Classi più piccole, studenti migliori? Cosa ci dice la ricerca economica

Ridurre il numero di studenti per classe migliora davvero l’apprendimento? Un celebre studio economico utilizza una regola scolastica di origine medievale per rispondere a una domanda ancora oggi centrale nel dibattito sull’istruzione.

Classi piccole o classi grandi?

Immaginiamo due scuole. Nella prima ci sono 20 studenti per classe, nella seconda 30. Gli studenti della prima scuola ottengono risultati migliori nei test di matematica e lettura.

Possiamo concludere che le classi più piccole favoriscano l’apprendimento?

Non necessariamente.

Le scuole con classi meno numerose potrebbero avere maggiori risorse, insegnanti più preparati oppure studenti provenienti da famiglie con condizioni socioeconomiche più favorevoli. Al contrario, alcune scuole potrebbero organizzare classi piccole proprio per aiutare studenti con maggiori difficoltà.

Una semplice correlazione tra dimensione delle classi e risultati scolastici non permette quindi di stabilire un rapporto causale.

È questo il problema affrontato da Joshua Angrist e Victor Lavy in uno studio pubblicato nel 1999 sul Quarterly Journal of Economics: Using Maimonides’ Rule to Estimate the Effect of Class Size on Scholastic Achievement.

Una regola medievale come esperimento naturale

L’intuizione degli autori è particolarmente elegante. Nel sistema scolastico israeliano esisteva una regola, ispirata agli insegnamenti del filosofo medievale Maimonide, secondo cui una classe non dovrebbe superare i 40 studenti. La conseguenza è interessante. Se una scuola ha 40 studenti iscritti a un determinato anno, può organizzare una sola classe. Se gli iscritti diventano 41, deve normalmente dividerli in due classi, con circa 20 studenti ciascuna.

Una differenza di appena uno studente può quindi produrre una riduzione drastica della dimensione media delle classi.

Ma è ragionevole pensare che una scuola con 40 iscritti e una con 41 siano molto simili sotto numerosi altri aspetti.

Gli autori sfruttano proprio questa discontinuità per identificare l’effetto causale della dimensione delle classi sui risultati scolastici.

Tecnicamente, utilizzano una strategia a variabili strumentali basata sulle variazioni della dimensione prevista delle classi generate dalle soglie amministrative. È una delle applicazioni più note della logica del regression discontinuity design.

Cosa scoprono?

I risultati indicano che ridurre la dimensione delle classi può migliorare significativamente l’apprendimento.

Gli effetti sono particolarmente evidenti nei test di matematica e lettura degli studenti di quinta elementare. Emergono anche benefici nella lettura in quarta, mentre i risultati per la terza elementare sono meno conclusivi.

Un altro aspetto interessante è che i benefici sembrano essere maggiori per gli studenti provenienti da contesti socioeconomici svantaggiati.

Questo suggerisce che la dimensione delle classi possa avere conseguenze non soltanto sull’apprendimento medio, ma anche sulle disuguaglianze educative.

Naturalmente, lo studio non dimostra che classi più piccole producano sempre risultati migliori, indipendentemente dal contesto. Gli effetti identificati riguardano le variazioni generate dalla specifica regola israeliana.

Perché questo paper è così importante?

Il contributo di Angrist e Lavy va oltre il dibattito sulla dimensione delle classi.

Il paper è diventato un classico dell’economia applicata perché mostra come una semplice regola amministrativa possa permettere di rispondere a una domanda causale difficile.

La ricerca economica è piena di correlazioni: le persone più istruite guadagnano di più, le scuole con maggiori risorse ottengono risultati migliori, i territori più ricchi hanno servizi pubblici migliori.

Ma una correlazione non ci dice necessariamente cosa accadrebbe se modificassimo una di queste caratteristiche attraverso una politica pubblica.

Per rispondere dobbiamo identificare situazioni nelle quali individui o istituzioni comparabili vengono esposti a condizioni differenti per ragioni plausibilmente indipendenti dalle loro caratteristiche.

È esattamente ciò che fanno Angrist e Lavy. Il loro lavoro ha contribuito alla diffusione dei disegni quasi sperimentali nella valutazione delle politiche pubbliche, mostrando il potenziale delle regole istituzionali come fonte di identificazione causale.

Cosa significa per la scuola italiana?

Anche in Italia si discute frequentemente della dimensione delle classi, soprattutto in relazione alle cosiddette classi pollaio, alla qualità dell’insegnamento e alla distribuzione delle risorse scolastiche.

Lo studio di Angrist e Lavy offre un contributo importante a questo dibattito, ma non una risposta definitiva.

Ridurre il numero di studenti per classe comporta dei costi: servono più insegnanti, più spazi e maggiori risorse.

La domanda rilevante per una politica pubblica non è quindi soltanto se le classi più piccole migliorino l’apprendimento, ma quanto lo migliorino, per quali studenti e a quale costo.

Inoltre, l’efficacia della riduzione delle classi potrebbe dipendere dall’età degli studenti, dalle caratteristiche degli insegnanti e dalle condizioni iniziali delle scuole.

Una riduzione generalizzata potrebbe avere effetti molto diversi da un intervento mirato alle situazioni nelle quali i benefici attesi sono maggiori.

La lezione economica

Questo studio ci lascia due insegnamenti.

Il primo riguarda l’istruzione: le risorse scolastiche possono fare la differenza, ma per capire quali investimenti siano realmente efficaci servono evidenze causali credibili.

Il secondo riguarda il metodo scientifico.

A volte, per rispondere a una grande domanda economica, non servono nuove teorie particolarmente complicate. Serve trovare il confronto giusto.

La differenza tra 40 e 41 studenti può sembrare irrilevante. Ma quando una regola trasforma quella differenza in due organizzazioni scolastiche molto diverse, diventa un’opportunità straordinaria per capire cosa funziona davvero.

Ed è proprio questo uno dei contributi più importanti dell’economia empirica contemporanea: utilizzare le caratteristiche delle istituzioni per comprendere gli effetti delle nostre scelte di politica pubblica.


Riferimento bibliografico

Angrist, J. D., & Lavy, V. (1999). “Using Maimonides’ Rule to Estimate the Effect of Class Size on Scholastic Achievement.” Quarterly Journal of Economics, 114(2), 533–575.

Versione liberamente accessibile:

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