Microfondamenti del Piagnisteo

C’è stato un tempo, non troppo lontano, in cui lo studente universitario entrava in aula con tre cose: un quaderno, una penna e il vago sospetto che forse, dico forse, il mondo non fosse stato progettato per validare ogni sua emozione in tempo reale.

Poi è arrivata la generazione del “prof, ma questo è all’esame?”, del “prof, può mettere le slide prima, durante e dopo, possibilmente già sottolineate?”, del “prof, non ho capito la domanda perché mi ha messo ansia il punto interrogativo”.

Un tempo gli studenti chiedevano spiegazioni. Oggi chiedono ammortizzatori emotivi.

Sia chiaro: non sto dicendo che gli studenti di oggi siano peggiori. Sarebbe troppo semplice. Sto dicendo che molti di loro sembrano usciti da un laboratorio sperimentale in cui qualcuno ha incrociato un consumatore insoddisfatto, un influencer motivazionale e un criceto con accesso illimitato a TikTok.

Il risultato è affascinante, almeno dal punto di vista scientifico.

La nuova specie, Homo Normiensis Fragilis, presenta alcune caratteristiche ricorrenti:

  1. Confondere il disagio con l’ingiustizia.
    “Ho trovato difficile l’esame” diventa “l’esame era ingiusto”.
    Traduzione economica: se il prezzo supera la disponibilità a pagare, la colpa è del mercato.
  2. Scambiare l’università per un servizio clienti.
    “Prof, ho studiato tanto” viene offerto come argomento di ricorso.
    Anche io ho annaffiato una pianta grassa per mesi. È morta lo stesso. L’impegno è una condizione simpatica, non una prova di competenza.
  3. Credere che ogni valutazione sia un trauma.
    Il voto non è un giudizio sulla tua anima immortale. È una stima rumorosa, imperfetta e burocraticamente necessaria della tua performance in un compito specifico.
    In altre parole: prendi 24, non ricevi una diagnosi.
  4. Pensare che “non mi sento pronto” sia un’informazione rilevante.
    Nessuno si sente pronto. Neanche il chirurgo al primo intervento, il pilota al primo atterraggio o il professore alla prima riunione di dipartimento con ordine del giorno di 17 punti.
    La civiltà avanza perché a un certo punto qualcuno, pur non sentendosi pronto, fa comunque la cosa.

Il problema non è la fragilità. La fragilità è umana, interessante, spesso persino produttiva. Il problema è la trasformazione della fragilità in identità politica, amministrativa e didattica.

Non “ho una difficoltà”.
Ma “la mia difficoltà deve riorganizzare il mondo”.

Non “devo imparare a gestire la frustrazione”.
Ma “la frustrazione è un fallimento del sistema”.

Non “ho sbagliato”.
Ma “la consegna non era abbastanza inclusiva nei confronti della mia interpretazione creativa della non preparazione”.

E così l’università rischia di diventare un parco giochi imbottito, dove ogni spigolo viene coperto, ogni ostacolo viene ridotto, ogni richiesta viene preceduta da un trigger warning: attenzione, nelle prossime settimane potrebbe verificarsi apprendimento.

Naturalmente, la colpa non è solo degli studenti. Sarebbe ingeneroso e, peggio, empiricamente debole.

Noi adulti abbiamo contribuito con entusiasmo. Abbiamo trasformato ogni inciampo in emergenza, ogni brutto voto in caso di studio, ogni conflitto in procedura. Abbiamo detto loro per anni che erano speciali, unici, luminosi, irripetibili. Poi li abbiamo messi in un’aula con altri 179 esseri speciali, unici, luminosi e irripetibili, e abbiamo preteso che accettassero una distribuzione normale.

La distribuzione normale, diciamolo, è il vero trauma generazionale.

Perché in una distribuzione normale qualcuno sta al centro. Qualcuno sta sopra. Qualcuno sta sotto. E no, non tutti possono essere “eccellenti”, per lo stesso motivo per cui non tutti possono essere più alti della media.

L’economia, in questo senso, è una disciplina crudele ma terapeutica.

Ti insegna che le risorse sono scarse.
Anche l’attenzione del professore.
Anche il tempo per correggere email scritte alle 23:47 con oggetto “URGENTE” e contenuto “prof ma quindi domani c’è lezione?”

Ti insegna che esistono trade-off.
Vuoi più flessibilità? Avrai meno struttura.
Vuoi meno studio? Avrai meno risultati.
Vuoi essere trattato da adulto? Magnifico. Cominciamo dal fatto che gli adulti leggono il syllabus.

Ti insegna che gli incentivi contano.
Se premiamo ogni lamento, avremo più lamenti.
Se trasformiamo ogni scusa in accomodamento, avremo più scuse.
Se rendiamo impossibile fallire, rendiamo anche impossibile distinguere chi ha imparato da chi ha solo presenziato emotivamente.

E soprattutto, l’economia insegna una cosa che oggi sembra quasi sovversiva: le preferenze individuali non sono automaticamente diritti collettivi.

Il fatto che tu preferisca un esame più facile non implica che l’esame debba diventare più facile.
Il fatto che tu preferisca non leggere 40 pagine non implica che 40 pagine siano oppressione testuale.
Il fatto che tu preferisca ricevere tutto in formato slide, video, podcast, riassunto, schema, quiz interattivo e carezza digitale non implica che l’università debba trasformarsi in Netflix con i CFU.

Studiare è scomodo.
Pensare è faticoso.
Essere valutati è spiacevole.
Scoprire di non essere automaticamente brillanti è una delle più grandi opportunità formative che l’università possa offrire.

Il punto non è umiliare gli studenti. Al contrario. Il punto è prenderli abbastanza sul serio da non trattarli come porcellane emotive da scaffale.

Uno studente non è fragile perché riceve una critica.
Diventa fragile se nessuno gliela fa mai.

Non cresce quando tutto viene adattato alla sua ansia.
Cresce quando scopre che può sopravvivere all’ansia.

Non diventa libero quando ogni ostacolo viene rimosso.
Diventa libero quando impara a scalarne qualcuno senza compilare prima un modulo di segnalazione.

Quindi, cari studenti normie sempre più frignoni, una buona notizia: non siete rotti. Siete solo poco allenati alla realtà.

E la realtà, per quanto antipatica, ha un vantaggio competitivo notevole: non legge le vostre email di reclamo.

Per questo esiste l’università.

Non per confermare che siete già meravigliosi.
Non per trasformare ogni vostra preferenza in policy.
Non per convincervi che il mondo là fuori sarà comprensivo, morbido e asincrono.

Ma per offrirvi, in un ambiente ancora relativamente civile, una piccola anteprima del fatto che esistono standard, vincoli, conseguenze e persone che vi diranno: no, questo non basta.

Che, detto bene, è forse una delle frasi più educative rimaste.

No, questo non basta.

Non è cattiveria.
È pedagogia con un minimo di spina dorsale.

Quando il gioco si fa duro

Viviamo in un Paese in cui lamentarsi è diventato quasi un linguaggio comune. Ci lamentiamo degli stipendi bassi, degli affitti alti, della burocrazia, delle istituzioni lente, del mercato del lavoro bloccato, del merito che non viene sempre riconosciuto, delle opportunità che sembrano esistere solo altrove. E diciamolo subito: molte di queste lamentele sono fondate. L’Italia ha problemi reali. Il costo della vita pesa, i salari faticano, l’ascensore sociale funziona male, la transizione tra studio e lavoro è spesso complicata, e non tutti partono dallo stesso punto. Negarlo sarebbe ingenuo. Ma c’è una differenza enorme tra riconoscere un problema e consegnargli la propria vita. Una cosa è dire: “Il contesto è difficile”. Un’altra è dire: “Allora non vale la pena impegnarsi”. La prima frase è lucidità. La seconda è rinuncia.

Ed è qui che, soprattutto tra i giovani, nasce il rischio più grande: trasformare la critica in immobilismo. “Tanto non cambia niente.” “Tanto vanno avanti sempre gli stessi.” “Tanto studiare non serve.” “Tanto le opportunità non ci sono.” “Tanto il sistema è truccato.” A volte il sistema è davvero ingiusto. A volte le regole sembrano scritte male. A volte le opportunità sono distribuite in modo diseguale. Ma se questa diventa tutta la nostra storia, finiamo per abitare una prigione costruita anche con le nostre parole.

Per spiegare cosa intendo, permettetemi una storia. C’era una volta, a Londra, un mercante pieno di debiti. Il suo creditore, un vecchio usuraio, si invaghì della giovane figlia del mercante e propose un patto crudele: avrebbe cancellato il debito se lei avesse accettato di sposarlo. Di fronte al rifiuto, l’usuraio finse di affidarsi alla sorte. Avrebbe messo in una borsa due sassolini, uno bianco e uno nero. Se la ragazza avesse estratto il bianco, sarebbe rimasta libera e il debito sarebbe stato cancellato. Se avesse estratto il nero, avrebbe dovuto sposarlo. Se avesse rifiutato di partecipare, il padre sarebbe finito in prigione.

Il giorno dell’estrazione, su un vialetto di ghiaia, la ragazza vide l’usuraio chinarsi e infilare nella borsa due sassolini neri. Il gioco era truccato. A quel punto avrebbe potuto gridare, accusarlo, rifiutarsi. E avrebbe avuto ragione. Ma probabilmente avrebbe perso. Allora fece qualcosa di diverso: estrasse un sassolino e, senza guardarlo, lo lasciò cadere tra gli altri sul vialetto. “Oh, che sbadata!”, disse. “Ma basta guardare il sassolino rimasto nella borsa per capire quale fosse quello che ho preso.” Nella borsa c’era un sassolino nero. Dunque quello caduto doveva essere bianco. La ragazza era libera.

Questa storia, resa celebre da Edward De Bono per spiegare il pensiero laterale, non parla di fortuna. Parla di intelligenza davanti a un sistema ingiusto. La ragazza non nega che il gioco sia truccato. Lo vede meglio degli altri. Ma non si ferma lì. Non trasforma l’ingiustizia in resa. Cerca uno spazio di azione dentro il vincolo.

Ecco il punto per noi. L’Italia non è l’usuraio, naturalmente. Ma molti giovani guardano il contesto economico e istituzionale italiano come quella borsa: piena di sassolini neri. E in parte li capisco. Però l’istruzione serve proprio a questo: non a fingere che i problemi non esistano, ma ad aumentare lo spazio di ciò che dipende da noi. Studiare non garantisce il successo. Sarebbe una bugia. Ma non studiare, non prepararsi, non imparare una lingua, non saper scrivere bene, non capire i dati, non conoscere le istituzioni, non cercare borse di studio, Erasmus, tirocini, concorsi, bandi, seminari, contatti e occasioni, rende quasi certo l’opposto: avere meno alternative.

Il talento conta. La fortuna conta. La famiglia di partenza conta moltissimo. Ma l’impegno resta ciò che trasforma una possibilità generica in una traiettoria personale. In Italia esistono vincoli veri. Ma esistono anche opportunità che spesso non vengono cercate, non vengono capite, non vengono sfruttate. Perché richiedono fatica. Perché richiedono informazioni. Perché richiedono pazienza. Perché richiedono metodo. Perché richiedono di esporsi al rischio di fallire. Ed è più facile dire: “Non serve a niente.” Ma questa frase, più che descrivere il Paese, spesso finisce per descrivere la nostra rinuncia.

La soluzione non è aderire alla retorica ingenua del “se vuoi, puoi”. Non è vero. Non tutti partono dallo stesso punto e non tutti hanno gli stessi strumenti. Ma è falsa anche la retorica opposta: “se il sistema è difficile, allora impegnarsi non serve”. La verità è più seria: non tutto dipende da noi, ma qualcosa sì. E quel qualcosa va difeso. Va difeso studiando, informandosi, candidandosi, chiedendo aiuto, partecipando, imparando a usare le opportunità disponibili, anche quando sono imperfette.

Un Paese serio deve investire di più in scuola, università, ricerca, lavoro dignitoso e mobilità sociale. Le istituzioni devono fare la loro parte, e vanno criticate quando non la fanno. Ma studenti, giovani e cittadini devono fare la propria. Perché criticare il sistema è necessario. Usarlo come alibi è pericoloso.

Alla fine il vialetto di ghiaia ci sarà sempre: crisi economiche, burocrazia, salari bassi, istituzioni lente, occasioni mancate. Non possiamo controllare ogni sassolino. Possiamo però scegliere se considerarli tutti neri. Oppure prepararci abbastanza da trovare, anche dentro un contesto difficile, uno spazio di libertà.

La fiera del ridicolo

Ieri sono andato alla fiera della scienza organizzata nella scuola elementare di Zoe. Sulla carta, una bellissima idea: avvicinare bambini e bambine alla scienza, stimolare curiosità, farli sperimentare, portare le STEM nella scuola primaria. In un Paese che ha pochi figli, pochi laureati e competenze scolastiche in calo, iniziative del genere dovrebbero essere centrali.

Poi ci vai. E ti prende una tristezza profonda.Non perché l’idea sia sbagliata. Al contrario: è sacrosanta. Il problema è che quello che ho visto era l’ennesima rappresentazione simbolica dell’innovazione, più che innovazione vera. Una fiera della scienza quasi senza scienza.

C’erano educatori probabilmente volenterosi, ma lasciati soli. Persone mandate nelle scuole da qualche fondazione, cooperativa o ente intermedio con compensi bassi, poca formazione, scarso supporto e materiali insufficienti. A loro si chiede di “fare STEM” con bambini piccoli, classi difficili, famiglie distratte e strumenti quasi inesistenti. Quando il risultato è mediocre, però, è facile prendersela con loro. 

Una fiera della scienza ti aspetti dovrebbe essere un insieme di circuiti, fili elettrici, batterie, sensori, lenti, microscopi, ingranaggi, magneti, piccoli robot, software, dati. Dovrebbe far capire ai bambini che la scienza non è decorazione, ma metodo. Non è lavoretto, ma scoperta, è osservare un fenomeno, formulare un’ipotesi, fare una prova, sbagliare, correggere, misurare.

Invece ho visto soprattutto bricolage povero. Due rotoli di carta igienica finiti, tre tappi di plastica, un po’ di colla, qualche pennarello. Cose da scuola materna o da missione umanitaria in un paese del terzo mondo. Invece via alle celebrazioni e agli applausi: abbiamo fatto creatività, abbiamo fatto scienza, abbiamo fatto innovazione.

O meglio: abbiamo fatto STEAM. Ecco, l’immancabile STEAM: STEM più la A di arte. In teoria, nulla da obiettare. Il rapporto tra scienza, arte, design e creatività è importante. Il problema nasce quando la A non arricchisce la scienza, ma la sostituisce. Quando diventa un modo elegante per evitare matematica, tecnologia, esperimento, precisione, fatica cognitiva. Quando una fiera della scienza si trasforma in una fiera del lavoretto. A quel punto non stiamo integrando i saperi. Stiamo annacquando tutto a beneficio della maestra Concetta (nome ipotetico ma stranamente molto diffuso alle primarie) che non era brava in matematica e per questa ha fatto “scienze” dell’educazione.

Poi c’è la retorica. L’iniziativa viene presentata dal solito Tavecchio delle STEM, quello che sale sul palco e, con aria illuminata, spiega che è stato dato spazio anche alle bambine perché le STEM non sono solo per i maschi. Grazie al c.zzo. Davvero. Siamo commossi.

Il punto non è “dare spazio anche alle bambine”, come se fossero ospiti tollerate in un territorio maschile. Il punto è costruire un ambiente in cui bambine e bambini facciano scienza sul serio. In cui una bambina possa montare un circuito, programmare un sensore, smontare un oggetto, misurare una reazione, capire perché qualcosa funziona o non funziona. Non essere celebrata simbolicamente mentre incolla tappi di plastica (rosa) su un cartone (viola). La parità non si ottiene abbassando il livello e aggiungendo una frase inclusiva nella presentazione. Si ottiene dando accesso reale agli strumenti, alle competenze, al linguaggio e alla pratica della scienza.

Ieri, invece, ho visto anche altro: bambini spesso maleducati, poco abituati all’ascolto, alla concentrazione, al rispetto di chi prova a spiegare. E famiglie largamente disinteressate, presenti fisicamente ma assenti culturalmente. Genitori che guardano il telefono, chiacchierano, sorridono perché “che carini i bambini”, ma senza chiedersi se quell’esperienza stia davvero insegnando qualcosa.

Non è moralismo. È capitale umano. Se ogni attività scolastica è considerata buona purché sia “simpatica”, “creativa”, “inclusiva” e “partecipata”, allora il problema è enorme. Perché inclusione senza qualità è solo gestione gentile del declino. E creatività senza competenze è intrattenimento.

Il pezzo di Francesco Billari sul Corriere (qui allegato) dice una cosa semplice e durissima: l’Italia è un Paese sempre più vecchio e sempre più ignorante. Abbiamo pochi figli, pochi laureati, competenze in calo e disuguaglianze territoriali e sociali persistenti. In una situazione demografica di questo tipo, ogni bambino conta di più. Ogni ora di scuola pesa di più. Ogni occasione educativa sprecata è più grave.

Altri Paesi con problemi demografici simili ai nostri stanno investendo sui giovani. Noi spesso ci accontentiamo della messinscena: il progetto, il bando, la fondazione, la foto, il laboratorio, la parola inglese, la retorica dell’innovazione. Ma sotto resta poco. Pochi strumenti. Poca preparazione. Poco rigore. Poca ambizione.

E soprattutto una grande paura di dire che non tutto va bene. Che un progetto può essere lodevole nelle intenzioni e pessimo nella realizzazione. Che non basta portare “le STEM” a scuola se poi non c’è scienza. Che non basta parlare di bambine se poi non si danno loro strumenti veri. Che non basta dire STEAM se poi l’unica cosa che resta è un lavoretto da portare a casa.

La scuola italiana non ha bisogno di altre scenografie educative. Ha bisogno di sostanza. Ha bisogno di insegnanti ed educatori pagati meglio, selezionati meglio, formati meglio e sostenuti meglio. Ha bisogno di laboratori veri, non simbolici. Ha bisogno di più tempo scolastico di qualità. Ha bisogno di un curricolo meno frammentato e più solido. Ha bisogno di portare tutti, davvero tutti, più vicino alla soglia dell’università. Ha bisogno di dare ai bambini il gusto della difficoltà, non solo il conforto dell’espressione libera.

Perché la scienza è anche fatica. È attenzione. È precisione. È disciplina. È fallimento. È il momento in cui qualcosa non funziona e devi capire perché. È il contrario del “bravo, bellissimo” detto automaticamente davanti a un oggetto senza senso costruito con materiale di recupero.

Qualcuno dirà: meglio questo che niente. Non sono d’accordo. “Meglio questo che niente” è diventata la formula con cui giustifichiamo tutto: scuole senza strumenti, progetti senza qualità, educatori sottopagati, famiglie assenti, bambini non guidati, retorica al posto del contenuto. Ma quando un Paese è già in declino demografico e cognitivo, il “meglio che niente” non basta più. Diventa parte del problema.

Una fiera della scienza dovrebbe lasciare nei bambini una domanda nuova, non un oggetto da buttare. Dovrebbe far vedere che il mondo si può capire, misurare, trasformare. Dovrebbe far intuire che dietro una luce che si accende c’è un circuito, dietro un ponte che regge c’è una struttura, dietro un’app c’è codice, dietro un esperimento c’è un metodo.

Ieri ho visto buone intenzioni, retorica, povertà materiale e culturale. Ho visto adulti che si accontentano troppo facilmente. Ho visto bambini a cui non stiamo chiedendo abbastanza. Ho visto una scuola che vorrebbe parlare il linguaggio del futuro, ma spesso non ha nemmeno gli strumenti minimi del presente.

E questa è la cosa più triste: non la singola fiera riuscita male, ma il fatto che sembri normale. Non lo è. Ripeto: non lo è!

Se vogliamo davvero investire sui giovani, dobbiamo smettere di confondere l’innovazione con la sua rappresentazione. Dobbiamo pretendere più scienza nelle fiere della scienza, più tecnologia nei laboratori di tecnologia, più matematica quando parliamo di competenze, più serietà quando diciamo inclusione. Altrimenti continueremo a raccontarci che stiamo preparando i bambini al futuro, mentre li intratteniamo con due rotoli di carta igienica e tre tappi di plastica.

Emma e Zoe

Emma e Zoe, ciascuna a modo suo, stanno entrando in quella stagione delicata e bellissima in cui una ragazza comincia a prendere davvero forma davanti agli occhi di chi la ama. Non è solo una questione di crescita, di risultati o di promesse. È qualcosa di più profondo: è il momento in cui il carattere, il desiderio, l’intelligenza e la forza interiore smettono di essere solo possibilità e cominciano a diventare destino.

Zoe appare già proiettata verso il domani. Nelle sue parole c’è il movimento del futuro: il desiderio di andare a studiare all’estero, l’idea di mantenersi magari anche con lavori come attrice, l’emozione dei provini, la libertà del vivere da sola, gli incontri con amici stranieri, il ritorno a casa per le vacanze. Colpisce il modo in cui racconta tutto questo: non come una fantasia vaga, ma come un mondo già pensato, quasi già attraversato interiormente. Sa descrivere le giornate, immaginare scene, dare un volto concreto a ciò che desidera. E quando una persona giovane sa raccontare con tanta precisione ciò che ancora non è accaduto, significa spesso che sta già preparando dentro di sé il coraggio per viverlo davvero.

In lei è chiaro anche l’impegno per l’inglese, che non è semplicemente una materia da studiare, ma la lingua di una vita più grande, lo strumento con cui entrare in relazione con il mondo che sogna. Attraverso quella lingua Zoe intravede amicizie, autonomia, esperienze, appartenenze nuove. Si sente in lei l’entusiasmo di chi ha davanti una porta aperta e vuole essere pronta ad attraversarla.

Emma, invece, dà l’impressione di una fioritura più raccolta, già composta, già in parte consapevole di sé. I colloqui con i professori sono stati entusiasti, ma ciò che colpisce non è soltanto che sia brava in tutto. È la qualità complessiva della persona che emerge dai loro racconti: capace, indipendente, responsabile, ironica, sempre pronta al confronto e alla riflessione. In lei non c’è solo rendimento, c’è sostanza. Non solo bravura, ma presenza. Non solo intelligenza, ma misura.

L’immagine di Emma al pianoforte la racconta bene: disciplina e sensibilità, rigore e interiorità. E lo stesso vale per quei gesti semplici che però dicono molto, come il tornare a casa da sola. In queste cose quotidiane si riconosce una forza tranquilla, l’abitudine a reggersi sulle proprie gambe, una precoce capacità di stare nel mondo con serietà e naturalezza insieme. Emma sembra aver già intuito che essere speciale non è soltanto un privilegio. È anche una responsabilità, talvolta perfino una fatica. Significa capire prima, sentire di più, misurarsi con un ruolo che non sempre è leggero. Eppure in lei questa consapevolezza non appesantisce: le dà profondità.

A guardarle insieme, Emma e Zoe sembrano due forme diverse dello stesso miracolo. Zoe ha il fuoco dell’orizzonte, l’energia del possibile, il richiamo dell’altrove. Emma ha la forza composta di chi sta sbocciando dall’interno, la chiarezza di una personalità che prende forma con equilibrio e intensità. Una guarda avanti con slancio e immaginazione; l’altra cresce in altezza morale e consapevolezza. Ma in entrambe si sente la stessa cosa essenziale: una vita che chiede di essere pienamente vissuta.

Ed è forse questo che commuove di più. Capire che il compito degli adulti, davanti a ragazze così, non è né trattenerle né costruirle al posto loro. È accompagnarle con discrezione, fare spazio, proteggere senza soffocare, incoraggiare senza invadere. Il nostro lavoro è non lasciare che il talento si perda, che la forza si spenga, che il desiderio si pieghi per comodità o paura. Perché molti doni non si consumano per mancanza di capacità, ma per eccesso di prudenza, per rinuncia, per il lento adattarsi a vite troppo piccole.

Con Zoe si avverte il bisogno di non spegnere lo slancio, di aiutarla a osare, a tentare il mondo, a non avere paura del rischio quando il rischio coincide con una visione autentica di sé. Con Emma si sente invece il desiderio di custodire una ricchezza già evidente, di riconoscere la forza e la consapevolezza con cui porta la propria unicità, senza ridurla mai ai voti o ai riconoscimenti. Per entrambe, ciò che conta davvero non è soltanto quello che faranno, ma il modo in cui stanno imparando a diventare se stesse.

E poi c’è anche il riflesso affettivo che tutto questo lascia nel cuore. Sapere che Emma ancora parla di me con ammirazione nei suoi temi, e che i professori colgono e sottolineano l’amore e la considerazione che ha per me, è un dono che tocca profondamente. Ma insieme sento con chiarezza che ciò che io provo per lei va infinitamente oltre, non per i risultati che ottiene, ma per la forza e la coscienza che porta in sé. E qualcosa di simile accade anche guardando Zoe: ciò che emoziona non è solo ciò che sogna, ma il modo serio, appassionato e già maturo con cui si prepara a inseguirlo.

Forse, in fondo, la verità è questa: il futuro è loro. Emma e Zoe stanno già mostrando, ciascuna con la propria voce, la propria direzione, il proprio passo, che la vita può essere davvero abitata con coraggio e verità. A noi spetta un compito insieme semplice e difficile: amarle abbastanza da sostenerle, da leggerle in profondità, da non confondere mai il nostro desiderio di proteggerle con la tentazione di limitarle.

Perché ragazze così non vanno trattenute. Vanno accompagnate mentre sbocciano.

“Hard times create strong men. Strong men create good times. Good times create weak men. Weak men create hard times.”

Attribuita a G. Michael Hopf, dal romanzo “Those Who Remain” (2016).

Traduzione italiana:

“Tempi duri creano uomini forti. Uomini forti creano tempi facili. Tempi facili creano uomini deboli. Uomini deboli creano tempi duri.”

L’aforisma descrive un ciclo storico-sociale semplificato. L’idea è che le condizioni difficili (crisi, guerre, instabilità) selezionino o formino individui più resilienti, disciplinati e capaci di prendere decisioni dure. Questi “uomini forti” costruirebbero ordine, sicurezza e prosperità, dando origine a “tempi facili”. Quello che è successo negli anni 50.

Quando il contesto diventa stabile e prospero, secondo questa visione, le nuove generazioni crescono senza le stesse pressioni e sviluppano meno resilienza o senso del sacrificio, diventando “uomini deboli”. Questa presunta debolezza porterebbe a cattive decisioni collettive, perdita di disciplina o coesione, e quindi al ritorno di “tempi duri”, chiudendo il ciclo.