Tredici anni di scuola. Ma che cosa abbiamo davvero imparato?

La scuola italiana dedica migliaia di ore a trasmettere conoscenze, ma prepara davvero gli studenti a comprendere il mondo? Venti domande per riflettere su ciò che insegniamo, ciò che trascuriamo e il costo delle nostre scelte educative.

Facciamo un esperimento. Prendiamo uno studente che ha appena concluso la scuola superiore. Ha trascorso tredici anni sui banchi, migliaia di ore in classe, centinaia di interrogazioni, verifiche e compiti a casa. Ha studiato storia, letteratura, matematica, filosofia, scienze e lingue straniere. Ha imparato date, formule, definizioni, classificazioni e teorie. Adesso facciamogli qualche domanda. Non domande specialistiche, non quesiti da concorso e nemmeno domande per verificare se ricorda una formula imparata cinque anni prima. Domande che riguardano il mondo in cui vive, le informazioni che riceve e le decisioni che dovrà prendere.

Venti domande per un diplomato

  1. Se un prezzo aumenta del 20% e poi diminuisce del 20%, torna al valore iniziale?
  2. Qual è la differenza tra combattere la povertà e ridurre le disuguaglianze economiche?
  3. Come funziona un Large Language Model (LLM), come ChatGPT?
  4. Quali sono le cause principali del riscaldamento globale e come facciamo a sapere che dipende dalle attività umane?
  5. Qual è la differenza tra correlazione e causalità?
  6. Quali sono le caratteristiche fondamentali di un sistema democratico?
  7. Come si formano i prezzi in un’economia di mercato?
  8. Che cosa significa che uno studio scientifico è stato sottoposto a peer review? Questo garantisce che i risultati siano corretti?
  9. Qual è la differenza tra un’azione e un’obbligazione?
  10. Sapresti scrivere un testo scientifico chiaro, rigoroso e convincente?
  11. Se due persone sostengono opinioni opposte, come puoi stabilire quale delle due è meglio supportata dalle evidenze?
  12. Qual è la differenza tra debito pubblico e deficit pubblico?
  13. Sapresti sostenere una conversazione in inglese su un argomento di attualità?
  14. Come possiamo stabilire se una politica pubblica ha prodotto davvero gli effetti desiderati?
  15. Che cosa sono gli interessi composti e perché sono importanti?
  16. Sapresti utilizzare Excel per analizzare dati e costruire un grafico?
  17. Qual è la differenza tra un’affermazione scientifica e una pseudoscientifica?
  18. Sapresti spiegare che cos’è un algoritmo e come influenza la tua vita quotidiana?
  19. Se un test medico ha una sensibilità e una specificità del 99% e risulti positivo, significa che hai il 99% di probabilità di avere la malattia?
  20. Se una conclusione è corretta, significa necessariamente che anche il ragionamento utilizzato per raggiungerla è corretto?

Quante di queste domande trovano spazio nei programmi scolastici? Quante vengono affrontate in modo approfondito, attraverso esercizi, discussioni e applicazioni concrete? E soprattutto, a quante saprebbe rispondere correttamente uno studente medio appena diplomato? Non abbiamo una risposta empirica a quest’ultima domanda, ma sarebbe interessante somministrare questi quesiti a un campione rappresentativo di diplomati e misurarne le competenze. Il punto, tuttavia, è già evidente: non stiamo chiedendo conoscenze particolarmente avanzate, ma strumenti fondamentali per comprendere il mondo contemporaneo. E non è affatto scontato che tredici anni di scuola siano sufficienti a garantirli.

Una testa piena di nozioni, ma pochi strumenti per capire il mondo

La scuola italiana è molto ambiziosa quando si tratta di trasmettere contenuti. Gli studenti devono studiare una quantità impressionante di argomenti, spesso con un livello di dettaglio considerevole. Devono ricordare date, formule, definizioni, classificazioni, interpretazioni e teorie. Vengono interrogati, valutati e promossi sulla base della loro capacità di dimostrare di aver acquisito queste conoscenze. Ma quanto di ciò che imparano si trasforma in strumenti per comprendere la realtà?

Uno studente può ricordare le date di numerose battaglie e non conoscere la differenza tra debito pubblico e deficit. Può aver studiato per anni la grammatica italiana e non riuscire a scrivere un testo chiaro e ben argomentato. Può aver risolto centinaia di equazioni e non sapere come funzionano gli interessi composti. Può aver studiato inglese per dieci anni e non riuscire a sostenere una conversazione. Può aver studiato scienze senza comprendere davvero come si costruisce una conoscenza scientifica, oppure conoscere le principali teorie filosofiche senza essere capace di riconoscere un errore logico.

Naturalmente non tutti gli studenti presentano queste lacune, e non tutte le scuole insegnano nello stesso modo. Esistono insegnanti eccellenti e percorsi formativi straordinari. Ma il problema generale rimane: la scuola rischia troppo spesso di confondere l’apprendimento con la memorizzazione, la conoscenza con la capacità di ripetere e il successo educativo con il completamento di un programma.

Il problema non è studiare storia, filosofia, letteratura o matematica teorica. Sono discipline importanti, anche quando non hanno un’applicazione immediata. Il problema è quando diventano soprattutto un insieme di contenuti da ricordare per superare un’interrogazione. Una conoscenza può avere un enorme valore culturale e intellettuale senza essere direttamente spendibile nel mercato del lavoro, ma diventa un’occasione educativa sprecata quando non contribuisce a sviluppare comprensione, capacità di ragionamento o curiosità. E mentre dedichiamo migliaia di ore a trasmettere contenuti, competenze essenziali come l’educazione finanziaria, il ragionamento statistico, il metodo scientifico, l’analisi dei dati e la comprensione delle nuove tecnologie rischiano di rimanere marginali.

Il costo opportunità: le migliaia di ore che non possiamo utilizzare due volte

Prendiamo un esempio concreto: il liceo classico. Nel suo ordinamento tradizionale, latino e greco occupano complessivamente nove ore settimanali nei primi due anni e sette nei successivi tre. Considerando convenzionalmente 33 settimane di lezione all’anno, parliamo di circa 1.300 ore nell’arco di cinque anni. Mille e trecento ore dedicate a due lingue antiche. È un investimento educativo enorme, che meriterebbe una valutazione altrettanto seria.

Che cosa si potrebbe imparare in 1.300 ore? Quanta matematica, statistica, economia, educazione finanziaria, programmazione, intelligenza artificiale, metodo scientifico o inglese si potrebbero insegnare? Quante competenze fondamentali per comprendere il mondo contemporaneo potrebbero essere sviluppate utilizzando anche soltanto una parte di questo tempo?

Qualcuno obietterà che studiare latino e greco non è inutile, perché sviluppa capacità logiche, rigore, disciplina e comprensione della cultura classica. Alcuni di questi benefici sono plausibili e altri, come l’accesso diretto ai testi antichi, sono evidenti. Ma questa obiezione trascura un principio fondamentale dell’economia: il costo opportunità. Il valore di una scelta non si misura soltanto dai benefici che produce, ma anche dai benefici della migliore alternativa alla quale rinunciamo. La domanda, quindi, non è se studiare latino e greco produca qualche beneficio. La domanda è se quelle stesse ore potrebbero produrre benefici maggiori se dedicate ad altre competenze.

Se il nostro obiettivo è sviluppare il ragionamento logico, perché non confrontare l’efficacia dello studio delle lingue antiche con quella della matematica, della logica formale o della programmazione? Se vogliamo migliorare la comprensione linguistica, perché non valutare quanto gli studenti potrebbero progredire dedicando più tempo alla scrittura, alla lettura critica o alle lingue moderne? Se vogliamo formare cittadini consapevoli, perché non considerare i benefici di una maggiore preparazione economica, scientifica e statistica?

Naturalmente non possiamo affermare senza evidenze che sostituire latino e greco con altre discipline produrrebbe necessariamente risultati migliori. Ma non possiamo nemmeno considerare intoccabile una scelta curricolare soltanto perché appartiene alla nostra tradizione. L’affermazione secondo cui le lingue antiche svilupperebbero capacità cognitive trasferibili ad altri ambiti dovrebbe essere sottoposta alla stessa verifica empirica che pretendiamo per qualsiasi altra ipotesi educativa. E soprattutto, bisognerebbe confrontarne i benefici con quelli delle alternative disponibili, non semplicemente dimostrare che qualche beneficio esiste.

Il paradosso è che uno studente potrebbe trascorrere cinque anni a studiare latino e greco senza aver mai imparato che cosa sia il costo opportunità. E proprio questo concetto gli permetterebbe di interrogarsi sul valore delle scelte educative che altri hanno compiuto per lui.

Il problema più grave: avere opinioni senza avere gli strumenti per valutarle

C’è però qualcosa di ancora più preoccupante della mancanza di competenze: la presenza di convinzioni molto forti costruite su conoscenze molto deboli. Viviamo in una società nella quale tutti siamo continuamente invitati a esprimere opinioni sull’economia, sul cambiamento climatico, sull’immigrazione, sulla disuguaglianza, sulla sanità, sull’intelligenza artificiale e sulle politiche pubbliche. Ma quanto siamo preparati a valutare ciò di cui discutiamo?

Si può avere un’opinione categorica sul capitalismo senza comprendere come si formano i prezzi, sostenere una politica contro le disuguaglianze senza distinguere la riduzione della povertà dalla redistribuzione del reddito, discutere di cambiamento climatico senza conoscere le evidenze scientifiche che ne spiegano le cause, oppure criticare o difendere interventi pubblici senza sapere come stabilire se abbiano effettivamente funzionato.

Il risultato è una combinazione pericolosa: poche conoscenze operative e moltissime certezze. Ed è qui che la scuola dovrebbe svolgere una delle sue funzioni più importanti, insegnando a distinguere i fatti dalle opinioni, le evidenze dalle convinzioni e le spiegazioni scientifiche dalle interpretazioni ideologiche. Dovrebbe insegnare che due persone possono avere opinioni diverse, ma questo non significa che tutte le affermazioni fattuali abbiano lo stesso valore. Alcune sono sostenute da evidenze solide, altre da evidenze deboli, altre ancora sono semplicemente false. Dovrebbe insegnare che la scienza non è una raccolta di verità da memorizzare, ma un metodo per formulare ipotesi, sottoporle a verifica e correggere gli errori. E dovrebbe soprattutto insegnare che cambiare idea di fronte a nuove evidenze non è un segno di debolezza, ma una manifestazione di intelligenza.

Ideologie vecchie per un mondo nuovo

Viviamo in un mondo trasformato dall’intelligenza artificiale, dalla globalizzazione, dal cambiamento climatico, dall’invecchiamento demografico e da innovazioni scientifiche e tecnologiche sempre più rapide. Eppure una parte del dibattito pubblico continua a utilizzare categorie ideologiche, contrapposizioni e spiegazioni ereditate da epoche profondamente diverse. Il problema non è studiare le grandi idee politiche, economiche e filosofiche del passato, che è indispensabile conoscere, ma trasmetterle come interpretazioni definitive della realtà, anziché come teorie da comprendere, confrontare e sottoporre a verifica. Un’ideologia diventa particolarmente pericolosa quando pretende di conoscere le risposte prima ancora di aver esaminato le domande, quando i dati vengono accettati se confermano ciò che crediamo e ignorati, minimizzati o reinterpretati quando lo contraddicono.

Questo atteggiamento non appartiene a una particolare posizione politica. Può riguardare qualsiasi orientamento culturale, economico o ideologico e non riguarda soltanto gli studenti, ma è diffusissimo anche tra gli adulti, compresi coloro che ricoprono ruoli di responsabilità. Proprio per questo la scuola dovrebbe rappresentare un antidoto, insegnando a riconoscere i preconcetti, le fallacie logiche, le generalizzazioni indebite e le spiegazioni prive di fondamento scientifico. Non dovrebbe insegnare agli studenti che cosa pensare, ma fornire loro gli strumenti per capire se ciò che pensano è ragionevole. La differenza è enorme.

Poi questi studenti arrivano all’università

Quando gli studenti arrivano all’università, queste lacune possono diventare particolarmente evidenti. Chiediamo loro di leggere testi complessi, costruire argomentazioni, interpretare dati, formulare ipotesi, discutere risultati scientifici e lavorare autonomamente. Ma quanto sono stati allenati a farlo? Non basta aver studiato matematica per saper ragionare quantitativamente, aver studiato italiano per saper scrivere un testo scientifico o aver studiato scienze per aver compreso la differenza tra correlazione e causalità. E non basta aver ottenuto buoni voti per aver sviluppato autonomia intellettuale.

Il rischio è che molti studenti arrivino all’università abituati soprattutto a individuare ciò che l’insegnante vuole sentirsi dire, memorizzarlo e riprodurlo durante una verifica. Ma l’università dovrebbe chiedere qualcosa di profondamente diverso: comprendere problemi, formulare domande, cercare evidenze, confrontare spiegazioni alternative e riconoscere i limiti delle proprie conoscenze. In altre parole, dovrebbe chiedere di pensare. Naturalmente anche l’università ha le proprie responsabilità: se continua a premiare prevalentemente la ripetizione di nozioni, finisce per riprodurre esattamente i limiti che dovrebbe contribuire a superare.

L’intelligenza artificiale rende il problema ancora più urgente

Oggi ChatGPT e altri strumenti di intelligenza artificiale possono scrivere testi, risolvere esercizi, generare codice, analizzare dati e sintetizzare documenti in pochi secondi. Attività che fino a pochissimo tempo fa richiedevano ore di lavoro possono essere completate quasi istantaneamente. Questo non significa che non sia più necessario studiare, ma che diventa ancora più importante capire che cosa vale la pena imparare.

Se uno studente non comprende la statistica, come può verificare un’analisi prodotta dall’intelligenza artificiale? Se non sa scrivere, come può giudicare la qualità di un testo? Se non conosce il metodo scientifico, come può distinguere una spiegazione plausibile da una conclusione supportata dalle evidenze? E se non possiede conoscenze di base, come può riconoscere quando una risposta apparentemente convincente è completamente sbagliata?

L’intelligenza artificiale aumenta enormemente le possibilità di chi possiede buone competenze, ma rischia anche di amplificare la dipendenza dagli strumenti di chi non ha sviluppato capacità autonome di ragionamento. Il problema non è più soltanto saper trovare una risposta, ma saper formulare la domanda giusta, comprendere la risposta, verificarla e decidere che cosa farne. Questo richiede conoscenze, metodo e pensiero critico, proprio le competenze che dovrebbero essere al centro dell’istruzione. In un mondo nel quale le informazioni sono sempre più facilmente accessibili, il valore dell’educazione dipende sempre meno dalla quantità di contenuti memorizzati e sempre più dalla capacità di interpretarli e utilizzarli.

Tredici anni di scuola: un investimento enorme. Con quali risultati?

Tredici anni di scuola rappresentano un investimento gigantesco in termini di risorse pubbliche, tempo degli studenti, lavoro degli insegnanti e sacrifici delle famiglie. È legittimo chiedersi che cosa produca questo investimento, andando oltre il numero di studenti promossi, di programmi completati o di diplomi conseguiti. Dovremmo domandarci che cosa sappiano effettivamente fare gli studenti alla fine del percorso: comprendere un testo complesso, interpretare un grafico, distinguere una relazione causale da una semplice correlazione, valutare un’affermazione scientifica, comprendere i principali fenomeni economici, utilizzare strumenti digitali e comunicare efficacemente.

Ma c’è una domanda ancora più importante: quanto queste capacità sono migliorate grazie alla scuola? Per valutare l’efficacia dell’istruzione non basta osservare i risultati finali. Bisogna misurare il valore aggiunto prodotto dal percorso educativo, tenendo conto delle competenze iniziali degli studenti e delle differenze nei contesti familiari e sociali. Altrimenti rischiamo di attribuire alla scuola risultati che dipendono da altri fattori, oppure di non riconoscere il lavoro di istituzioni che operano in condizioni particolarmente difficili.

Le venti domande iniziali non costituiscono un test scientificamente validato, ma potrebbero rappresentare il punto di partenza per costruirne uno. Sarebbe interessante scoprire non soltanto quante risposte corrette sappiano dare gli studenti, ma anche quanto siano sicuri delle proprie risposte. Perché non sapere qualcosa è un problema, ma essere convinti di saperla quando non la si conosce può essere un problema ancora maggiore.

Non servono necessariamente più materie. Servono priorità diverse.

La risposta non può essere semplicemente aggiungere nuove materie a programmi già sovraccarichi. Non abbiamo bisogno di eliminare la storia per introdurre l’educazione finanziaria, o di ridurre la letteratura per insegnare l’intelligenza artificiale. Abbiamo bisogno di ripensare gli obiettivi dell’istruzione. La storia dovrebbe insegnare anche a valutare le fonti, comprendere le cause degli eventi e riconoscere interpretazioni distorte. La letteratura dovrebbe sviluppare capacità di lettura, scrittura e argomentazione. La filosofia dovrebbe allenare il ragionamento logico e il confronto critico tra idee. La matematica dovrebbe fornire strumenti per comprendere fenomeni quantitativi, probabilità e rischi. Le scienze dovrebbero insegnare non soltanto risultati e teorie, ma soprattutto come funziona il metodo scientifico.

Accanto a queste competenze dovrebbero trovare spazio conoscenze oggi indispensabili: economia, educazione finanziaria, statistica, intelligenza artificiale, analisi dei dati, programmazione, comunicazione e cittadinanza democratica. Non per trasformare la scuola in un corso di formazione professionale, ma per formare persone capaci di comprendere la realtà, prendere decisioni consapevoli e continuare a imparare durante tutta la vita.

Questo richiede anche il coraggio di rivedere le priorità, ridurre il tempo dedicato ad alcuni contenuti e aumentare quello destinato ad altri. Non possiamo continuare ad aggiungere competenze senza rinunciare a nulla. Il tempo degli studenti è limitato e ogni scelta educativa comporta inevitabilmente un costo opportunità. Dovremmo chiederci, per ogni argomento insegnato, quale capacità contribuisca a sviluppare, quanto sia efficace nel farlo e quali alternative stiamo sacrificando.

Il vero disastro è continuare a considerare tutto questo normale

Non possiamo pretendere che ogni diciannovenne sappia tutto, ma possiamo pretendere che tredici anni di istruzione forniscano una solida base per comprendere il mondo. Il vero disastro non è dimenticare una data, una formula o il nome di un autore. Il disastro è non saper distinguere un fatto da un’opinione, una correlazione da una relazione causale, una teoria scientifica da una credenza pseudoscientifica. È non comprendere i meccanismi economici fondamentali che influenzano le nostre vite, non sapere valutare un rischio finanziario o non riconoscere una manipolazione statistica. È avere la testa piena di nozioni, ma non possedere gli strumenti per utilizzarle; avere opinioni fortissime senza sapere come verificarle; ripetere preconcetti e ideologie senza riconoscerne i limiti; essere convinti di conoscere il mondo senza aver imparato a interrogarsi su come funziona.

Tutto questo è ancora più grave in un’epoca in cui l’accesso alle informazioni è diventato praticamente illimitato. Non abbiamo mai avuto così tante conoscenze a disposizione, eppure proprio per questo la capacità di selezionarle, comprenderle e valutarle è diventata più importante che mai. Una scuola che si limita a trasmettere informazioni rischia di preparare gli studenti per un mondo che non esiste più. Una scuola che insegna a ragionare, invece, li prepara anche per un mondo che ancora non conosciamo.

Forse è arrivato il momento di smettere di chiederci soltanto quanto sia difficile un programma scolastico, quante pagine debbano studiare gli studenti o quante nozioni riescano a ricordare durante un’interrogazione. Dovremmo iniziare a chiederci che cosa rimanga davvero dopo tredici anni di scuola e, soprattutto, che cosa avrebbero potuto imparare se avessimo utilizzato diversamente una parte di quel tempo.

Perché il successo dell’istruzione non si misura da quante cose uno studente ha imparato a ripetere, ma da quanto è diventato capace di comprendere il mondo e di pensare con la propria testa. E una scuola che non si interroga sul costo opportunità delle proprie scelte rischia di sprecare proprio la risorsa più preziosa che le affidiamo: il tempo delle nuove generazioni.

Leave a Reply