Adam Smith come precursore della behavioral economics

Quando si parla di behavioral economics, il riferimento va quasi inevitabilmente al XX secolo: Kahneman, Tversky, Thaler, Simon. Eppure, molto prima della formalizzazione matematica dei bias cognitivi e delle deviazioni dalla razionalità standard, Adam Smith aveva già offerto una teoria sorprendentemente sofisticata del comportamento umano. The Theory of Moral Sentiments non è soltanto un trattato di filosofia morale: è un’analisi psicologica profonda delle motivazioni, delle distorsioni cognitive e dei meccanismi sociali che guidano le decisioni.

Smith parte da un assunto che oggi potremmo definire anti-homo oeconomicus. L’individuo non è un calcolatore isolato che massimizza utilità in modo freddo e coerente. È un essere sociale che desidera approvazione, teme la disapprovazione e valuta continuamente se stesso attraverso lo sguardo degli altri. La famosa figura dello “spettatore imparziale” rappresenta una teoria precoce dell’internalizzazione delle norme: gli individui regolano il proprio comportamento non solo in risposta a incentivi esterni, ma attraverso un meccanismo di autocontrollo che incorpora il giudizio sociale.

Questa struttura psicologica implica già una forma di razionalità limitata. Il giudizio morale non è perfettamente oggettivo; è mediato dall’immaginazione, dalle emozioni e dalla prospettiva. Smith riconosce esplicitamente che le nostre valutazioni sono influenzate dagli esiti delle azioni anche quando, in linea di principio, dovremmo giudicare solo le intenzioni. Questa attenzione al ruolo della fortuna anticipa quello che oggi chiamiamo outcome bias o moral luck: l’esito effettivo altera la percezione della responsabilità.

Inoltre, Smith osserva che gli individui tendono sistematicamente a sopravvalutare le proprie capacità e le probabilità di successo. Parlando delle professioni ad alta incertezza e delle lotterie, descrive l’“over-weening conceit” con cui la maggior parte delle persone valuta se stessa. È una descrizione straordinariamente chiara dell’overconfidence bias. Gli individui non calcolano in modo neutrale le probabilità; sono inclini a un ottimismo irrealistico che li spinge ad assumere rischi eccessivi.

La sua analisi delle emozioni suggerisce anche un’asimmetria tra dolore e piacere. Smith riconosce che il dolore è più pungente e più incisivo del piacere, e che la sofferenza ha un impatto psicologico più profondo. Pur non formalizzando una funzione di valore come farà la prospect theory, coglie chiaramente l’idea che perdite e guadagni non siano simmetrici dal punto di vista psicologico.

Un altro elemento centrale è l’autoinganno. Smith dedica pagine notevoli alla tendenza degli individui a reinterpretare le proprie azioni per preservare un’immagine morale positiva. Questo meccanismo anticipa concetti come il self-serving bias e il motivated reasoning. Gli individui non sono solo soggetti a errori casuali: sono sistematicamente inclini a distorcere il giudizio quando è in gioco la propria reputazione interiore.

Anche la dimensione dello status occupa un posto cruciale nella sua analisi. Smith osserva che l’ammirazione per i ricchi e i potenti e il desiderio di distinzione sociale influenzano profondamente le scelte economiche. La ricerca di approvazione e superiorità simbolica altera la percezione dei costi e dei benefici. In termini moderni, le preferenze non sono puramente su consumo e reddito, ma su posizione relativa e riconoscimento sociale.

Infine, Smith riconosce esplicitamente i problemi di autocontrollo. Le passioni immediate possono entrare in conflitto con il giudizio riflessivo, e la virtù consiste nel dominare gli impulsi momentanei. Questa tensione tra impulso e controllo prefigura i modelli contemporanei a doppio sistema e le teorie della self-control failure.

Ciò che rende straordinaria la posizione di Smith è che tutti questi elementi sono integrati in una teoria coerente dell’interazione sociale. Le decisioni individuali non sono semplicemente scelte sotto vincoli; sono atti compiuti sotto uno sguardo reale o immaginato. L’economia, per Smith, non può essere separata dalla psicologia morale.

La behavioral economics moderna ha formalizzato questi meccanismi, li ha misurati sperimentalmente e li ha inseriti in modelli matematici. Ma l’intuizione di fondo — che l’essere umano è sistematicamente soggetto a bias, guidato da emozioni e profondamente inserito in una rete di norme sociali — era già presente con straordinaria chiarezza nel XVIII secolo.

Rileggere Adam Smith in questa prospettiva significa riconoscere che la behavioral economics non rappresenta una rottura radicale con la tradizione classica, ma in molti aspetti un ritorno alle sue radici più profonde.

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