La macchina dell’intrattenimento educativo

Per anni ci hanno raccontato che l’università è la soluzione. Più lauree, più progresso. Più iscritti, più mobilità sociale. Più anni di studio, più benessere. E se invece fosse vero anche il contrario? Se una parte rilevante dei problemi sociali che oggi denunciamo dipendesse proprio dall’università, o meglio: da come l’università è stata ridisegnata negli ultimi decenni?

La tesi è scomoda, ma vale la pena formularla con chiarezza: l’università di massa, così come oggi è organizzata, non è solo un’opportunità. È anche un potente meccanismo di rinvio della vita adulta, di produzione di aspettative irrealistiche e di distruzione di capitale familiare, economico e demografico.

Il primo problema è negli incentivi. Le università hanno interesse ad attrarre studenti. Più studenti significa più risorse, più corsi, più peso politico, più sopravvivenza istituzionale. Ma quando l’obiettivo diventa massimizzare le iscrizioni, l’offerta si adatta inevitabilmente alla domanda. E siccome una parte crescente della domanda arriva da ragazzi demotivati, incerti, inconsapevoli, che non sanno bene cosa vogliono fare, allora si moltiplicano corsi “attraenti”, dal nome seducente, culturalmente rassicuranti, spesso facili da vendere ma deboli sul piano delle competenze reali e della spendibilità lavorativa.

Nasce così una gigantesca macchina di intrattenimento educativo: corsi che sembrano promettere identità, interesse, passione, autorealizzazione, ma che troppo spesso non garantiscono né rigore né valore di mercato. Lo studente medio non viene sfidato: viene accompagnato, trattenuto, blandito. L’università non seleziona più, non forma davvero, non orienta con onestà. Recluta.

Il secondo problema è nelle credenze. A milioni di giovani viene implicitamente trasmesso questo messaggio: vai all’università, guadagnerai di più, farai un lavoro migliore, magari anche un lavoro che ti piace. È una narrazione potente, emotivamente irresistibile, ma spesso formulata in modo grossolano e fuorviante. Perché il premio salariale esiste, sì, ma non è uniforme, non è immediato, non vale per tutti i corsi di laurea, non vale in tutte le aree del paese e soprattutto non arriva nei tempi in cui conta davvero.

Questo è il punto centrale che si finge di non vedere. Anche ammesso che il vantaggio economico della laurea emerga nel lungo periodo, cosa succede negli anni decisivi, tra i 25 e i 35 anni? Gli anni in cui si incontra un partner stabile, si decide se sposarsi, se fare figli, se comprare casa, se mettere radici, se costruire una vita non reversibile. Se in quegli anni il laureato medio ha redditi incerti, ingresso tardivo nel mercato del lavoro, mobilità geografica obbligata, aspettative alte e risultati deludenti, allora il prezzo sociale dell’università di massa non è marginale: è enorme.

Perché in quella fase il tempo non è neutrale. Cinque anni in più di formazione non sono solo cinque anni in più di cultura. Sono spesso cinque anni in più di dipendenza economica, di rinvio, di relazioni instabili, di investimenti familiari senza ritorno certo. Sono cinque anni in cui due persone stanno in città diverse, poi in paesi diversi, poi in lavori precari diversi. Cinque anni in cui si rimanda tutto: il matrimonio, i figli, la casa, perfino l’idea di diventare adulti.

E qui entra un terzo elemento, ancora più profondo: le preferenze temporali. L’università contemporanea si inserisce perfettamente in una società che sottovaluta sistematicamente il futuro. Il beneficio immediato vince quasi sempre sul costo differito. Meglio uno spritz oggi che un figlio domani. Meglio sentirsi “in costruzione” a trent’anni che assumersi responsabilità irreversibili a venticinque. Meglio prolungare l’adolescenza con una giustificazione socialmente nobile che entrare presto nella durezza del lavoro e della famiglia.

L’università, in questo senso, non corregge le preferenze temporali distorte. Le amplifica. Offre una cornice moralmente prestigiosa dentro cui il rinvio diventa virtù. Non stai evitando il mondo adulto: stai investendo su te stesso. Non stai rimandando scelte impegnative: stai completando il tuo percorso. Non stai posticipando la stabilità: stai coltivando il tuo capitale umano. Tutto suona razionale, fino a quando ci si accorge che il tempo è passato, i ritorni non sono arrivati come promesso, e le finestre biologiche, affettive e patrimoniali si sono ristrette.

C’è poi un effetto culturale collaterale, raramente ammesso: l’università non si limita a formare competenze, spesso ristruttura le aspirazioni. Molti giovani escono convinti di meritare lavori “all’altezza” del proprio titolo, e questo sarebbe anche ragionevole, se il sistema economico producesse davvero abbastanza posti coerenti con quelle aspettative. Ma così non è. Il risultato è una doppia frustrazione: da un lato non si trova il lavoro qualificato immaginato, dall’altro si rifiutano o si svalutano lavori concreti, manuali, tecnici, magari ben retribuiti, ma percepiti come inferiori rispetto all’identità costruita negli anni universitari.

In altre parole, l’università di massa non produce solo laureati. Produce mismatch, risentimento, attese simboliche, ritardi esistenziali. E scarica il costo su tutti: sui genitori che finanziano anni aggiuntivi di studio, sui giovani che entrano tardi e male nel mercato del lavoro, sulle coppie che non si formano o si sfaldano, su una società che poi si lamenta della denatalità senza voler guardare una delle sue cause strutturali.

Naturalmente non si tratta di dire che studiare sia sbagliato, o che l’università sia inutile in sé. Sarebbe una sciocchezza. Il punto è un altro: quando un’istituzione pensata per una minoranza fortemente selezionata viene estesa a una quota enorme della popolazione senza ripensarne davvero funzione, standard, contenuti e relazione col mercato del lavoro, allora smette di essere una scala di ascesa e diventa, per molti, una sala d’attesa.

Una sala d’attesa costosa, lunga, ideologicamente protetta e socialmente deresponsabilizzante.

E allora forse dovremmo avere il coraggio di dirlo: non tutti devono andare all’università. Non tutti ne traggono beneficio. Non tutti dovrebbero essere incoraggiati a passarci cinque anni o più. E soprattutto: non possiamo continuare a fingere che moltiplicare iscritti equivalga automaticamente a moltiplicare benessere.

Forse l’università, così com’è oggi, non sta risolvendo i problemi della società. Forse ne sta creando di nuovi. O almeno sta aggravando quelli vecchi: precarietà, ritardo nella formazione delle famiglie, crollo della natalità, frustrazione occupazionale, dissipazione di tempo e risorse.

Abbiamo trasformato l’università in un passaggio quasi obbligato, anche quando non forma, non orienta, non premia davvero nel momento in cui servirebbe. E poi ci stupiamo se i giovani arrivano tardi a tutto: al lavoro stabile, alla casa, ai figli, alla vita adulta.

Forse il problema non è che i giovani non crescono.

Forse è che abbiamo costruito un sistema che li paga per rimandare.

Coraggio e pazienza

C’è un’idea antica, quasi ovvia, secondo cui i giovani dovrebbero incarnare il rischio e gli anziani la prudenza. Ai primi spetterebbe l’audacia: cambiare città, lavoro, amori, abitudini, idee. Ai secondi la saggezza del tempo: la pazienza, la misura, la lungimiranza di chi ha già visto molto e ha imparato che non tutto va forzato. In una società equilibrata, entrambe queste energie servono. Gli anziani custodiscono continuità, memoria e giudizio; i giovani aprono strade, rompono inerzie, osano ciò che ancora non ha garanzie.

Eppure oggi questa divisione sembra essersi incrinata. Sempre più spesso le nuove generazioni appaiono, paradossalmente, più “vecchie” dei loro genitori. Più caute che coraggiose, più riflessive che intraprendenti, più attente a evitare l’errore che desiderose di cercare una possibilità. I genitori, a cinquanta o sessant’anni, comprano case, mandano all’aria matrimoni, cambiano carriera, si trasferiscono, ricominciano. I figli, invece, esitano davanti a rischi minimi: un raffreddore, uno stage fuori città, un corso non previsto dal piano di studi, una relazione con qualcuno che non appartenga alla cerchia ristrettissima degli amici già approvati.

Non è solo una differenza di temperamento. È come se in molti giovani si fosse spostato il baricentro dell’esistenza: non più esplorare il mondo, ma gestire la vulnerabilità; non più esporsi, ma proteggersi. E così la prudenza, che negli anziani può essere una forma alta di saggezza, nei giovani rischia di diventare una rinuncia preventiva. La pazienza, senza il coraggio, non genera visione: genera attesa. E una generazione che attende troppo a lungo finisce per invecchiare prima di avere davvero vissuto.

Le narrative tossiche nelle scienze sociali

Quando discutiamo di politica, economia, scuola, migrazioni o salute pubblica, spesso non ci scontriamo su “dati”, ma su storie. Storie brevi, memorabili, emotive. Nelle scienze sociali queste storie si chiamano spesso narrative: cornici che spiegano “come funziona il mondo” e che orientano giudizi e scelte.

Il problema è che alcune narrative sono tossiche: diventano virali perché semplificano, moralizzano e promettono certezze, ma sono anche antiscientifiche perché resistono alla verifica e spingono verso conclusioni sbagliate.

Ecco le più diffuse.

“È tutto un complotto” È potentissima perché spiega tutto in un colpo solo. Ma è antiscientifica perché non è falsificabile: qualunque evidenza contraria diventa “prova del complotto”. Il risultato è sfiducia generalizzata e impossibilità di discutere seriamente.

“Dopo = a causa di” “Da quando c’è X, è aumentato Y: quindi X causa Y.” È uno scivolone tipico: confonde correlazione con causalità e ignora fattori nascosti. È tossica perché produce capri espiatori e policy impulsive.

“Se qualcuno vince, qualcuno deve aver perso (e di solito ha rubato)” Il mondo a volte è a somma zero, spesso no. Questa narrativa rende ogni successo sospetto e trasforma problemi distributivi reali in guerre morali permanenti. È un acceleratore di rancore.

“I gruppi sono fatti così” (essenzialismo) Riduce persone e gruppi a una “natura” fissa: culturale o biologica. È antiscientifico perché ignora contesto, istituzioni e l’enorme eterogeneità interna ai gruppi. È tossico perché normalizza stereotipi e discriminazione.

“Se sei povero è colpa tua / se sei ricco è tutto merito tuo” È la versione morale del monocausalismo: spiega esiti complessi con una sola variabile, la virtù o il vizio individuale. Cancella fortuna, vincoli, reti sociali, disuguaglianze di partenza. Produce stigma e politiche punitive invece di soluzioni efficaci.

“La scienza è un’opinione” “Uno studio dice A, un altro dice B: quindi vale tutto.” È una scorciatoia comoda, ma antiscientifica: non pesa qualità dei metodi, replicazioni, convergenza di evidenze. È tossica perché legittima il cherry-picking e la disinformazione “con citazione”.

“Se è un numero, è vero” (quantofrenia) Metriche e ranking diventano la realtà. Ma misurare male con grande precisione resta misurare male. Questa narrativa è tossica perché incentiva il gaming: ottimizzi il KPI e perdi l’obiettivo.

“Panico morale” Si selezionano casi estremi, si generalizza, si ignora la base statistica (base rates). È la macchina perfetta per indignazione e paura. È tossica perché sposta risorse e attenzione dai problemi veri a quelli più “viralizzabili”.

“C’è una causa unica che spiega tutto” Social, immigrati, famiglia, élite, scuola, burocrazia: scegli il colpevole unico e hai una storia semplice. Ma le scienze sociali mostrano quasi sempre sistemi multi-causali. È tossica perché produce soluzioni facili che falliscono regolarmente.

“La mia esperienza personale vale più dei dati” “Nel mio quartiere…” “Io ho visto…” È umano. Ma generalizzare da pochi casi è un errore sistematico. È tossico perché rende impermeabili alle evidenze aggregate e al confronto tra contesti.

Perché queste narrative vincono?

Perché sono brevi, emotive, con un colpevole chiaro. Danno un senso di controllo. E sui social, emozione e moralizzazione battono complessità e prudenza.

Alcune domande per riconoscerle al volo

– È falsificabile? Cosa dovrebbe accadere per ammettere che è sbagliata?

– Sta scambiando aneddoti o correlazioni per causalità?

Sta offrendo una causa unica e un colpevole perfetto?

Come rispondere senza alimentarle

Non serve “umiliare” chi ci crede. Funziona meglio chiedere quale evidenza cambierebbe idea distinguere “ci sono problemi reali” da “questa spiegazione non regge” proporre una narrativa alternativa basata su meccanismi.

Perché la ricerca sociale basata su dati – e non su opinioni – è essenziale?

In una società attraversata da narrazioni forti e spesso polarizzanti (ad esempio cambiamento climatico, diseguaglianze, patriarcato, etc.), la differenza tra opinione ed evidenza non è un dettaglio tecnico: è una questione di qualità democratica.

Le opinioni sono inevitabili. Nascono da esperienze personali, valori, identità, emozioni. Sono parte legittima del dibattito pubblico. Ma le opinioni non bastano a descrivere la realtà sociale.

La ricerca basata su dati svolge almeno quattro funzioni fondamentali.

Primo: distingue casi da pattern.
Un episodio può essere reale, drammatico, simbolicamente potente. Ma è rappresentativo? È in aumento? È strutturale? Solo dati raccolti in modo sistematico possono rispondere a queste domande.

Secondo: separa percezioni da fenomeni.
Le percezioni sono importanti – perché influenzano il comportamento – ma non coincidono necessariamente con i fatti. In molti ambiti (criminalità, immigrazione, disuguaglianza) ciò che le persone credono stia accadendo e ciò che i dati mostrano possono divergere significativamente.

Terzo: aiuta a identificare cause.
Le spiegazioni intuitive sono spesso lineari e rassicuranti. La realtà sociale raramente lo è. Metodi rigorosi – comparazioni, analisi longitudinali, esperimenti naturali – permettono di avvicinarsi a relazioni causali, non solo a correlazioni apparenti.

Quarto: crea un terreno comune di discussione.
In contesti polarizzati, i valori possono restare divergenti. Ma senza un minimo accordo sui fatti, il confronto diventa uno scambio di convinzioni impermeabili. I dati non eliminano il conflitto, ma lo rendono più informato.

Questo non significa che i dati siano neutri o infallibili. La scelta di cosa misurare, come misurarlo e come interpretarlo richiede competenza, trasparenza e responsabilità. Anche la ricerca può essere usata in modo strumentale. Ma c’è una differenza cruciale tra dire “secondo me” e dire “secondo un’analisi sistematica dei dati disponibili”.

In un mondo saturo di narrazioni, la ricerca empirica non serve a zittire il dibattito. Serve a disciplinarlo. Non sostituisce i valori.
Non elimina le interpretazioni. Ma impedisce che l’arena pubblica sia governata solo dall’intensità emotiva o dalla ripetizione.

In una società complessa, decidere senza dati significa reagire.
Decidere con i dati significa, almeno, provare a capire.

Le narrazioni tossiche del nostro tempo (e perché la scienza è l’unico antidoto)

C’è una differenza profonda tra un problema reale e la storia che raccontiamo su quel problema.

Il cambiamento climatico è reale. Le disuguaglianze sono reali. Le trasformazioni tecnologiche sono reali. Le tensioni identitarie sono reali. Ma tra la realtà e il racconto pubblico si apre uno spazio in cui accade qualcosa di decisivo: i fatti vengono sostituito dalla narrazione.

Una narrazione non è, di per sé, un male. È una forma inevitabile di semplificazione. Diventa tossica quando smette di essere uno strumento per capire e diventa uno strumento per appartenere. Quando non serve più a cercare la verità, ma a segnalare identità. Quando trasforma problemi complessi in drammi morali con personaggi fissi: vittime permanenti, colpevoli permanenti, salvatori permanenti. Il punto non è stabilire quali temi siano “giusti” o “sbagliati”. Il punto è capire quando il modo in cui li trattiamo smette di essere scientifico — e diventa ideologico.

Il metodo come linea di demarcazione

La scienza non è un insieme di risposte definitive. È un metodo: basato su prove, falsificabilità, autocorrezione e gestione esplicita dell’incertezza  . Questo metodo non garantisce infallibilità. Garantisce qualcosa di più prezioso: la possibilità di correggersi.

Le narrazioni tossiche condividono una caratteristica comune: non si lasciano correggere. Sono impermeabili alla smentita. Ogni fatto contrario viene riassorbito come conferma. Ogni dubbio viene interpretato come ostilità morale. È qui che il metodo si interrompe.

Clima: tra apocalisse e negazione

Il cambiamento climatico è un fatto fisico robustamente documentato. Ma attorno a questo fatto si sono costruite due narrazioni speculari e tossiche.

La prima è apocalittica: “Siamo già oltre il punto di non ritorno, chi discute costi e alternative è complice del disastro.” La seconda è identitaria: “È un’esagerazione costruita per controllare l’economia.”

Entrambe tradiscono il metodo. La prima confonde diagnosi e terapia: la scienza può stabilire che esiste un problema; non può decretare quale politica sia moralmente obbligatoria senza analisi dei trade-off. La seconda ignora il principio basilare secondo cui una teoria deve essere falsificabile: negare sistematicamente l’evidenza accumulata non è scetticismo, è rifiuto della prova.

La postura scientifica è più esigente. Chiede: quali politiche riducono le emissioni in modo misurabile? Con quali costi? Con quali effetti distributivi? Con quali incentivi? Non cerca purezza morale, ma efficacia empirica.

Disuguaglianza: tra struttura onnipotente e responsabilità nulla

La disuguaglianza è un tema legittimo e complesso. Ma anche qui la narrazione tende a polarizzarsi.

Da un lato: “Ogni differenza è il prodotto di un sistema oppressivo.” Dall’altro: “Ogni differenza è il risultato di scelte individuali.”

Entrambe le versioni falliscono sul piano metodologico. La prima spesso confonde correlazione e causalità, ignora variabili confondenti  e trasforma categorie sociali in essenze morali. La seconda cancella il ruolo dei contesti, delle reti, degli shock, dell’accesso alle opportunità.

Il metodo impone domande più precise: disuguaglianza di cosa? Reddito, ricchezza, consumi? In quale arco temporale? In quali coorti? Con quali strumenti di misura? È un problema di mediana o di coda della distribuzione? 

La realtà sociale è quasi sempre probabilistica e contributoria, non deterministica. Le cause non sono necessarie né sufficienti: aumentano probabilità. Chi pretende spiegazioni totali sta già tradendo la complessità.

Genere e identità: quando la categoria diventa destino

Le discriminazioni esistono. Negarlo sarebbe antiscientifico. Ma altrettanto antiscientifico è trasformare ogni esito differente in prova automatica di oppressione.

Quando una teoria spiega qualsiasi risultato possibile, smette di essere informativa. Se qualunque differenza conferma l’ipotesi, non esiste più un criterio di smentita. È la violazione più grave del principio di falsificabilità. A questo si aggiunge il bias di conferma, amplificato dagli algoritmi  . In una filter bubble, ogni informazione sembra confermare ciò che già crediamo. La narrativa si autoalimenta. Il dissenso viene interpretato come aggressione morale.

Il metodo impone un esercizio più difficile: cercare attivamente prove contrarie. Chiedersi quali dati mi farebbero cambiare idea. Distinguere tra gap grezzi e gap aggiustati. Non ridurre l’individuo alla categoria.

AI e lavoro: il fascino del determinismo

L’intelligenza artificiale è forse il terreno più fertile per le narrazioni estreme.

Da un lato: “Scompariranno quasi tutti i lavori.” Dall’altro: “La tecnologia risolve sempre tutto.”

Entrambe le affermazioni sono premature. La storia economica mostra distruzione e creazione simultanea di compiti, adattamenti istituzionali, trasformazioni graduali. L’AI non è una forza naturale inevitabile: i suoi effetti dipendono da politiche, regole, incentivi, distribuzione del potere.

In più, i Large Language Models producono testo plausibile anche quando non dispongono di informazioni corrette  . La fluenza non è prova. La sicurezza retorica non è evidenza. Il metodo chiede dati longitudinali, replicazioni, analisi di impatto. Non profezie.

Stato e protezione: tra salvezza totale e rifiuto totale

Anche il dibattito sul ruolo dello Stato oscilla tra due eccessi.

“La politica deve proteggere tutti da ogni rischio.” “Ogni intervento pubblico genera dipendenza e distorsione.”

Entrambe le posizioni ignorano gli incentivi  . Ignorano che le politiche producono effetti comportamentali. Ignorano che le risorse sono finite. Ignorano che la significatività statistica non equivale alla rilevanza pratica  .

La domanda scientifica non è “Stato sì o no”. È: quale strumento? Con quale disegno? Con quale valutazione controfattuale? Con quali effetti misurabili?

Declinismo e ottimismo cieco

Viviamo anche sotto due narrazioni opposte sullo stato del mondo.

Una è declinista: “È tutto peggio di prima.” L’altra è ingenuamente progressista: “I dati mostrano miglioramenti, quindi i problemi attuali sono esagerati.”

Entrambe soffrono dell’euristica della disponibilità  e della selezione opportunistica degli indicatori. Il metodo richiede di guardare serie storiche, distribuzioni, comparazioni internazionali. E di accettare l’incertezza. Accettare l’incertezza non è debolezza. È maturità epistemica.

La tossicità come rifiuto della revisione

Una narrazione diventa tossica quando:

– non è falsificabile;

– moralizza il dissenso;

– ignora variabili confondenti;

– confonde rischio relativo e assoluto  ;

– seleziona solo le prove favorevoli;

– si diffonde per engagement, non per robustezza empirica;

– non si aggiorna alla luce di nuove evidenze.

La scienza è fragile, ma è fragile in modo virtuoso: si espone alla smentita. Le narrazioni tossiche sono robuste in modo vizioso: non si lasciano toccare dai fatti.

Una competenza civica, non accademica

Il punto finale è questo: il pensiero scientifico non è un lusso per ricercatori. È una competenza civica  . In una democrazia, la qualità delle decisioni collettive dipende dalla capacità di distinguere prove da opinioni, correlazione da causalità, significatività da rilevanza, rischio relativo da rischio assoluto.

Non serve sostituire una narrazione con un’altra. Serve sostituire la certezza tribale con la domanda esigente. Non: “Chi ha ragione?” Ma: “Quali sono le prove? Quanto sono forti? Quali alternative sono state escluse? Quali incentivi sono in gioco? Cosa mi farebbe cambiare idea?”

Pensare come uno scienziato non elimina il conflitto. Ma lo disciplina. E in un’epoca in cui le convinzioni si diffondono più velocemente delle verifiche, questa disciplina è una forma di libertà. Ed è, forse, l’unica vera alternativa alle narrazioni tossiche del nostro tempo.