Democrazia, mercato e scienza

Il nuovo libro di Daron Acemoglu, What Happened to Liberal Democracy?, parte da una domanda politica, ma contiene un’idea ancora più profonda.

Una società libera funziona solo se prende sul serio un fatto fondamentale: siamo fallibili e la conoscenza è dispersa. Nessuno possiede tutte le informazioni necessarie per decidere per gli altri. Per questo servono sperimentazione, discussione aperta, possibilità di dissentire e meccanismi capaci di mettere insieme conoscenze distribuite. Sono elementi centrali della concezione del liberalismo proposta da Acemoglu. (Financial Times)

Questa idea si collega a una convinzione che trovo sempre più importante.

Gran parte dello straordinario salto di benessere delle società moderne può essere interpretato come il risultato di tre grandi invenzioni istituzionali: scienza, democrazia e mercato.

A prima vista fanno cose completamente diverse. Ma hanno una caratteristica profonda in comune: sono tre modi di affrontare lo stesso problema, quello della conoscenza dispersa.

La scienza aggrega conoscenza su come funziona il mondo. Osservazioni ed esperimenti sono prodotti localmente, messi in comune, sottoposti a controllo empirico e critica, replicati quando possibile e continuamente corretti. La sua forza non deriva dall’infallibilità degli scienziati, ma esattamente dal contrario: dall’aver costruito istituzioni che assumono che ciascuno di noi possa sbagliare.

La democrazia mette in comune informazioni diverse: preferenze, bisogni, conoscenze locali e giudizi sulla performance di chi governa. Rappresentanza, competizione politica, libertà di espressione ed elezioni creano feedback. Non garantiscono decisioni corrette, ma rendono possibile sostituire chi sbaglia e correggere una politica senza dover presumere l’esistenza di un decisore onnisciente. L’idea della democrazia come meccanismo di aggregazione di conoscenza distribuita ha una lunga tradizione nella teoria della “epistemic democracy”. (Cambridge)

Il mercato affronta un terzo tipo di conoscenza dispersa: scarsità, costi, opportunità e valutazioni individuali. Prezzi, profitti e perdite permettono di coordinare milioni di decisioni senza che nessuna autorità centrale debba conoscere tutte le circostanze locali. È il problema reso celebre da Hayek: utilizzare una conoscenza che nessun singolo individuo possiede integralmente. (Associazione Economica Americana)

Scienza, democrazia e mercato sono quindi tre tecnologie sociali molto diverse, ma condividono una stessa architettura: decentralizzazione, sperimentazione, feedback e correzione degli errori.

Ed è qui che il ragionamento si incontra con Acemoglu.

La sua tesi è che la democrazia liberale abbia funzionato meglio quando è riuscita a combinare autogoverno, libera ricerca della conoscenza e prosperità condivisa. È entrata in crisi quando questa promessa si è indebolita: deindustrializzazione e tecnologie digitali hanno modificato la distribuzione dei benefici della crescita, una parte della working class ha perso peso economico e politico e le élite altamente istruite sono diventate sempre più separate dal resto della società. La risposta di Acemoglu è quello che chiama “working-class liberalism”: ricostruire prosperità condivisa, good jobs, comunità e partecipazione senza rinunciare alle libertà fondamentali e al pluralismo. (Penguin Random House)

Vista da questa prospettiva, la crisi della democrazia liberale non è soltanto una crisi di valori. È anche una crisi dei meccanismi di feedback.

Quando il sistema politico smette di ascoltare parti consistenti della popolazione, perde informazione.

Quando concentrazioni di potere economico riducono concorrenza e sperimentazione, il mercato perde informazione.

Quando conformismo, incentivi sbagliati o chiusura al dissenso prevalgono sulla critica, anche la scienza perde capacità di correggersi.

Nessuno dei tre sistemi è automaticamente efficiente. Proprio perché sono costruzioni istituzionali, possono produrre errori, cattura, polarizzazione, monopoli, esternalità, conformismo e cattiva informazione.

Questo è il punto che trovo più interessante.

Difendere scienza, democrazia e mercato in modo ideologico serve relativamente poco. Bisogna capire quali condizioni permettono loro di funzionare bene, quali incentivi ne distorcono il funzionamento e quali istituzioni preservano diversità, sperimentazione, feedback e capacità di correzione.

L’intelligenza artificiale rende la questione ancora più urgente. Acemoglu e coautori hanno recentemente mostrato teoricamente come un’AI capace di fornire risposte sempre migliori possa, paradossalmente, ridurre gli incentivi degli esseri umani ad acquisire e condividere conoscenza, impoverendo nel lungo periodo lo stock di conoscenza collettiva. (MIT Stone Center)

Come scienziati, quindi, il nostro compito è duplice: comprendere questi meccanismi – inclusi i loro failure modes – e contribuire a disegnare istituzioni e incentivi che li facciano funzionare meglio.

Forse il grande vantaggio istituzionale della modernità non è stato trovare persone che sapessero abbastanza da governare sistemi sempre più complessi.

È stato inventare sistemi che permettono alla società di sapere più di quanto possa sapere qualunque singolo individuo.

Il progresso comincia dal riconoscimento che nessuno è onnisciente.
E continua solo se costruiamo istituzioni capaci di scoprire e correggere i propri errori.

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