Nella vita ci sono i livelli. Massimiliano Allegri lo diceva parlando di calcio: esistono livelli tra calciatori, arbitri, allenatori, direttori sportivi. Non tutti giocano la stessa partita allo stesso modo. È una constatazione, non un giudizio morale.
Anche nel lavoro è così. Le differenze di livello esistono. Negarle per principio non le elimina. La questione interessante è capire da cosa dipendano.
Una prima risposta è il talento. Le persone differiscono per dotazioni iniziali: velocità di apprendimento, capacità analitica, memoria, intuizione, sensibilità strategica, resistenza allo stress. Ignorarlo sarebbe ingenuo.
Ma il talento, da solo, è solo potenziale. È una funzione di produzione con input inutilizzati. Senza investimento, il potenziale non si trasforma in capacità.
Qui entra in gioco lo sforzo: quello di trasformazione. Studio sistematico. Pratica deliberata. Feedback. Correzione degli errori. Ripetizione. Tempo accumulato su compiti difficili. È la fase in cui il talento potenziale diventa competenza osservabile. Questa trasformazione non è automatica. Richiede disciplina e una certa tolleranza alla frustrazione. Molti si fermano qui: hanno talento, ma non sostengono abbastanza a lungo il processo di costruzione.
Poi però c’è una seconda fase, meno discussa ma altrettanto decisiva. Le capacità acquisite devono essere convertite in risultati quotidiani. E questa conversione richiede un secondo tipo di sforzo: organizzazione, priorità, concentrazione, continuità, capacità di lavorare bene anche quando la motivazione cala. Non basta “sapere fare”. Bisogna “fare, bene, ogni giorno”.
In entrambe le fasi il talento conta. Conta nella velocità con cui si accumulano competenze. Conta nella qualità con cui si applicano sotto pressione. Per questo, in modo provocatorio, possiamo scrivere:
Livello = Talento × Sforzo²
Lo sforzo è al quadrato perché opera due volte: nella trasformazione del talento in capacità; nella trasformazione delle capacità in risultati.
Se manca una delle due componenti di sforzo, il livello si abbassa drasticamente. Talento senza costruzione è potenziale sprecato. Capacità senza applicazione costante è inefficienza.
E qui una nota personale: il talento sprecato mi fa arrabbiare. Non per moralismo, ma perché è inefficienza pura. È valore potenziale non realizzato. È qualcuno che potrebbe giocare a un livello più alto e sceglie di non pagare il prezzo richiesto.
La parte incoraggiante è che lo sforzo è in larga misura sotto il nostro controllo. Non scegliamo interamente il talento iniziale. Scegliamo, però, quanto investire nella sua trasformazione e quanto impegno mettere nell’esecuzione quotidiana. Per questo credo sia utile tenere traccia dello sforzo, non solo dei risultati. Chiederci ogni giorno: Quanto ho investito oggi nella costruzione delle mie capacità? Quanto ho investito oggi nella loro applicazione concreta?
Misurare solo l’output può essere fuorviante nel breve periodo. Misurare lo sforzo nelle due fasi ci restituisce controllo sul processo. E nel medio-lungo periodo, è il processo che determina il livello.
I livelli esistono. Ma la distanza tra un livello e l’altro, molto spesso, è il risultato di sforzi accumulati – o evitati – nel tempo.