Il primo investimento non è un ETF. Sei tu.

C’è qualcosa che mi colpisce sempre quando si parla di educazione finanziaria ai giovani.

Insegniamo loro che cos’è un’azione. Un’obbligazione. Un ETF. Un PAC. Parliamo di diversificazione, interesse composto, rischio e rendimento. Tutte cose importanti. Ma rischiamo di iniziare dalla fine della storia.

Perché un ragazzo di 19 anni può avere 500 euro sul conto corrente e passare ore a chiedersi come investirli. Nel frattempo possiede qualcosa che vale immensamente di più e a cui dedica molta meno attenzione: i prossimi cinque anni della propria vita.

Tempo.
Energia.
Attenzione.
Salute.
Capacità di imparare.
Possibilità di sperimentare.
Libertà di cambiare strada.
Accesso a persone, idee, università, esperienze.

Questo è il suo vero patrimonio iniziale. E ha una caratteristica straordinaria: non può essere conservato. L’ora che hai oggi non puoi metterla da parte e utilizzarla a quarant’anni. L’energia dei vent’anni non può essere depositata in banca.
La possibilità di imparare una lingua, vivere sei mesi all’estero, conoscere persone diverse, costruire una competenza difficile non rimane lì ad aspettarti indefinitamente. Quelle risorse devono essere trasformate. Ed è qui, secondo me, che dovrebbe iniziare l’educazione finanziaria.

Non dalla domanda:

“Dove investo i miei primi 1.000 euro?”

Ma da una domanda molto più grande:

“Come uso le risorse che possiedo oggi per produrre le risorse di cui avrò bisogno domani?”

Tempo può diventare conoscenza.

Conoscenza può diventare competenza.

Competenza può diventare opportunità.

Opportunità può diventare reddito.

Reddito può diventare risparmio.

Risparmio può diventare capitale finanziario.

E quel capitale finanziario, molti decenni più tardi, potrà sostenerci quando il nostro capitale umano non sarà più in grado di generare lo stesso reddito. Non è una metafora motivazionale. È economia.

Gary Becker costruì proprio su questa idea la moderna teoria del capitale umano: istruzione e formazione sono investimenti perché comportano costi oggi in cambio di una maggiore capacità produttiva e di maggiori redditi futuri. Jacob Mincer mostrò poi come istruzione ed esperienza contribuiscano a spiegare il profilo dei redditi lungo il ciclo di vita. 

Decenni di ricerca empirica hanno cercato di distinguere la semplice correlazione dall’effetto causale dell’istruzione. La conclusione generale è robusta: l’istruzione produce mediamente ritorni economici rilevanti, anche se naturalmente variano enormemente tra persone, paesi, campi di studio e qualità dell’istruzione. Una grande rassegna di 1.120 stime in 139 paesi trova un rendimento privato medio di circa il 9% per un anno aggiuntivo di istruzione. 

Ma il punto ancora più importante è che il capitale umano può “comporre”. Cunha e Heckman parlano di self-productivity e dynamic complementarity: le capacità sviluppate oggi facilitano l’acquisizione di altre capacità domani e possono aumentare il rendimento degli investimenti successivi. In termini semplici: imparare genera capacità di imparare. Una buona competenza acquisita oggi non produce soltanto un rendimento diretto; può rendere più produttive molte delle esperienze che verranno dopo. 

È una forma di interesse composto che comincia molto prima di aprire un conto titoli.

E non riguarda soltanto ciò che impariamo sui libri.

La salute stessa può essere pensata come uno stock di capitale. Nel modello classico di Michael Grossman investiamo tempo e risorse in salute perché la salute produce “tempo sano” nel futuro; è uno stock che tende a deprezzarsi con l’età e che può essere, almeno in parte, mantenuto attraverso investimenti. 

Poi ci sono le relazioni. Non le definirei semplicemente capitale umano: qui entriamo nel capitale sociale. Ma anche queste sono risorse che costruiamo oggi e che possono produrre opportunità domani. La ricerca sui network nel mercato del lavoro mostra che le reti sociali influenzano l’accesso alle informazioni, alle opportunità di lavoro e agli esiti occupazionali. 

E allora la scelta di come vivere gli anni dell’università cambia completamente significato.

Scegliere quale università.
Decidere quanto seriamente studiare.
Imparare bene l’inglese.
Acquisire competenze quantitative.
Fare un Erasmus.
Imparare a programmare.
Leggere qualcosa che non sarà mai chiesto a un esame.
Conoscere persone molto diverse da noi.
Fare sport.
Dormire.
Lavorare.
Provare qualcosa in cui potremmo fallire.

Non sono semplicemente “cose da fare durante l’università”. Sono decisioni di allocazione di risorse scarse. Ogni giorno stiamo trasformando tempo, energia e attenzione in qualcosa.

La questione è: in cosa?

E questo non significa che ogni ora debba essere “produttiva”.

Anche riposare, innamorarsi, viaggiare, giocare, coltivare amicizie e perdere tempo insieme agli altri produce risorse che possono avere un valore enorme nella vita futura.

L’economia non ci dice quale vita dobbiamo scegliere. Ci ricorda però una cosa fondamentale: esiste un costo opportunità. La stessa ora non può essere utilizzata due volte. E soprattutto ci ricorda che rendimento non significa soltanto denaro.

Possiamo investire oggi per produrre reddito futuro.
Ma anche salute futura.
Autonomia.
Relazioni.
Conoscenza.
Resilienza.
Libertà di scelta.

Forse allora dovremmo ripensare radicalmente il modo in cui insegniamo educazione finanziaria.

Un diciannovenne non è una persona povera con 500 euro da investire. È una persona che possiede un enorme stock di risorse, molte delle quali irripetibili, e deve imparare a trasformarle.

Prima di chiedergli quale ETF scegliere, dovremmo forse insegnargli a farsi due domande:

“Quali risorse possiedo oggi?”

“Quali risorse voglio aver costruito fra dieci o vent’anni?”

In mezzo a queste due domande c’è quasi tutta la sua vita economica. E probabilmente c’è anche il più importante investimento che farà mai.

Un nuovo semestre sta per iniziare

A voi studenti vorrei fare una domanda diversa da quelle che probabilmente vi state facendo. Non: “Quale lavoro mi darà uno stipendio alto?”, “Quale laurea mi garantirà un posto sicuro?” o “Quali lavori sopravvivranno all’intelligenza artificiale?”. La domanda è più difficile: che tipo di vita volete vivere? È una domanda antica. Socrate sosteneva che una vita non esaminata non fosse una vita degna di essere vissuta. Molti secoli dopo Robert Nozick tornò su quella stessa idea in The Examined Life: interrogarsi seriamente su ciò che rende una vita buona, significativa e autentica. Mi sembra una domanda particolarmente importante per chi oggi ha diciannove o vent’anni.

State entrando nell’età adulta in un momento molto particolare. Intelligenza artificiale, robotica, invecchiamento della popolazione, riduzione della natalità, migrazioni e trasformazione del lavoro modificheranno profondamente il contesto nel quale prenderete le vostre decisioni. Non sappiamo esattamente come sarà il mondo nel quale lavorerete fra vent’anni, ma sappiamo che sarà diverso da quello nel quale sono entrati i vostri genitori e probabilmente molto diverso da quello che molti adulti continuano a descrivervi. Questo crea paura, e la paura produce una tentazione comprensibile: cercare una ricetta. Dimmi quale facoltà scegliere, quale esame fare, quale competenza imparare, quale professione sarà sicura, cosa devo fare per avere successo. Il problema è che forse la ricetta non esiste più.

Qui entra un’idea che trovo affascinante: quella dei “meme”. Prima che la parola indicasse immagini divertenti su Internet, Richard Dawkins la utilizzò per descrivere idee che si trasmettono da una mente all’altra. Le idee circolano, vengono imitate, competono, si modificano. Alcune scompaiono, altre diventano così diffuse che smettiamo persino di accorgerci che sono idee e iniziamo a considerarle semplicemente “la realtà”. “Devi trovare un posto fisso.” “Se ti laurei sei a posto.” “Un bravo studente prende voti alti.” “Una professione prestigiosa rende una persona di successo.” “Bisogna scegliere a vent’anni cosa fare per tutta la vita.” “Se lavori abbastanza, il futuro assomiglierà al passato.” Quante di queste idee avete realmente esaminato e quante le avete semplicemente ricevute dalla famiglia, dagli amici, dai social, dai professori o dalla generazione precedente?

Questo, per me, è uno dei compiti più importanti dell’università. Non riempirvi la testa di informazioni, ma insegnarvi a esaminare ciò che avete già dentro la testa. Perché credo questa cosa? Quali prove ho? Chi me l’ha insegnata? Era vera vent’anni fa? È ancora vera oggi? E soprattutto: voglio davvero costruire la mia vita intorno a questa idea? Una buona formazione universitaria dovrebbe rendervi meno dipendenti dalle risposte ricevute dagli altri e più capaci di formulare domande migliori.

L’arrivo dell’intelligenza artificiale rende tutto questo ancora più urgente. Per secoli una parte importante del valore economico delle persone è derivata dal possedere informazioni e dal saper eseguire compiti cognitivi relativamente complessi: leggere, riassumere, tradurre, calcolare, scrivere, programmare, analizzare documenti, preparare presentazioni. Oggi una macchina può già fare una parte crescente di queste cose. Tra dieci anni non sappiamo esattamente dove sarà il confine. Proprio per questo sarebbe un errore enorme trascorrere l’università cercando soltanto di diventare molto efficienti nell’eseguire compiti che una macchina potrebbe presto svolgere meglio, più velocemente e a un costo inferiore.

La questione diventa allora più profonda. Quando alcune forme di intelligenza diventeranno abbondanti e relativamente economiche, che cosa avrà davvero valore? Forse sapere quali domande vale la pena porre. Forse distinguere ciò che è importante da ciò che è semplicemente urgente. Forse comprendere gli incentivi delle persone, creare fiducia, collaborare, assumersi responsabilità, esercitare giudizio, riconoscere l’incertezza e prendere decisioni senza nascondersi dietro una procedura. Forse sarà sempre più importante non soltanto sapere come ottenere qualcosa, ma capire se quella cosa vale la pena di essere ottenuta.

Ed è qui che economia e filosofia si incontrano. L’economia studia le scelte, ma prima delle scelte ci sono le preferenze, e prima ancora c’è una domanda che raramente compare nei nostri modelli: da dove vengono le cose che desideriamo? Le abbiamo scelte o le abbiamo imitate? Sono davvero importanti per noi oppure stiamo partecipando a una gigantesca competizione per ottenere ciò che qualcun altro ci ha insegnato a desiderare? Lavoro, denaro, status, follower, titoli, carriera, consumo: niente di tutto questo è necessariamente sbagliato. Ma una examined life richiede almeno di chiedersi perché lo vogliamo e quale prezzo siamo disposti a pagare per ottenerlo.

Questo è anche il motivo per cui essere studenti passivi oggi è particolarmente pericoloso. Aspettare le slide, studiare tre giorni prima dell’esame, imparare quello che serve per prendere un buon voto, dimenticarlo poco dopo e attendere che qualcun altro indichi il passo successivo è un modello di apprendimento fragile. Poteva forse essere compatibile con un mondo relativamente stabile, nel quale una buona parte delle competenze acquisite a vent’anni rimaneva utile per decenni. Nel mondo verso cui stiamo andando potrebbe diventare una strategia molto costosa. Dovrete imparare continuamente, cambiare strumenti, forse cambiare lavoro molte volte e probabilmente reinventare parti della vostra identità professionale. Dovrete collaborare con sistemi di intelligenza artificiale che oggi non esistono e prendere decisioni in presenza di tecnologie, istituzioni e problemi che nessun professore può insegnarvi completamente in anticipo.

Per questo il vostro vero obiettivo all’università non dovrebbe essere prepararvi soltanto per il primo lavoro. Dovrebbe essere prepararvi per il quinto, e forse per un lavoro che oggi non ha ancora un nome. Ma c’è qualcosa di ancora più importante: non preparatevi soltanto a essere utili al mercato del lavoro. Sarebbe una visione terribilmente povera dell’università. Preparatevi a essere persone capaci di decidere che cosa vale la pena fare quando il mondo vi offrirà possibilità che oggi non riusciamo nemmeno a immaginare.

Usate l’intelligenza artificiale. Imparate come funziona. Diventate molto bravi a lavorare con essa. Ma non consegnatele il compito più importante: decidere chi volete diventare. Il rischio più grande del futuro potrebbe non essere che le macchine pensino al posto nostro. Potrebbe essere che noi smettiamo di chiederci per che cosa vale la pena pensare. Forse questo è il senso più profondo di una vita esaminata: non avere tutte le risposte, ma rifiutarsi di vivere usando soltanto quelle ricevute dagli altri.

Pensare per sistemi

Molti problemi che incontriamo nella vita personale, nelle organizzazioni e nella società sembrano resistere a ogni soluzione. Cambiamo persone, introduciamo nuove regole, aumentiamo risorse, correggiamo procedure, ma dopo qualche tempo il problema riappare, magari sotto una forma leggermente diversa. Il motivo, spesso, è che stiamo guardando il problema nel modo sbagliato.

Il pensiero sistemico, reso accessibile da Donella H. Meadows in Thinking in Systems, parte da un’intuizione semplice ma profonda: il comportamento di un sistema dipende in larga misura dalla sua struttura. Non basta osservare gli eventi. Bisogna capire quali relazioni, incentivi, informazioni, ritardi e obiettivi producono quegli eventi nel tempo.

Un sistema non è solo un insieme di parti. È un insieme di elementi interconnessi che, insieme, producono un comportamento. Una scuola, un’università, un mercato, una famiglia, un ecosistema, un dipartimento, una carriera scientifica: tutti questi sono sistemi. In ciascuno ci sono elementi visibili, come persone, edifici, risorse e strumenti; ma ci sono anche connessioni meno visibili, come regole, aspettative, informazioni, incentivi e culture condivise. Ed è spesso lì, nelle connessioni invisibili, che si trova la vera spiegazione del comportamento del sistema.

Un errore frequente è concentrarsi sugli elementi. Se un’organizzazione funziona male, cambiamo il dirigente. Se una politica pubblica fallisce, cerchiamo il responsabile. Se un team non produce risultati, sostituiamo alcune persone. A volte è necessario. Ma se le regole del gioco restano le stesse, il nuovo attore finirà spesso per produrre gli stessi risultati del precedente. È come cambiare i giocatori senza cambiare il gioco.

Meadows invita invece a guardare tre cose: gli elementi, le interconnessioni e lo scopo del sistema. Tra queste, lo scopo è spesso il più potente. Non lo scopo dichiarato, ma quello reale, dedotto dal comportamento. Un’università può dichiarare di voler promuovere conoscenza e apprendimento; ma se premia quasi esclusivamente pubblicazioni, ranking e fondi ottenuti, il sistema tenderà a produrre pubblicazioni, ranking e fondi. Non necessariamente migliore apprendimento. Questo vale ovunque. I sistemi producono ciò che sono organizzati per produrre, non ciò che dicono di voler produrre.

Un altro concetto fondamentale è la distinzione tra stock e flussi. Uno stock è qualcosa che si accumula nel tempo: denaro, reputazione, fiducia, conoscenza, salute, capitale umano, inquinamento, competenze. Un flusso è ciò che aumenta o diminuisce quello stock: entrate e uscite, assunzioni e dimissioni, apprendimento e oblio, emissioni e assorbimento.

Questa distinzione è utile perché ci ricorda che molti fenomeni non cambiano subito. La reputazione richiede anni per essere costruita. La fiducia cresce lentamente e può crollare rapidamente. Le competenze si accumulano con pratica e tempo. L’inquinamento può continuare a produrre effetti molto dopo che abbiamo ridotto le emissioni.

I sistemi hanno memoria. Per questo, quando interveniamo su un sistema, dobbiamo considerare i ritardi. Una riforma educativa può richiedere anni prima di mostrare effetti. Un cambiamento culturale in un’organizzazione può richiedere molto più tempo di una modifica formale dell’organigramma. Una politica ambientale può essere corretta ma sembrare inefficace nel breve periodo perché agisce su stock molto lenti. Se ignoriamo i ritardi, rischiamo due errori opposti: abbandonare troppo presto una buona soluzione, oppure continuare troppo a lungo con una soluzione sbagliata.

Il cuore del pensiero sistemico è però il feedback. Un feedback è un circuito di retroazione: il risultato di un’azione torna indietro e influenza le azioni successive. Alcuni feedback stabilizzano il sistema. Sono feedback bilancianti. Per esempio, un termostato misura la temperatura e accende o spegne il riscaldamento per mantenere un livello desiderato. Altri feedback amplificano il cambiamento. Sono feedback rinforzanti. Più reputazione ottengo, più opportunità ricevo; più opportunità ricevo, più risultati produco; più risultati produco, più reputazione ottengo. Questo può generare circoli virtuosi. Ma lo stesso meccanismo può produrre circoli viziosi: meno risorse ho, meno opportunità posso cogliere; meno opportunità colgo, meno risorse avrò in futuro. Molte disuguaglianze, personali e sociali, funzionano così.

Il pensiero sistemico ci aiuta anche a riconoscere alcune trappole ricorrenti. Una è la “tragedia dei beni comuni”: ciascun attore trae beneficio dall’uso di una risorsa condivisa, mentre il costo del degrado è distribuito su tutti. È il caso della pesca eccessiva, dell’inquinamento atmosferico, del consumo di suolo, ma anche di risorse organizzative come tempo, attenzione e fiducia.

Un’altra trappola è lo “spostare il peso sull’interventore”: si introduce una soluzione rapida che allevia il sintomo, ma indebolisce la capacità del sistema di risolvere il problema alla radice. Un’organizzazione può affidarsi sempre a consulenti esterni senza sviluppare competenze interne. Una persona può usare stimolanti per compensare la mancanza di riposo. Un governo può sostenere indefinitamente un settore senza affrontarne le inefficienze strutturali. La soluzione immediata diventa dipendenza.

Un’altra trappola ancora è “cercare l’obiettivo sbagliato”. I sistemi sono molto bravi a produrre ciò che viene misurato e premiato. Se misuriamo la qualità della ricerca solo con il numero di pubblicazioni, otterremo più pubblicazioni. Se misuriamo la qualità della sanità solo con il numero di prestazioni, otterremo più prestazioni. Se misuriamo la qualità dell’istruzione solo con test standardizzati, otterremo preparazione ai test. Ma più output non significa necessariamente più valore.

Da qui deriva una lezione cruciale: gli indicatori non sono neutrali. Cambiano il comportamento delle persone. Possono illuminare ciò che conta, oppure deformarlo.

Dove intervenire, allora? Meadows propone una gerarchia di “punti di leva”. Gli interventi più superficiali riguardano i parametri: tasse, sussidi, budget, numeri, soglie. Sono importanti, ma raramente trasformano il sistema. Interventi più profondi riguardano i flussi di informazione, le regole, gli incentivi, la capacità del sistema di auto-organizzarsi, gli obiettivi e, al livello più profondo, i paradigmi: le idee fondamentali attraverso cui interpretiamo il mondo. Cambiare un numero può modificare un risultato. Cambiare una regola può modificare un comportamento. Cambiare un obiettivo può modificare un sistema. Cambiare un paradigma può modificare ciò che riteniamo possibile.

Il pensiero sistemico non promette controllo totale. Anzi, insegna umiltà. I sistemi complessi non si governano come macchine semplici. Si osservano, si ascoltano, si comprendono progressivamente. Bisogna imparare dai feedback, accettare l’incertezza, evitare soluzioni troppo rapide e chiedersi sempre quali conseguenze indirette stiamo producendo.

Questa prospettiva è utile in economia, nella politica pubblica, nella gestione delle organizzazioni, nell’università, nell’ambiente e nella vita personale. Ci invita a smettere di cercare soltanto colpevoli e a iniziare a cercare strutture. Ci spinge a non confondere sintomi e cause. Ci ricorda che i problemi più difficili non si risolvono spingendo più forte nello stesso punto, ma cambiando il modo in cui il sistema è organizzato.

In definitiva, pensare per sistemi significa porsi domande migliori. Non solo: “Che cosa è successo?”
Ma: “Quale schema si ripete?” Non solo: “Chi ha sbagliato?”
Ma: “Quali incentivi hanno reso probabile questo comportamento?” Non solo: “Quale soluzione rapida possiamo applicare?” Ma: “Quale struttura dobbiamo cambiare perché il problema non continui a riprodursi?” E soprattutto: “Qual è lo scopo reale del sistema che abbiamo costruito?”

Perché ogni sistema, prima o poi, rivela la verità non attraverso ciò che dichiara, ma attraverso ciò che produce.

Quando il gioco si fa duro

Viviamo in un Paese in cui lamentarsi è diventato quasi un linguaggio comune. Ci lamentiamo degli stipendi bassi, degli affitti alti, della burocrazia, delle istituzioni lente, del mercato del lavoro bloccato, del merito che non viene sempre riconosciuto, delle opportunità che sembrano esistere solo altrove. E diciamolo subito: molte di queste lamentele sono fondate. L’Italia ha problemi reali. Il costo della vita pesa, i salari faticano, l’ascensore sociale funziona male, la transizione tra studio e lavoro è spesso complicata, e non tutti partono dallo stesso punto. Negarlo sarebbe ingenuo. Ma c’è una differenza enorme tra riconoscere un problema e consegnargli la propria vita. Una cosa è dire: “Il contesto è difficile”. Un’altra è dire: “Allora non vale la pena impegnarsi”. La prima frase è lucidità. La seconda è rinuncia.

Ed è qui che, soprattutto tra i giovani, nasce il rischio più grande: trasformare la critica in immobilismo. “Tanto non cambia niente.” “Tanto vanno avanti sempre gli stessi.” “Tanto studiare non serve.” “Tanto le opportunità non ci sono.” “Tanto il sistema è truccato.” A volte il sistema è davvero ingiusto. A volte le regole sembrano scritte male. A volte le opportunità sono distribuite in modo diseguale. Ma se questa diventa tutta la nostra storia, finiamo per abitare una prigione costruita anche con le nostre parole.

Per spiegare cosa intendo, permettetemi una storia. C’era una volta, a Londra, un mercante pieno di debiti. Il suo creditore, un vecchio usuraio, si invaghì della giovane figlia del mercante e propose un patto crudele: avrebbe cancellato il debito se lei avesse accettato di sposarlo. Di fronte al rifiuto, l’usuraio finse di affidarsi alla sorte. Avrebbe messo in una borsa due sassolini, uno bianco e uno nero. Se la ragazza avesse estratto il bianco, sarebbe rimasta libera e il debito sarebbe stato cancellato. Se avesse estratto il nero, avrebbe dovuto sposarlo. Se avesse rifiutato di partecipare, il padre sarebbe finito in prigione.

Il giorno dell’estrazione, su un vialetto di ghiaia, la ragazza vide l’usuraio chinarsi e infilare nella borsa due sassolini neri. Il gioco era truccato. A quel punto avrebbe potuto gridare, accusarlo, rifiutarsi. E avrebbe avuto ragione. Ma probabilmente avrebbe perso. Allora fece qualcosa di diverso: estrasse un sassolino e, senza guardarlo, lo lasciò cadere tra gli altri sul vialetto. “Oh, che sbadata!”, disse. “Ma basta guardare il sassolino rimasto nella borsa per capire quale fosse quello che ho preso.” Nella borsa c’era un sassolino nero. Dunque quello caduto doveva essere bianco. La ragazza era libera.

Questa storia, resa celebre da Edward De Bono per spiegare il pensiero laterale, non parla di fortuna. Parla di intelligenza davanti a un sistema ingiusto. La ragazza non nega che il gioco sia truccato. Lo vede meglio degli altri. Ma non si ferma lì. Non trasforma l’ingiustizia in resa. Cerca uno spazio di azione dentro il vincolo.

Ecco il punto per noi. L’Italia non è l’usuraio, naturalmente. Ma molti giovani guardano il contesto economico e istituzionale italiano come quella borsa: piena di sassolini neri. E in parte li capisco. Però l’istruzione serve proprio a questo: non a fingere che i problemi non esistano, ma ad aumentare lo spazio di ciò che dipende da noi. Studiare non garantisce il successo. Sarebbe una bugia. Ma non studiare, non prepararsi, non imparare una lingua, non saper scrivere bene, non capire i dati, non conoscere le istituzioni, non cercare borse di studio, Erasmus, tirocini, concorsi, bandi, seminari, contatti e occasioni, rende quasi certo l’opposto: avere meno alternative.

Il talento conta. La fortuna conta. La famiglia di partenza conta moltissimo. Ma l’impegno resta ciò che trasforma una possibilità generica in una traiettoria personale. In Italia esistono vincoli veri. Ma esistono anche opportunità che spesso non vengono cercate, non vengono capite, non vengono sfruttate. Perché richiedono fatica. Perché richiedono informazioni. Perché richiedono pazienza. Perché richiedono metodo. Perché richiedono di esporsi al rischio di fallire. Ed è più facile dire: “Non serve a niente.” Ma questa frase, più che descrivere il Paese, spesso finisce per descrivere la nostra rinuncia.

La soluzione non è aderire alla retorica ingenua del “se vuoi, puoi”. Non è vero. Non tutti partono dallo stesso punto e non tutti hanno gli stessi strumenti. Ma è falsa anche la retorica opposta: “se il sistema è difficile, allora impegnarsi non serve”. La verità è più seria: non tutto dipende da noi, ma qualcosa sì. E quel qualcosa va difeso. Va difeso studiando, informandosi, candidandosi, chiedendo aiuto, partecipando, imparando a usare le opportunità disponibili, anche quando sono imperfette.

Un Paese serio deve investire di più in scuola, università, ricerca, lavoro dignitoso e mobilità sociale. Le istituzioni devono fare la loro parte, e vanno criticate quando non la fanno. Ma studenti, giovani e cittadini devono fare la propria. Perché criticare il sistema è necessario. Usarlo come alibi è pericoloso.

Alla fine il vialetto di ghiaia ci sarà sempre: crisi economiche, burocrazia, salari bassi, istituzioni lente, occasioni mancate. Non possiamo controllare ogni sassolino. Possiamo però scegliere se considerarli tutti neri. Oppure prepararci abbastanza da trovare, anche dentro un contesto difficile, uno spazio di libertà.

La fiera del ridicolo

Ieri sono andato alla fiera della scienza organizzata nella scuola elementare di Zoe. Sulla carta, una bellissima idea: avvicinare bambini e bambine alla scienza, stimolare curiosità, farli sperimentare, portare le STEM nella scuola primaria. In un Paese che ha pochi figli, pochi laureati e competenze scolastiche in calo, iniziative del genere dovrebbero essere centrali.

Poi ci vai. E ti prende una tristezza profonda.Non perché l’idea sia sbagliata. Al contrario: è sacrosanta. Il problema è che quello che ho visto era l’ennesima rappresentazione simbolica dell’innovazione, più che innovazione vera. Una fiera della scienza quasi senza scienza.

C’erano educatori probabilmente volenterosi, ma lasciati soli. Persone mandate nelle scuole da qualche fondazione, cooperativa o ente intermedio con compensi bassi, poca formazione, scarso supporto e materiali insufficienti. A loro si chiede di “fare STEM” con bambini piccoli, classi difficili, famiglie distratte e strumenti quasi inesistenti. Quando il risultato è mediocre, però, è facile prendersela con loro. 

Una fiera della scienza ti aspetti dovrebbe essere un insieme di circuiti, fili elettrici, batterie, sensori, lenti, microscopi, ingranaggi, magneti, piccoli robot, software, dati. Dovrebbe far capire ai bambini che la scienza non è decorazione, ma metodo. Non è lavoretto, ma scoperta, è osservare un fenomeno, formulare un’ipotesi, fare una prova, sbagliare, correggere, misurare.

Invece ho visto soprattutto bricolage povero. Due rotoli di carta igienica finiti, tre tappi di plastica, un po’ di colla, qualche pennarello. Cose da scuola materna o da missione umanitaria in un paese del terzo mondo. Invece via alle celebrazioni e agli applausi: abbiamo fatto creatività, abbiamo fatto scienza, abbiamo fatto innovazione.

O meglio: abbiamo fatto STEAM. Ecco, l’immancabile STEAM: STEM più la A di arte. In teoria, nulla da obiettare. Il rapporto tra scienza, arte, design e creatività è importante. Il problema nasce quando la A non arricchisce la scienza, ma la sostituisce. Quando diventa un modo elegante per evitare matematica, tecnologia, esperimento, precisione, fatica cognitiva. Quando una fiera della scienza si trasforma in una fiera del lavoretto. A quel punto non stiamo integrando i saperi. Stiamo annacquando tutto a beneficio della maestra Concetta (nome ipotetico ma stranamente molto diffuso alle primarie) che non era brava in matematica e per questa ha fatto “scienze” dell’educazione.

Poi c’è la retorica. L’iniziativa viene presentata dal solito Tavecchio delle STEM, quello che sale sul palco e, con aria illuminata, spiega che è stato dato spazio anche alle bambine perché le STEM non sono solo per i maschi. Grazie al c.zzo. Davvero. Siamo commossi.

Il punto non è “dare spazio anche alle bambine”, come se fossero ospiti tollerate in un territorio maschile. Il punto è costruire un ambiente in cui bambine e bambini facciano scienza sul serio. In cui una bambina possa montare un circuito, programmare un sensore, smontare un oggetto, misurare una reazione, capire perché qualcosa funziona o non funziona. Non essere celebrata simbolicamente mentre incolla tappi di plastica (rosa) su un cartone (viola). La parità non si ottiene abbassando il livello e aggiungendo una frase inclusiva nella presentazione. Si ottiene dando accesso reale agli strumenti, alle competenze, al linguaggio e alla pratica della scienza.

Ieri, invece, ho visto anche altro: bambini spesso maleducati, poco abituati all’ascolto, alla concentrazione, al rispetto di chi prova a spiegare. E famiglie largamente disinteressate, presenti fisicamente ma assenti culturalmente. Genitori che guardano il telefono, chiacchierano, sorridono perché “che carini i bambini”, ma senza chiedersi se quell’esperienza stia davvero insegnando qualcosa.

Non è moralismo. È capitale umano. Se ogni attività scolastica è considerata buona purché sia “simpatica”, “creativa”, “inclusiva” e “partecipata”, allora il problema è enorme. Perché inclusione senza qualità è solo gestione gentile del declino. E creatività senza competenze è intrattenimento.

Il pezzo di Francesco Billari sul Corriere (qui allegato) dice una cosa semplice e durissima: l’Italia è un Paese sempre più vecchio e sempre più ignorante. Abbiamo pochi figli, pochi laureati, competenze in calo e disuguaglianze territoriali e sociali persistenti. In una situazione demografica di questo tipo, ogni bambino conta di più. Ogni ora di scuola pesa di più. Ogni occasione educativa sprecata è più grave.

Altri Paesi con problemi demografici simili ai nostri stanno investendo sui giovani. Noi spesso ci accontentiamo della messinscena: il progetto, il bando, la fondazione, la foto, il laboratorio, la parola inglese, la retorica dell’innovazione. Ma sotto resta poco. Pochi strumenti. Poca preparazione. Poco rigore. Poca ambizione.

E soprattutto una grande paura di dire che non tutto va bene. Che un progetto può essere lodevole nelle intenzioni e pessimo nella realizzazione. Che non basta portare “le STEM” a scuola se poi non c’è scienza. Che non basta parlare di bambine se poi non si danno loro strumenti veri. Che non basta dire STEAM se poi l’unica cosa che resta è un lavoretto da portare a casa.

La scuola italiana non ha bisogno di altre scenografie educative. Ha bisogno di sostanza. Ha bisogno di insegnanti ed educatori pagati meglio, selezionati meglio, formati meglio e sostenuti meglio. Ha bisogno di laboratori veri, non simbolici. Ha bisogno di più tempo scolastico di qualità. Ha bisogno di un curricolo meno frammentato e più solido. Ha bisogno di portare tutti, davvero tutti, più vicino alla soglia dell’università. Ha bisogno di dare ai bambini il gusto della difficoltà, non solo il conforto dell’espressione libera.

Perché la scienza è anche fatica. È attenzione. È precisione. È disciplina. È fallimento. È il momento in cui qualcosa non funziona e devi capire perché. È il contrario del “bravo, bellissimo” detto automaticamente davanti a un oggetto senza senso costruito con materiale di recupero.

Qualcuno dirà: meglio questo che niente. Non sono d’accordo. “Meglio questo che niente” è diventata la formula con cui giustifichiamo tutto: scuole senza strumenti, progetti senza qualità, educatori sottopagati, famiglie assenti, bambini non guidati, retorica al posto del contenuto. Ma quando un Paese è già in declino demografico e cognitivo, il “meglio che niente” non basta più. Diventa parte del problema.

Una fiera della scienza dovrebbe lasciare nei bambini una domanda nuova, non un oggetto da buttare. Dovrebbe far vedere che il mondo si può capire, misurare, trasformare. Dovrebbe far intuire che dietro una luce che si accende c’è un circuito, dietro un ponte che regge c’è una struttura, dietro un’app c’è codice, dietro un esperimento c’è un metodo.

Ieri ho visto buone intenzioni, retorica, povertà materiale e culturale. Ho visto adulti che si accontentano troppo facilmente. Ho visto bambini a cui non stiamo chiedendo abbastanza. Ho visto una scuola che vorrebbe parlare il linguaggio del futuro, ma spesso non ha nemmeno gli strumenti minimi del presente.

E questa è la cosa più triste: non la singola fiera riuscita male, ma il fatto che sembri normale. Non lo è. Ripeto: non lo è!

Se vogliamo davvero investire sui giovani, dobbiamo smettere di confondere l’innovazione con la sua rappresentazione. Dobbiamo pretendere più scienza nelle fiere della scienza, più tecnologia nei laboratori di tecnologia, più matematica quando parliamo di competenze, più serietà quando diciamo inclusione. Altrimenti continueremo a raccontarci che stiamo preparando i bambini al futuro, mentre li intratteniamo con due rotoli di carta igienica e tre tappi di plastica.