La globalizzazione ci rende tutti più ricchi. Ma chi paga il prezzo?

Il commercio internazionale genera benefici economici, ma non tutti ne traggono vantaggio. Uno degli studi più importanti degli ultimi vent’anni mostra perché i costi della globalizzazione possono essere molto più elevati e persistenti di quanto immaginiamo.

Quando chiude una fabbrica

Immaginiamo una città la cui economia dipende in larga parte dall’industria manifatturiera. Per decenni, le fabbriche hanno garantito occupazione, redditi e opportunità economiche alle famiglie.

Poi arriva un cambiamento: le imprese locali devono competere con produttori stranieri capaci di vendere gli stessi beni a prezzi molto inferiori.

Secondo la teoria economica, il commercio internazionale genera benefici attraverso la specializzazione produttiva e l’accesso a beni meno costosi. Alcuni settori si ridimensionano, ma i lavoratori possono spostarsi verso attività più produttive.

Il problema è che questo aggiustamento potrebbe essere molto più difficile di quanto suggerisca la teoria.

Un lavoratore che perde il proprio impiego non può necessariamente trasferirsi in un’altra città, cambiare professione o acquisire rapidamente nuove competenze.

E quando un’intera comunità dipende dallo stesso settore industriale, la perdita di posti di lavoro può avere conseguenze che vanno ben oltre i singoli lavoratori.

Il China shock

Nel 2013, David Autor, David Dorn e Gordon Hanson pubblicano sull’American Economic Review un articolo destinato a cambiare profondamente il dibattito economico sulla globalizzazione: The China Syndrome: Local Labor Market Effects of Import Competition in the United States.

Gli autori analizzano le conseguenze della straordinaria crescita delle importazioni cinesi negli Stati Uniti tra il 1990 e il 2007.

L’intuizione è semplice: non tutte le città americane erano ugualmente esposte alla concorrenza cinese.

Alcune avevano economie fortemente specializzate in settori manifatturieri nei quali le imprese cinesi stavano diventando particolarmente competitive. Altre dipendevano da attività meno esposte.

Confrontando questi territori, e utilizzando la crescita delle importazioni cinesi in altri paesi avanzati come strumento per isolare gli shock di offerta, gli autori cercano di identificare l’effetto causale della concorrenza internazionale sui mercati del lavoro locali.

Cosa scoprono?

Nelle aree maggiormente esposte alla concorrenza cinese diminuiscono l’occupazione manifatturiera e i salari, mentre aumentano la disoccupazione, l’inattività e il ricorso ai trasferimenti pubblici.

Secondo le stime principali, la crescita delle importazioni cinesi spiega circa un quarto della riduzione complessiva dell’occupazione manifatturiera americana nel periodo analizzato.

Ma il risultato più interessante riguarda la difficoltà dell’aggiustamento.

I lavoratori non si spostano automaticamente verso altri settori o territori. La perdita di occupazione industriale può tradursi in una riduzione prolungata delle opportunità economiche locali.

In un lavoro successivo del 2021, gli stessi autori mostrano che gli effetti negativi dello shock cinese sono rimasti visibili per molti anni, anche dopo che la crescita dell’esposizione alle importazioni si era stabilizzata.

Perché questo studio ha cambiato la letteratura economica?

Gli economisti sapevano già che il commercio internazionale produce vincitori e perdenti.

Il contributo di Autor, Dorn e Hanson non è quindi aver scoperto che la globalizzazione può danneggiare alcuni lavoratori.

È aver mostrato, attraverso una strategia empirica convincente, che questi costi possono essere geograficamente concentrati, economicamente rilevanti e molto persistenti.

La ricerca ha contribuito a spostare l’attenzione dai soli benefici aggregati del commercio ai suoi effetti distributivi e ai costi dell’aggiustamento.

Ha inoltre aperto un vasto programma di ricerca sulle conseguenze della deindustrializzazione per le comunità locali e sulle difficoltà che incontrano i lavoratori nel reagire ai cambiamenti strutturali dell’economia.

Significa che la globalizzazione è un errore?

No. Ed è importante chiarirlo. Il paper non dimostra che il commercio internazionale riduca il benessere complessivo.

L’apertura commerciale può produrre benefici importanti: prezzi inferiori per i consumatori, maggiore varietà di prodotti, accesso a nuovi mercati e aumenti della produttività.

Quello che lo studio dimostra è che questi benefici non sono distribuiti uniformemente e che i costi sopportati da alcuni lavoratori possono essere particolarmente elevati.

Soprattutto, non possiamo presumere che i meccanismi di mercato siano sempre sufficienti a compensare rapidamente chi perde.

Questo solleva una questione fondamentale per le politiche pubbliche: come possiamo beneficiare dell’integrazione economica internazionale senza lasciare che i costi dell’aggiustamento ricadano quasi interamente su determinati lavoratori e territori?

Le possibili risposte riguardano la formazione, le politiche attive del lavoro, la mobilità geografica e il sostegno alle comunità colpite dai cambiamenti produttivi. Ma l’efficacia di questi interventi deve essere valutata empiricamente, non semplicemente presunta.

La lezione economica

Il caso del China shock ci ricorda un principio fondamentale: un cambiamento economico può aumentare il benessere complessivo e, contemporaneamente, peggiorare significativamente le condizioni di vita di una parte della popolazione.

Non c’è alcuna contraddizione.

Per questo, quando valutiamo una politica economica, non dovremmo chiederci soltanto se produce benefici aggregati.

Dovremmo anche domandarci chi ne beneficia, chi ne sostiene i costi e quanto tempo occorre perché le persone possano adattarsi.

La globalizzazione può creare ricchezza. Ma il modo in cui questa ricchezza e i costi del cambiamento vengono distribuiti rimane una questione economica e sociale fondamentale.


Riferimenti bibliografici

Autor, D. H., Dorn, D., & Hanson, G. H. (2013). “The China Syndrome: Local Labor Market Effects of Import Competition in the United States.” American Economic Review, 103(6), 2121–2168.

Autor, D., Dorn, D., & Hanson, G. H. (2021). “On the Persistence of the China Shock.” Brookings Papers on Economic Activity, Fall 2021, 381–447.

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