Il turismo è una malattia

Il turismo è, per una città, una malattia. In piccole dosi può essere tollerato, persino apprezzato: è un servizio che una città rende al mondo circostante, aprendosi a chi vuole conoscerla. Ma quando diventa una strategia di sviluppo, il turismo smette di essere un fenomeno marginale e comincia a consumare la città che dovrebbe sostenere.

Il punto fondamentale è che il turismo non è una risorsa gratuita. È un costo. Consuma spazio, abitazioni, infrastrutture, servizi pubblici e qualità della vita. Ogni appartamento trasformato in alloggio turistico è un appartamento sottratto a chi potrebbe vivere, studiare o lavorare in città. Ogni strada trasformata in corridoio per visitatori perde una parte della propria funzione urbana. Ogni attività commerciale riconvertita per intercettare la spesa occasionale del turista sostituisce un pezzo dell’economia destinata a chi quella città la abita.

Soprattutto, il turismo non dovrebbe essere confuso con un motore dello sviluppo economico. È prevalentemente un settore trainato, non trainante: prospera quando esistono città belle, sicure, culturalmente vive, dotate di infrastrutture, capitale umano, università, imprese e servizi. Si appropria di una parte del valore prodotto da tutto questo, ma non è necessariamente ciò che lo genera. E si tratta di un settore caratterizzato da una produttività del lavoro relativamente bassa, problema particolarmente rilevante in un paese come l’Italia, che soffre da decenni di una crescita della produttività estremamente debole.

Per questo una città che pensa al proprio futuro dovrebbe liberare progressivamente ogni strada, ogni casa e ogni spazio possibile dalla dipendenza dal turismo, anziché consegnarglieli. Le abitazioni devono servire innanzitutto per abitare. Gli spazi commerciali per soddisfare bisogni reali. Il centro deve essere un luogo nel quale vivere e lavorare, non una scenografia da consumare per qualche ora.

Una città prospera può permettersi dei turisti. Una città che pensa di diventare prospera grazie ai turisti ha già rinunciato a un’ambizione molto più importante: produrre conoscenza, innovazione, imprese, cultura e lavori ad alta produttività.

Quando la principale politica economica diventa “portiamo più turisti”, il pensiero sottostante rischia di essere molto più cupo di quanto sembri: non crediamo più di poter creare qualcosa che il resto del mondo desideri acquistare, utilizzare o imparare; speriamo soltanto che il resto del mondo venga qui a spendere qualcosa.

È l’economia delle briciole. Invece di apparecchiare la tavola, ci si abitua a raccogliere ciò che cade per terra.

Una città che ha fiducia nel proprio futuro non si mette in vendita. Si rende desiderabile innanzitutto per chi vuole viverci, studiare, lavorare, fare ricerca, creare un’impresa e crescere dei figli. Se poi qualcuno vorrà visitarla, sarà il benvenuto.

Ma sarà una conseguenza del suo successo, non la sua strategia per ottenerlo.

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