti e servizi.
Perché questa volta dovrebbe essere diverso?
I sostenitori dell’economia post-lavoro ritengono che l’intelligenza artificiale rappresenti una discontinuità rispetto alle innovazioni precedenti.
Le macchine industriali sostituivano soprattutto la forza fisica. I computer tradizionali automatizzavano procedure definite. L’intelligenza artificiale potrebbe invece sostituire una parte crescente delle capacità cognitive, mentre i robot potrebbero trasferire queste capacità nel mondo fisico.
Se le macchine diventassero sufficientemente versatili, economiche e autonome, potrebbero non limitarsi a sostituire alcune professioni, ma ridurre drasticamente la necessità complessiva di lavoro umano.
È uno scenario possibile. Ma non è una conseguenza inevitabile del progresso tecnologico.
La sostituzione dipende dai costi relativi, dalle capacità effettive delle tecnologie, dalla domanda di nuovi servizi e dalle complementarità tra persone e macchine.
Un milione di robot non può necessariamente costruire un edificio un milione di volte più velocemente. Servono materiali, energia, infrastrutture, coordinamento e tempo. Alcuni processi non possono essere accelerati semplicemente aumentando il numero di macchine.
L’abbondanza di un fattore produttivo non implica automaticamente l’abbondanza di tutti i beni.
La prima questione, quindi, è capire quanto lavoro umano sia effettivamente sostituibile e a quali condizioni economiche.
Se le macchine lavorano, chi viene pagato?
Supponiamo però che la previsione più radicale si realizzi.
Immaginiamo un’economia nella quale robot e intelligenza artificiale producono quasi tutto ciò di cui abbiamo bisogno, mentre il contributo del lavoro umano diventa marginale.
Oggi, per la maggior parte delle persone, il principale modo per ottenere reddito è lavorare.
Le imprese producono beni e servizi, pagano salari ai lavoratori e distribuiscono profitti ai proprietari del capitale. I lavoratori utilizzano i salari per acquistare ciò che viene prodotto.
È una delle relazioni fondamentali delle nostre economie.
Ma cosa accadrebbe se le imprese non avessero quasi più bisogno di lavoratori?
La produzione potrebbe continuare ad aumentare, mentre una quota crescente del reddito andrebbe ai proprietari delle macchine, dei sistemi di intelligenza artificiale e delle infrastrutture necessarie a farli funzionare.
Potremmo trovarci in una situazione apparentemente paradossale: una società capace di produrre una quantità straordinaria di ricchezza, ma nella quale molte persone non dispongono di un reddito sufficiente per accedervi.
È importante distinguere due concetti: produrre ricchezza e avere diritto a una parte di quella ricchezza.
Non sono la stessa cosa.
Un’economia può diventare molto più produttiva senza che tutti beneficino nella stessa misura dei guadagni di produttività.
La storia economica offre diversi esempi di questa divergenza. Durante le prime fasi della rivoluzione industriale britannica, la produttività aumentò molto più rapidamente dei salari reali. Gli economisti hanno definito questo fenomeno Engels’ pause.
Non significa che ogni innovazione tecnologica produca necessariamente maggiore disuguaglianza. Significa, però, che la crescita della produttività non garantisce automaticamente una distribuzione equa dei suoi benefici.
Ed è qui che entra in gioco l’idea centrale della post-labour economics.
E se tutti fossimo proprietari delle macchine?
La proposta è relativamente semplice.
Se il lavoro non rappresenta più il principale fattore produttivo, il reddito delle persone non può continuare a dipendere prevalentemente dal lavoro.
Deve dipendere, almeno in parte, dalla proprietà del capitale.
In altre parole, se saranno le macchine a produrre ricchezza, tutti dovrebbero possedere una quota di quelle macchine.
Questo non significa necessariamente che ogni persona debba acquistare un robot o possedere azioni di un’impresa tecnologica.
La proprietà potrebbe assumere forme diverse: fondi di investimento collettivi, partecipazioni dei lavoratori nelle imprese, cooperative, fondi pubblici o patrimoni assegnati ai cittadini fin dalla nascita.
Un esempio frequentemente citato è quello dell’Alaska Permanent Fund, che investe una parte della ricchezza derivante dalle risorse petrolifere dello Stato e contribuisce a finanziare un dividendo annuale per i residenti.
Si potrebbe immaginare qualcosa di simile per i benefici dell’intelligenza artificiale.
Un fondo nazionale potrebbe detenere partecipazioni nelle imprese e distribuire periodicamente una parte dei rendimenti ai cittadini.
In questo modo, anche chi non lavora potrebbe ricevere un reddito derivante dalla produzione automatizzata.
La logica è chiara: invece di distribuire la ricchezza principalmente attraverso i salari, potremmo distribuirne una parte attraverso i rendimenti della proprietà.
L’idea non è del tutto nuova. La proprietà diffusa del capitale, i fondi sovrani e le forme di dividendo sociale sono da tempo oggetto di discussione nella teoria economica.
L’intelligenza artificiale, tuttavia, potrebbe renderli molto più rilevanti.
Ma qui iniziano anche i problemi.
Primo problema: siamo sicuri che le macchine produrranno enormi profitti?
Il ragionamento della post-labour economics contiene un’ipotesi spesso trascurata: che le macchine, oltre a produrre moltissimo, genereranno anche rendimenti elevati per chi le possiede.
Non è necessariamente così.
Immaginiamo che un robot capace di svolgere molte attività diventi economico e facilmente acquistabile. Se tutte le imprese possono utilizzarlo, la concorrenza potrebbe ridurre progressivamente i prezzi dei beni prodotti.
I benefici dell’automazione arriverebbero quindi ai consumatori attraverso prezzi più bassi, non necessariamente ai proprietari delle macchine attraverso profitti straordinari.
Pensiamo ai computer. La loro capacità di calcolo è aumentata enormemente, mentre il costo di molte operazioni informatiche è diminuito. Una parte importante dei benefici è stata trasferita agli utilizzatori.
Naturalmente, questo non esclude che alcune imprese tecnologiche possano ottenere profitti molto elevati.
Ma tali profitti potrebbero dipendere soprattutto da brevetti, dati proprietari, infrastrutture difficili da replicare, effetti di rete e potere di mercato.
La distinzione è importante.
Se le macchine sono abbondanti e i mercati competitivi, una parte rilevante dei benefici dell’automazione potrebbe manifestarsi attraverso una riduzione dei prezzi.
Se invece poche imprese controllano le tecnologie fondamentali, potrebbero emergere rendite economiche elevate e persistenti.
Nel primo caso, la questione centrale riguarda soprattutto l’accesso ai beni e ai servizi. Nel secondo, la distribuzione della proprietà e la regolamentazione dei mercati diventano particolarmente importanti.
La tecnologia, da sola, non determina quale dei due scenari si realizzerà.
Secondo problema: quanto capitale serve per vivere senza lavorare?
Supponiamo che una società decida di garantire a ogni cittadino un reddito annuo di 20.000 euro attraverso i rendimenti di un fondo patrimoniale.
Se il fondo distribuisse stabilmente un rendimento netto del 4% all’anno, servirebbe un patrimonio di 500.000 euro per ogni beneficiario.
Con un rendimento del 2%, il patrimonio necessario salirebbe a un milione di euro.
Sono calcoli molto semplici, ma mostrano una difficoltà fondamentale.
Distribuire a tutti una quota del capitale non significa automaticamente garantire un reddito sufficiente.
Bisogna chiedersi quanto capitale esista, quale rendimento possa generare, come venga finanziata la sua acquisizione e chi sopporti i rischi.
Se il patrimonio viene trasferito dagli attuali proprietari, siamo di fronte a una redistribuzione della ricchezza.
Se viene acquistato dallo Stato, occorre finanziarlo attraverso imposte, debito o altre entrate.
Se viene accumulato progressivamente, i benefici potrebbero richiedere molti anni prima di diventare significativi.
Inoltre, i rendimenti finanziari non sono garantiti. Un fondo può perdere valore proprio quando i cittadini hanno maggiore bisogno di reddito.
La proprietà diffusa del capitale può essere uno strumento interessante, ma non elimina i problemi economici della redistribuzione. Li affronta attraverso un particolare assetto istituzionale.
E non è evidente che sia sempre preferibile a strumenti alternativi, come trasferimenti monetari, servizi pubblici o tassazione delle rendite.
Terzo problema: anche in un mondo di abbondanza qualcosa resterà scarso
La promessa più radicale dell’economia post-lavoro è che le macchine possano produrre quasi tutto ciò di cui abbiamo bisogno.
Ma siamo sicuri che questo significhi superare il problema della scarsità?
Immaginiamo un mondo in cui costruire una casa costi pochissimo perché robot e intelligenza artificiale svolgono quasi tutto il lavoro.
Questo non significa che tutti possano avere una casa affacciata sul Canal Grande a Venezia.
Il costo di costruzione potrebbe diminuire drasticamente, ma la posizione geografica rimarrebbe scarsa.
Lo stesso vale per molti altri beni.
Le macchine potrebbero rendere abbondanti alcuni servizi, ma non possono rendere illimitati il territorio, le risorse naturali, l’attenzione delle persone o le posizioni sociali più desiderate.
E soprattutto non possono eliminare la scarsità dei beni che hanno valore proprio perché non tutti possono possederli.
In economia, il valore di un bene non dipende soltanto dal lavoro necessario a produrlo. Dipende anche dalla sua scarsità relativa e dalla disponibilità a pagare.
In un mondo altamente automatizzato, alcuni beni potrebbero diventare estremamente economici, mentre altri potrebbero continuare a essere costosi o diventare ancora più desiderabili.
La scarsità non scomparirebbe necessariamente. Cambierebbe forma.
Questo significa che anche una società capace di produrre beni materiali in abbondanza dovrebbe continuare ad affrontare problemi di allocazione, distribuzione e conflitto tra preferenze individuali.
Quarto problema: lavoriamo soltanto per guadagnare?
C’è infine una questione che riguarda direttamente il comportamento umano.
La post-labour economics considera prevalentemente il lavoro come uno strumento per ottenere reddito.
Ma le persone non lavorano soltanto per guadagnare.
Il lavoro può rappresentare una fonte di identità, relazioni sociali, riconoscimento, autonomia e realizzazione personale.
Naturalmente può anche essere faticoso, frustrante, ripetitivo o alienante.
La possibilità di non dover lavorare per sopravvivere rappresenterebbe certamente una forma importante di libertà.
Ma non è detto che l’assenza di lavoro produca automaticamente maggiore felicità.
Immaginiamo due persone che ricevono lo stesso reddito garantito grazie ai dividendi delle macchine.
La prima potrebbe dedicarsi alla famiglia, alla ricerca, all’arte, al volontariato o ad attività che considera significative.
La seconda potrebbe sperimentare una perdita di identità, di riconoscimento sociale o di motivazione.
Il reddito sarebbe identico, ma il benessere potrebbe essere molto diverso.
Questo suggerisce che il problema non riguarda soltanto come distribuire il denaro, ma anche come organizzare una società nella quale il lavoro non rappresenta più il principale elemento attorno a cui costruire la propria vita.
La distinzione tra libertà dal lavoro e libertà di realizzarsi attraverso attività significative diventerebbe fondamentale.
Il vero problema potrebbe essere il consenso
C’è un ultimo aspetto particolarmente interessante.
Anche se l’automazione fosse tecnologicamente possibile ed economicamente conveniente, la sua diffusione dipenderebbe dall’accettazione sociale.
Le persone potrebbero opporsi a tecnologie che percepiscono come una minaccia al proprio reddito, alla sicurezza, alla privacy o alla propria autonomia.
Da questo punto di vista, distribuire una parte dei benefici economici dell’automazione potrebbe contribuire a renderla socialmente più accettabile.
Se una persona sa che l’introduzione di nuovi robot aumenterà anche il proprio reddito, potrebbe avere meno ragioni economiche per opporsi.
Ma il consenso non si compra necessariamente con un dividendo.
Una comunità potrebbe rifiutare un grande centro dati per ragioni ambientali, anche se ricevesse una parte dei profitti. Un lavoratore potrebbe essere contrario alla sostituzione della propria professione anche in presenza di un reddito garantito.
Le preferenze delle persone comprendono dimensioni che vanno oltre il consumo.
Per questo la questione del consenso democratico non può essere ridotta alla distribuzione dei benefici monetari.
Occorre considerare anche chi decide come utilizzare le tecnologie, chi ne controlla il funzionamento e chi sopporta i loro eventuali costi.
Un futuro senza lavoro o un futuro con un lavoro diverso?
La post-labour economics pone una domanda che merita di essere presa sul serio.
Se il progresso tecnologico dovesse ridurre drasticamente il contributo del lavoro umano alla produzione, le nostre istituzioni economiche sarebbero ancora adeguate a distribuire il reddito e garantire il benessere?
Probabilmente dovremmo ripensare alcuni meccanismi attraverso cui le persone partecipano alla ricchezza prodotta.
Una maggiore diffusione della proprietà del capitale potrebbe essere parte della risposta.
Ma non è l’unica possibile.
La concorrenza potrebbe trasferire molti benefici ai consumatori attraverso prezzi più bassi. La fiscalità potrebbe redistribuire parte delle rendite. I servizi pubblici potrebbero garantire accesso a beni essenziali. E nuove attività umane potrebbero emergere anche in un’economia fortemente automatizzata.
Non sappiamo ancora quanto rapidamente le macchine saranno in grado di sostituire il lavoro, né quali attività rimarranno prevalentemente umane.
Sappiamo però che il progresso tecnologico non determina automaticamente la distribuzione dei suoi benefici.
Questa dipende anche dalle istituzioni, dai mercati e dalle decisioni collettive.
Forse, allora, la domanda più interessante non è se le macchine ci sostituiranno.
È che cosa accadrà al valore del lavoro umano, alla distribuzione della ricchezza e al significato stesso dell’attività economica quando produrre beni e servizi richiederà sempre meno tempo e fatica.
Per secoli abbiamo immaginato il progresso come la possibilità di lavorare meno e vivere meglio.
L’intelligenza artificiale potrebbe avvicinarci a questa possibilità.
Ma lavorare meno, guadagnare di più ed essere più felici sono tre risultati differenti. Non è affatto scontato che si realizzino insieme.
E forse è proprio questa la sfida più interessante dell’economia post-lavoro: non capire soltanto come produrre ricchezza senza lavoro umano, ma come trasformare quell’abbondanza produttiva in benessere per le persone.