La rivoluzione borghese secondo Deirdre McCloskey
Perché alcuni Paesi sono diventati straordinariamente ricchi mentre altri sono rimasti poveri? E se la risposta non fosse nell’accumulazione di capitale, nelle istituzioni o nelle risorse naturali, ma nel modo in cui le società hanno cominciato a considerare commercianti, imprenditori e innovatori?
Il più grande cambiamento della storia economica
Per migliaia di anni, la condizione materiale dell’umanità è cambiata relativamente poco. Le società hanno costruito città, sviluppato commerci, inventato tecnologie e creato istituzioni politiche sofisticate. Eppure, per la grande maggioranza della popolazione, la vita è rimasta caratterizzata da povertà, lavoro faticoso e aspettative di vita limitate.
Poi, a partire da circa due secoli fa, qualcosa è cambiato radicalmente.
In una parte del mondo, inizialmente nell’Europa nordoccidentale, il reddito per abitante ha cominciato a crescere in maniera sostenuta. La produttività è aumentata, le innovazioni si sono moltiplicate e, progressivamente, miliardi di persone hanno potuto accedere a beni e servizi che per gran parte della storia erano stati impensabili.
Non si è trattato semplicemente di diventare un po’ più ricchi. È stato un cambiamento di ordine di grandezza.
L’economista e storica economica Deirdre Nansen McCloskey chiama questo fenomeno Great Enrichment, il Grande Arricchimento. Nelle società che hanno sperimentato pienamente questo processo, il reddito reale medio per abitante è aumentato di decine di volte rispetto ai livelli preindustriali.
Come è stato possibile?
È una delle domande fondamentali dell’economia. Ed è la domanda attorno alla quale McCloskey ha costruito una delle opere più ambiziose e provocatorie della storia economica contemporanea: la trilogia The Bourgeois Era.
I tre volumi, pubblicati originariamente tra il 2006 e il 2016 e disponibili in italiano per Rubbettino, sono:
- Le virtù borghesi. Etica per la società commerciale (2006).
- Dignità borghese. Perché l’economia non può spiegare il mondo moderno (2010).
- Eguaglianza borghese. Perché sono state le idee, non i capitali o le istituzioni, ad arricchire il mondo (2016).
La tesi che li unisce è tanto semplice quanto radicale: il mondo moderno è diventato ricco soprattutto perché sono cambiate le idee su chi meritasse rispetto, su quali attività fossero socialmente legittime e su chi avesse il diritto di innovare.
Non sono stati soltanto il capitale, le macchine, il commercio o le istituzioni a trasformare il mondo. È cambiato il modo in cui le persone pensavano al commercio, all’imprenditorialità e alla dignità del lavoro produttivo.
Per comprendere la portata di questa interpretazione dobbiamo partire da un problema che gli economisti conoscono bene.
1. Perché siamo diventati ricchi?
La crescita economica moderna è un’anomalia storica.
Per gran parte della storia, un aumento della produttività agricola o della disponibilità di risorse tendeva a tradursi, nel lungo periodo, soprattutto in un aumento della popolazione. Il reddito medio rimaneva vicino ai livelli di sussistenza.
Questa è l’intuizione fondamentale della trappola malthusiana.
Naturalmente, il mondo preindustriale non era statico. Esistevano innovazioni, differenze significative tra regioni e periodi di crescita. Ma mancava quel processo cumulativo e persistente di aumento del reddito pro capite che caratterizza l’economia moderna.
Con la Rivoluzione industriale, il rapporto tra popolazione, tecnologia e reddito cambia.
L’innovazione diventa sistematica. La produttività cresce abbastanza rapidamente da sostenere contemporaneamente un aumento della popolazione e un miglioramento delle condizioni materiali.
Le spiegazioni economiche di questa trasformazione sono numerose.
Alcuni economisti hanno sottolineato l’accumulazione di capitale fisico: macchinari, infrastrutture, impianti produttivi.
Altri hanno attribuito un ruolo decisivo alle istituzioni: diritti di proprietà, contratti, sistemi giudiziari, limiti al potere politico.
Altri ancora hanno evidenziato l’importanza del commercio internazionale, delle risorse energetiche, della conoscenza scientifica, dell’istruzione o della geografia.
McCloskey non nega che questi fattori abbiano avuto un ruolo.
La sua obiezione è diversa: nessuno di essi, considerato isolatamente, sembra sufficiente a spiegare la dimensione del Grande Arricchimento.
L’accumulazione di capitale esisteva anche prima della Rivoluzione industriale. Il commercio internazionale aveva una storia millenaria. Mercanti, mercati e innovazioni non erano invenzioni dell’Europa moderna.
Perché, allora, proprio in un determinato momento storico, queste attività hanno generato una crescita economica senza precedenti?
Secondo McCloskey, manca un elemento fondamentale: il cambiamento delle idee.
2. Le virtù borghesi: il mercato è davvero immorale?
Il primo volume della trilogia, Le virtù borghesi, non comincia dalla crescita economica, ma dalla filosofia morale.
È una scelta importante.
Prima di spiegare perché il capitalismo abbia prodotto ricchezza, McCloskey vuole mettere in discussione un pregiudizio molto diffuso: l’idea che la società commerciale sia fondata esclusivamente sull’egoismo, sull’avidità e sulla ricerca del profitto.
Nella rappresentazione più semplice dell’homo oeconomicus, gli individui perseguono i propri interessi e reagiscono agli incentivi. Non è necessario che siano altruisti, generosi o moralmente virtuosi perché un mercato possa funzionare.
Questa impostazione è estremamente utile per costruire modelli economici. Ma diventa problematica quando viene trasformata in una descrizione completa della natura umana.
Gli individui non sono soltanto massimizzatori di utilità. Sono anche persone che attribuiscono valore alla fiducia, alla reciprocità, alla giustizia, alla reputazione e al riconoscimento sociale.
McCloskey sostiene che la vita commerciale non sia necessariamente in conflitto con queste motivazioni.
Al contrario, può contribuire a svilupparle.
Per comprendere il suo ragionamento, l’autrice recupera sette virtù della tradizione filosofica occidentale:
- Prudenza: valutare conseguenze, rischi e opportunità.
- Giustizia: rispettare gli altri e gli impegni assunti.
- Temperanza: controllare gli impulsi e moderare i desideri.
- Coraggio: affrontare rischi e incertezze.
- Fede: avere fiducia in qualcosa che supera l’interesse immediato.
- Speranza: immaginare e perseguire un futuro migliore.
- Amore: prendersi cura degli altri e delle relazioni umane.
La prudenza è certamente importante nell’attività economica. Un imprenditore deve valutare costi e benefici, un commerciante deve comprendere la domanda e un consumatore deve scegliere come utilizzare le proprie risorse.
Ma la prudenza da sola non basta.
Un’impresa che inganna sistematicamente i clienti può ottenere vantaggi nel breve periodo, ma rischia di compromettere la propria reputazione. Una relazione commerciale duratura richiede affidabilità. Un progetto innovativo richiede coraggio. Un investimento richiede una qualche forma di fiducia nel futuro.
In questo senso, l’attività economica è immersa in un sistema di valori morali e relazioni sociali.
McCloskey si oppone quindi a due rappresentazioni speculari del capitalismo.
La prima è quella dei suoi critici, secondo cui il mercato corromperebbe necessariamente le relazioni umane, sostituendo solidarietà e virtù con interesse individuale e calcolo monetario.
La seconda è quella di alcuni suoi difensori, secondo cui il capitalismo funzionerebbe proprio perché non ha bisogno della moralità: basterebbero incentivi corretti e interesse personale.
Per McCloskey entrambe le interpretazioni sono incomplete.
Il capitalismo può funzionare anche perché gli individui sono capaci di cooperare, mantenere promesse, costruire fiducia e riconoscere obblighi morali.
Questo non significa che i mercati producano automaticamente comportamenti virtuosi. Esistono frodi, opportunismo, sfruttamento e conflitti di interesse.
Significa, piuttosto, che non possiamo comprendere la società commerciale riducendola alla sola ricerca del profitto.
Una connessione con l’economia comportamentale
Questo primo volume presenta un collegamento particolarmente interessante con l’economia comportamentale e sperimentale.
Decenni di esperimenti economici hanno mostrato che le persone non si comportano sempre come individui interessati esclusivamente al proprio guadagno materiale.
Negli ultimatum games, ad esempio, molte persone rifiutano offerte considerate ingiuste, anche quando accettarle sarebbe economicamente vantaggioso.
Nei trust games, gli individui spesso mostrano fiducia e reciprocità, pur in presenza di incentivi a comportarsi opportunisticamente.
Nei public goods games, osserviamo frequentemente cooperazione volontaria, anche se questa può diminuire quando emergono comportamenti opportunistici.
Questi risultati non dimostrano la teoria storica di McCloskey. Ma rafforzano una sua intuizione fondamentale: le motivazioni economiche sono più ricche e complesse di quanto suggerisca una rappresentazione esclusivamente materialistica dell’interesse individuale.
La domanda diventa allora ancora più interessante: se le preferenze sociali e le norme morali influenzano il comportamento economico, possono anche contribuire a spiegare le grandi trasformazioni storiche?
È qui che entra in gioco il secondo volume.
3. Dignità borghese: perché il capitale non basta
In Dignità borghese, McCloskey affronta direttamente le spiegazioni convenzionali della crescita moderna.
Il punto di partenza è un’osservazione storica.
Per secoli, nelle società europee, il prestigio sociale era associato soprattutto alla nobiltà, alla proprietà terriera, alla guerra, alla religione e al potere politico.
I mercanti potevano essere ricchi, ma la ricchezza commerciale non garantiva necessariamente riconoscimento morale e sociale.
Il commercio veniva spesso considerato un’attività inferiore rispetto alle occupazioni delle élite.
L’innovazione economica non era necessariamente una fonte di prestigio. In molti contesti, chi produceva, vendeva o sperimentava nuove tecniche occupava una posizione subordinata nella gerarchia sociale.
Secondo McCloskey, tra il Seicento e l’Ottocento, soprattutto nei Paesi Bassi e in Gran Bretagna, questa gerarchia cominciò a cambiare.
Il commerciante divenne progressivamente una figura rispettabile. L’imprenditore acquisì legittimità. L’innovazione cominciò a essere considerata un’attività socialmente utile.
In altre parole, la borghesia conquistò dignità.
Il cambiamento non riguardò soltanto le opportunità economiche, ma il riconoscimento sociale.
Una società che considera l’imprenditore un individuo moralmente sospetto produce incentivi diversi da una società che considera l’innovazione un’attività rispettabile.
E gli incentivi non sono soltanto monetari.
Le persone desiderano anche essere rispettate, riconosciute e apprezzate.
Questo elemento è fondamentale per comprendere il ragionamento di McCloskey.
Il ruolo delle idee
Immaginiamo due società con risorse economiche, tecnologie e istituzioni relativamente simili.
Nella prima, diventare un commerciante di successo è considerato socialmente inferiore rispetto a ottenere una posizione nell’amministrazione pubblica o nell’aristocrazia.
Nella seconda, avviare un’impresa, migliorare un prodotto o sviluppare una nuova tecnologia sono attività associate a prestigio e riconoscimento.
Anche a parità di rendimenti monetari, la distribuzione del talento tra le diverse occupazioni potrebbe essere molto diversa.
Nella prima società, gli individui più capaci potrebbero cercare soprattutto rendite, privilegi o posizioni di potere.
Nella seconda, una quota maggiore di talento potrebbe orientarsi verso attività produttive e innovative.
Questa è una possibile interpretazione economica della tesi di McCloskey.
Il cambiamento culturale modifica i rendimenti sociali dell’attività imprenditoriale e, attraverso questo canale, può influenzare le scelte individuali.
Non serve abbandonare completamente il linguaggio degli incentivi per comprendere il suo argomento.
Occorre però riconoscere che gli incentivi comprendono anche componenti simboliche, morali e reputazionali.
Perché non bastano le istituzioni?
Uno degli interlocutori principali di McCloskey è la tradizione dell’economia istituzionale.
Da Douglass North fino ai contributi di Daron Acemoglu e James Robinson, una parte importante della letteratura ha sostenuto che le istituzioni economiche e politiche siano decisive per spiegare le differenze di sviluppo.
Diritti di proprietà sicuri, contratti applicabili e limiti al potere arbitrario possono favorire investimenti e innovazione.
McCloskey non nega l’importanza di queste condizioni.
Contesta però l’idea che la loro presenza sia sufficiente.
Inoltre, pone una domanda ulteriore: perché alcune società hanno sviluppato istituzioni più favorevoli all’innovazione?
Le istituzioni non emergono nel vuoto.
Sono create, sostenute e trasformate da persone che condividono determinate idee su ciò che è giusto, desiderabile e legittimo.
In questa prospettiva, le idee non sono semplicemente una conseguenza delle istituzioni. Possono contribuire a determinarne l’evoluzione.
È una differenza teorica importante.
La spiegazione istituzionale tende a chiedersi quali regole favoriscano la crescita.
McCloskey aggiunge un’altra domanda: quali trasformazioni culturali rendono socialmente e politicamente accettabili quelle regole?
4. Eguaglianza borghese: la libertà di innovare
Il terzo volume, Eguaglianza borghese, completa l’argomentazione.
La dignità, da sola, non basta.
Perché una società diventi dinamica, non è sufficiente che i commercianti siano rispettati. Occorre anche che le persone abbiano la libertà di intraprendere, sperimentare e mettere in discussione le pratiche esistenti.
McCloskey identifica quindi due trasformazioni complementari: dignità borghese e libertà borghese.
La prima riguarda il riconoscimento sociale.
La seconda riguarda la possibilità effettiva di agire.
In una società rigidamente gerarchica, l’innovazione può essere ostacolata non soltanto dalla mancanza di capitale, ma anche dai privilegi, dalle restrizioni occupazionali e dalla scarsa legittimità sociale di chi propone qualcosa di nuovo.
Una società che riconosce maggiore eguaglianza di dignità amplia invece la platea delle persone autorizzate, socialmente e politicamente, a sperimentare.
Il talento non è necessariamente concentrato nelle élite.
Può trovarsi tra artigiani, commercianti, lavoratori, tecnici e piccoli imprenditori.
Se queste persone possono mettere alla prova le proprie idee, aumenta il numero di possibili innovazioni.
McCloskey utilizza l’espressione trade-tested betterment, che possiamo tradurre come miglioramento sottoposto alla prova del mercato.
L’idea è che la crescita moderna derivi da un processo diffuso di sperimentazione.
Gli individui propongono nuovi prodotti, nuove tecnologie e nuovi modi di organizzare la produzione. Il mercato contribuisce a selezionare le innovazioni che riescono a soddisfare una domanda.
Naturalmente, il mercato non seleziona necessariamente le innovazioni migliori dal punto di vista del benessere sociale. Esternalità, asimmetrie informative e potere di mercato possono produrre risultati inefficienti.
Ma il punto di McCloskey è che una società aperta all’innovazione genera molte più opportunità di miglioramento rispetto a una società in cui la sperimentazione è limitata a pochi gruppi privilegiati.
La democratizzazione dell’innovazione
La parte più interessante di questa interpretazione riguarda il rapporto tra eguaglianza e crescita.
Nella teoria economica, l’eguaglianza viene spesso discussa soprattutto in relazione alla distribuzione del reddito e della ricchezza.
McCloskey sposta l’attenzione su un’altra dimensione: l’eguaglianza di dignità e di libertà economica.
Non sostiene che la Rivoluzione industriale abbia prodotto immediatamente società egualitarie in termini di reddito, genere, classe o diritti politici.
Le diseguaglianze erano enormi e molte categorie sociali continuarono a essere escluse.
La sua tesi è più circoscritta: il progressivo riconoscimento della legittimità dell’attività economica delle persone comuni contribuì a liberare energie innovative precedentemente sottoutilizzate.
In questa prospettiva, la crescita moderna non deriva soltanto dalla concentrazione di risorse nelle mani di pochi grandi capitalisti.
Deriva anche dall’allargamento delle possibilità di partecipare al processo economico.
È un’interpretazione che attribuisce alla dignità umana un ruolo produttivo, oltre che morale.
5. La vera rivoluzione è stata culturale?
Arrivati a questo punto, possiamo ricostruire l’intera spiegazione proposta da McCloskey.
Il processo comincia con un cambiamento delle idee.
Commercianti, imprenditori e innovatori acquisiscono maggiore dignità sociale.
Questo cambiamento contribuisce a rendere più legittime la libertà economica, la sperimentazione e l’iniziativa individuale.
Un numero crescente di persone può quindi dedicarsi ad attività innovative.
L’innovazione alimenta la crescita della produttività.
La crescita della produttività rende possibile il Grande Arricchimento.
La sequenza è affascinante, perché ribalta una spiegazione molto comune.
Siamo abituati a pensare che lo sviluppo economico trasformi la cultura.
Quando una società diventa più ricca, cambiano le aspirazioni, i valori, le norme e le istituzioni.
McCloskey propone di considerare seriamente anche la direzione opposta: sono stati alcuni cambiamenti culturali a rendere possibile lo sviluppo economico.
Naturalmente, le due direzioni causali possono coesistere.
Le idee possono influenzare la crescita e la crescita può, a sua volta, trasformare le idee.
È proprio questa interdipendenza a rendere la questione scientificamente interessante.
6. Che cosa dice l’evidenza empirica?
La trilogia di McCloskey è un’opera di storia economica, filosofia morale e interpretazione culturale. Non è costruita attorno a un singolo esperimento naturale o a una strategia econometrica capace di identificare in maniera definitiva un effetto causale.
Questo rappresenta contemporaneamente uno dei suoi punti di forza e uno dei suoi limiti.
Il punto di forza è l’ampiezza dell’analisi.
McCloskey mette in relazione economia, letteratura, filosofia, religione, linguaggio, storia politica e trasformazioni sociali.
Il limite è che una spiegazione così ampia risulta difficile da sottoporre a una verifica empirica rigorosa.
Possiamo osservare che il prestigio attribuito all’imprenditorialità è cambiato nel corso della storia.
Possiamo osservare che alcune società hanno sperimentato una crescita economica straordinaria.
Ma dimostrare che il primo cambiamento abbia causato il secondo è molto più difficile.
Esistono almeno quattro problemi.
Primo: la causalità inversa.
È possibile che l’aumento della ricchezza commerciale abbia contribuito a migliorare lo status sociale dei commercianti, anziché il contrario.
Secondo: le variabili omesse.
Cambiamenti politici, religiosi, tecnologici e istituzionali potrebbero aver influenzato contemporaneamente sia le idee sia la crescita.
Terzo: la misurazione.
Come possiamo misurare storicamente la dignità attribuita agli imprenditori?
Potremmo utilizzare testi, libri, giornali, sermoni o documenti politici. Ma questi indicatori rappresentano soltanto una parte della cultura di una società e possono riflettere soprattutto le opinioni delle élite alfabetizzate.
Quarto: la generalizzabilità.
Se la dignità borghese è stata fondamentale per lo sviluppo dell’Europa nordoccidentale, come dobbiamo interpretare le esperienze di industrializzazione di Paesi con culture, istituzioni e sistemi politici molto diversi?
La crescita del Giappone, della Corea del Sud o della Cina contemporanea pone domande importanti sulla necessità e sulla sufficienza dei meccanismi proposti da McCloskey.
Queste difficoltà non rendono irrilevante la sua teoria.
Indicano, piuttosto, che dobbiamo distinguere tra una spiegazione storica plausibile e una relazione causale empiricamente identificata.
7. McCloskey, Mokyr e Acemoglu: tre modi di spiegare la crescita
Per comprendere meglio il contributo della trilogia è utile confrontarlo con altre interpretazioni influenti.
Joel Mokyr ha attribuito un ruolo fondamentale alla cultura della conoscenza, alla circolazione delle idee scientifiche e alla nascita di una società favorevole al progresso tecnologico.
Per Mokyr, l’emergere di una cultura che valorizza la conoscenza utile e la sperimentazione è un elemento centrale della Rivoluzione industriale.
Esiste quindi una forte affinità con McCloskey: entrambi considerano la cultura una variabile fondamentale per spiegare la crescita moderna.
La differenza riguarda soprattutto il tipo di idee enfatizzate.
Mokyr pone al centro la conoscenza scientifica e tecnologica, le comunità intellettuali e le condizioni culturali che ne favoriscono la diffusione.
McCloskey attribuisce maggiore importanza alla dignità sociale del commercio, alla legittimità dell’innovazione e alla retorica pubblica favorevole alla borghesia.
Acemoglu e Robinson, invece, sottolineano il ruolo delle istituzioni politiche ed economiche.
La crescita dipende dalla distribuzione del potere, dagli incentivi e dalla possibilità per ampi gruppi sociali di partecipare all’attività economica.
Anche qui esistono punti di contatto con McCloskey, soprattutto nell’importanza attribuita all’apertura delle opportunità.
Ma le differenze rimangono significative.
Per l’approccio istituzionale, il problema fondamentale riguarda le regole del gioco e la distribuzione del potere.
Per McCloskey, occorre spiegare anche perché una società cominci a considerare legittimo un determinato insieme di regole.
Queste interpretazioni non sono necessariamente incompatibili.
Una possibile sintesi è che cultura, istituzioni e innovazione si rafforzino reciprocamente.
Le idee contribuiscono a modificare le istituzioni. Le istituzioni influenzano gli incentivi. Gli incentivi orientano gli investimenti e l’innovazione. Le trasformazioni economiche modificano, a loro volta, valori e norme sociali.
Il problema scientifico consiste nel comprendere quali meccanismi siano stati più importanti nei diversi contesti storici.
8. Una lettura attraverso l’economia comportamentale
La trilogia solleva una questione che va oltre la storia della Rivoluzione industriale: quanto contano le norme sociali e il riconoscimento nelle decisioni economiche?
La teoria economica tradizionale ha dedicato grande attenzione agli incentivi monetari.
Ma le scelte individuali dipendono anche da identità, reputazione, norme sociali, aspettative e preferenze nei confronti degli altri.
Consideriamo la decisione di diventare imprenditore.
Un individuo può valutare i profitti attesi, il rischio di fallimento e il costo opportunità rispetto a un lavoro dipendente.
Ma può anche chiedersi se la propria famiglia approverà quella scelta, se la comunità considererà rispettabile la sua attività o se il fallimento comporterà uno stigma sociale.
Questi elementi possono influenzare concretamente la decisione.
Lo stesso vale per l’innovazione.
Proporre un’idea nuova può comportare rischi economici, ma anche rischi reputazionali.
In contesti nei quali il conformismo è fortemente premiato, sperimentare può essere costoso anche quando il capitale necessario è disponibile.
In contesti nei quali la creatività e l’iniziativa vengono riconosciute socialmente, gli individui possono essere più disposti ad assumersi rischi.
La teoria di McCloskey suggerisce quindi una possibile complementarità tra incentivi economici e incentivi sociali.
Un aumento del rendimento monetario dell’innovazione potrebbe produrre effetti diversi a seconda delle norme culturali prevalenti.
Analogamente, una trasformazione delle norme sociali potrebbe modificare le scelte economiche anche in assenza di cambiamenti immediati nei prezzi o nelle istituzioni formali.
Queste sono ipotesi che possono essere studiate empiricamente.
Ad esempio, potremmo analizzare come cambiano le aspirazioni professionali quando un’attività acquisisce maggiore prestigio sociale.
Oppure studiare se l’esposizione a modelli imprenditoriali modifica la propensione al rischio, la disponibilità a innovare o le aspettative di successo.
Potremmo anche esaminare come le norme sociali trasmesse durante l’infanzia influenzino, nel lungo periodo, le scelte educative, occupazionali e imprenditoriali.
È qui che la grande narrazione storica di McCloskey incontra domande concrete dell’economia comportamentale, dell’economia dell’educazione e dell’economia dello sviluppo.
9. Le critiche: le idee bastano davvero?
La forza della tesi di McCloskey sta nel ricordarci che la cultura non è semplicemente uno sfondo sul quale si svolgono le attività economiche.
Le idee possono influenzare ciò che le persone considerano possibile, desiderabile e legittimo.
Tuttavia, il rischio è attribuire alla cultura un potere esplicativo eccessivo.
Le società non crescono soltanto perché iniziano ad apprezzare gli imprenditori.
Servono conoscenze, infrastrutture, capitale umano, tecnologie, organizzazioni e condizioni politiche che permettano alle innovazioni di diffondersi.
Inoltre, il riconoscimento sociale della borghesia non coincide necessariamente con l’eguaglianza delle opportunità.
Una società può celebrare l’imprenditorialità e contemporaneamente mantenere forti barriere all’ingresso, concentrazioni di potere economico o discriminazioni.
La retorica favorevole al mercato può anche convivere con pratiche monopolistiche e privilegi.
C’è poi un problema più profondo.
Se le idee spiegano la crescita, che cosa spiega il cambiamento delle idee?
Perché il prestigio sociale dei commercianti è aumentato proprio in alcune società e in determinati periodi?
Quale ruolo hanno avuto le trasformazioni religiose, i conflitti politici, l’espansione commerciale, l’urbanizzazione e la distribuzione della ricchezza?
Una spiegazione culturale completa deve affrontare anche queste domande.
Altrimenti rischia di spostare il problema causale, anziché risolverlo.
Infine, la storia della crescita moderna comprende anche fenomeni che non possono essere ricondotti semplicemente alla dignità borghese: colonialismo, schiavitù, sfruttamento, conflitti, diseguaglianze e trasformazioni ambientali.
La loro importanza relativa è oggetto di un ampio dibattito storico ed economico.
Una spiegazione convincente deve confrontarsi anche con queste dimensioni, senza necessariamente considerarle l’unica causa dello sviluppo.
10. Che cosa possiamo imparare oggi?
La trilogia di McCloskey non è soltanto una riflessione sulle origini della Rivoluzione industriale.
Propone un modo diverso di pensare alle politiche economiche e allo sviluppo.
Quando discutiamo di crescita, tendiamo a concentrarci su investimenti, produttività, capitale umano, infrastrutture, incentivi fiscali e qualità delle istituzioni.
Sono tutte variabili fondamentali.
Ma McCloskey ci invita ad aggiungere altre domande.
Quali attività sono socialmente rispettate?
Quali professioni attraggono le persone più capaci?
Come viene considerato chi prova a fare qualcosa di nuovo?
Il fallimento imprenditoriale è percepito come un’esperienza da cui imparare o come uno stigma permanente?
Il prestigio deriva soprattutto dalla capacità di creare valore oppure dall’accesso a posizioni protette e rendite?
Una società può avere ottime università, capitale disponibile e istituzioni formalmente adeguate, ma non riuscire a trasformare queste risorse in innovazione se le norme sociali scoraggiano l’iniziativa.
Viceversa, una cultura favorevole alla sperimentazione può contribuire a rendere più produttive le risorse esistenti.
Questo non significa che basti cambiare la narrazione pubblica per produrre crescita economica.
Significa che le politiche economiche potrebbero essere meno efficaci se ignorano le norme sociali, le aspirazioni e le motivazioni delle persone.
Il punto è particolarmente rilevante per l’istruzione.
Le scuole e le università non trasmettono soltanto conoscenze e competenze.
Contribuiscono anche a formare aspirazioni, identità, aspettative e rappresentazioni di ciò che costituisce una carriera desiderabile.
Se vogliamo comprendere le determinanti dell’innovazione, dobbiamo quindi studiare anche come si formano le preferenze e le norme sociali.
Conclusione: prima delle macchine vengono le persone?
Il contributo più importante di McCloskey non consiste nell’aver dimostrato definitivamente che le idee siano state più importanti delle istituzioni o del capitale.
Una conclusione così forte rimane controversa.
Il suo merito è aver posto al centro della spiegazione dello sviluppo una dimensione che gli economisti rischiano talvolta di sottovalutare: il riconoscimento sociale.
Le persone non agiscono soltanto in risposta ai prezzi.
Agiscono anche in funzione di ciò che considerano giusto, rispettabile, possibile e desiderabile.
Una società che attribuisce dignità all’innovazione può modificare profondamente le scelte dei suoi membri.
Una società che riconosce valore al lavoro produttivo può orientare talento ed energie verso attività diverse.
Una società che amplia la libertà di sperimentare può moltiplicare le opportunità di progresso.
La trilogia di McCloskey ci ricorda quindi che lo sviluppo economico non è soltanto una storia di macchine, capitale e istituzioni.
È anche una storia di idee, valori, aspirazioni e trasformazioni culturali.
Rimane però una questione fondamentale, che dovrebbe guidare la ricerca futura: quanto di questa relazione è causale e quanto riflette trasformazioni economiche e politiche che avvengono contemporaneamente?
È una domanda difficile, ma proprio per questo importante.
Perché comprendere come siamo diventati ricchi significa anche comprendere quali condizioni possono permettere ad altre società di migliorare il proprio benessere.
E forse significa riconoscere che, prima ancora di cambiare le tecnologie, lo sviluppo richiede talvolta di cambiare il modo in cui guardiamo alle persone che quelle tecnologie potrebbero inventarle.
Per approfondire
La trilogia di Deirdre Nansen McCloskey
- The Bourgeois Virtues: Ethics for an Age of Commerce (University of Chicago Press, 2006). Edizione italiana: Le virtù borghesi. Etica per la società commerciale, Rubbettino.
- Bourgeois Dignity: Why Economics Can’t Explain the Modern World (University of Chicago Press, 2010). Edizione italiana: Dignità borghese. Perché l’economia non può spiegare il mondo moderno, Rubbettino.
- Bourgeois Equality: How Ideas, Not Capital or Institutions, Enriched the World (University of Chicago Press, 2016). Edizione italiana: Eguaglianza borghese. Perché sono state le idee, non i capitali o le istituzioni, ad arricchire il mondo, Rubbettino.
Altre letture utili per il confronto
- Douglass C. North (1990), Institutions, Institutional Change and Economic Performance, Cambridge University Press.
- Joel Mokyr (2016), A Culture of Growth: The Origins of the Modern Economy, Princeton University Press.
- Daron Acemoglu e James A. Robinson (2012), Why Nations Fail: The Origins of Power, Prosperity, and Poverty, Crown.
- Guido Tabellini (2010), “Culture and Institutions: Economic Development in the Regions of Europe”, Journal of the European Economic Association, 8(4), 677–716.
- Alberto Alesina e Paola Giuliano (2015), “Culture and Institutions”, Journal of Economic Literature, 53(4), 898–944.
Una domanda per chi legge: se dovessimo individuare oggi il principale ostacolo all’innovazione e alla crescita economica, lo cercheremmo nella scarsità di capitale, nella qualità delle istituzioni o nelle norme sociali che orientano le scelte delle persone? E come potremmo distinguere empiricamente il contributo di ciascuno di questi fattori?