La realtà che non vediamo

Noi esseri umani percepiamo il mondo attraverso un insieme limitato di sensi. Vista, udito, tatto, olfatto, gusto. A questi si aggiungono sistemi più sottili, come la propriocezione (percezione corporea interna) o il senso dell’equilibrio. Ma rimane un fatto fondamentale: ciò che chiamiamo “realtà” è, in larga parte, una costruzione basata su ciò che i nostri sensi riescono a captare e il nostro cervello riesce a interpretare.

La domanda allora diventa inevitabile: cosa ci stiamo perdendo?

Vediamo solo una piccola porzione dello spettro elettromagnetico. Non vediamo l’infrarosso, l’ultravioletto, le onde radio, i raggi X. Molti animali percepiscono dimensioni sensoriali che per noi semplicemente non esistono: campi magnetici, variazioni elettriche, vibrazioni impercettibili. Per un serpente, il mondo è anche fatto di calore. Per un uccello migratore, è attraversato da linee magnetiche. Per noi, no. Questo significa che la nostra esperienza del mondo non è una fotografia oggettiva, ma un’interfaccia evolutiva. I nostri sensi non si sono sviluppati per dirci “come è fatto l’universo”, ma per permetterci di sopravvivere e riprodurci. In altre parole, percepiamo ciò che è stato utile percepire.

Ma la limitazione non è solo sensoriale. È anche temporale. Non percepiamo direttamente i fenomeni che avvengono in microsecondi, né quelli che si sviluppano in milioni di anni. Siamo calibrati su una finestra temporale molto ristretta: quella della nostra scala di vita. La geologia, l’evoluzione, i processi cosmici esistono, ma non appartengono alla nostra esperienza immediata. Li comprendiamo attraverso modelli, strumenti, inferenze. Non li vediamo accadere.

C’è poi una limitazione più sottile: tendiamo a percepire oggetti, entità separate, confini netti. Un albero, un tavolo, una persona. Eppure, la fisica e la biologia suggeriscono che il mondo è fatto molto più di processi e relazioni che di oggetti stabili. Le “cose” sono nodi temporanei in reti di interazioni. Forse ciò che ci perdiamo non è solo informazione, ma un modo diverso di strutturare la realtà: meno centrato sugli oggetti, più sulle relazioni.

Un’altra zona d’ombra riguarda l’esperienza altrui. Non possiamo percepire direttamente la coscienza degli altri. Possiamo osservare comportamenti, ascoltare parole, inferire emozioni. Ma il vissuto soggettivo resta inaccessibile. È una parte della realtà che esiste, ma a cui non abbiamo accesso diretto. Anche questa è una forma di cecità strutturale.

La scienza ha ampliato enormemente i nostri confini percettivi. Telescopi, microscopi, sensori, modelli matematici ci permettono di “vedere” oltre i limiti biologici. Ma resta una differenza tra comprendere e percepire. Possiamo descrivere un fenomeno quantistico con precisione matematica, ma non possiamo farne esperienza diretta. Non entra nella nostra fenomenologia quotidiana.

Forse la cosa più importante che ci perdiamo è la consapevolezza stessa della nostra parzialità. Tendiamo a scambiare la nostra interfaccia per la totalità del reale. Dimentichiamo che viviamo dentro una finestra molto stretta di possibilità percettive e cognitive.

Riconoscere questo limite non è una forma di scetticismo paralizzante. È, al contrario, un esercizio di umiltà epistemica. Ci ricorda che la conoscenza è sempre mediata, che l’esperienza è filtrata, che la realtà potrebbe essere immensamente più ricca di ciò che possiamo vedere.

In fondo, non ci perdiamo solo “pezzi” di realtà. Ci perdiamo forse interi modi di essere al mondo. Ed è proprio questa consapevolezza che rende la ricerca scientifica, filosofica e umana così affascinante: è il tentativo continuo di allargare, anche di poco, quella finestra.

Non è solo un cappello: quando all’università nessuno vede il disegno

Nel Piccolo Principe un bambino mostra agli adulti un disegno che per lui rappresenta chiaramente un boa che ha inghiottito un elefante. Gli adulti, tutti, vedono soltanto un cappello. Non perché siano stupidi o distratti, ma perché guardano con categorie diverse. Non riescono più a vedere ciò che non rientra nelle loro mappe mentali. Questa scena descrive con sorprendente precisione ciò che accade oggi in molte aule universitarie. Gli studenti arrivano spesso con tre grandi mancanze strutturali.

Nel passato, conoscenze di base insufficienti, frammentate, spesso dimenticate.

Nel presente, una motivazione debole o puramente strumentale: superare l’esame, accumulare crediti.

Nel futuro, un’assenza quasi totale di visione: non sanno che lavoro faranno, che ruolo avranno, perché ciò che studiano dovrebbe contare davvero.

In queste condizioni, insegnare diventa estremamente difficile. Talvolta, semplicemente impossibile. Il professore entra in aula con una mappa ricca: concetti astratti, relazioni teoriche, modelli che si tengono insieme, applicazioni che aprono domande. Lo studente entra senza una mappa, o con pezzi sparsi che non comunicano tra loro. Non è solo una distanza di preparazione. È una distanza di senso.

Le scienze cognitive lo mostrano con chiarezza: l’apprendimento non è trasmissione di informazioni, ma integrazione di significato. Senza conoscenze pregresse solide, senza un orizzonte futuro che renda rilevante ciò che si studia, i contenuti non si agganciano. Restano superficiali, vengono memorizzati in modo fragile e rapidamente dimenticati. In altre parole: il professore mostra un disegno complesso, lo studente non vede né il boa né il cappello. Spesso non vede nulla. Di fronte a questo scenario, molti professori attenti e responsabili reagiscono in modo comprensibile. Abbassano il livello. Semplificano i contenuti. Banalizzano gli esempi. Facilitano gli esercizi. Riducono applicazioni e casi studio.

L’obiettivo è includere, non lasciare indietro nessuno, rendere il corso “accessibile”. Ma il prezzo di questa scelta è alto. La qualità del corso si abbassa. Il valore per gli studenti più preparati e motivati si riduce drasticamente.

Il valore aggiunto dell’università, ciò che dovrebbe distinguerla da qualunque altra forma di istruzione, si assottiglia fino quasi a scomparire. Il rischio è sistemico: eliminare la complessità, evitare la fatica cognitiva, rinunciare alla costruzione di idee. E quando questo accade, il lavoro diventa meno produttivo per tutti. Anche per chi si voleva aiutare. Semplificare non equivale a insegnare meglio. Spesso equivale solo a togliere ciò che rende l’apprendimento trasformativo.

L’università dovrebbe usare il tempo dei professori e degli studenti per fare tre cose precise: creare idee, far acquisire concetti, sviluppare abilità. Capacità di ragionare, collegare, argomentare, trasferire conoscenze in contesti nuovi. Questo è il suo valore distintivo. E invece sempre più spesso accade qualcosa di paradossale: si fa finta di insegnare e si fa finta di imparare. Come se si chiedesse a studenti ciechi di “toccare qualcosa”, sperando che il semplice contatto basti a generare comprensione.

Tornando al Piccolo Principe, il problema non è che gli studenti vedano un cappello invece del boa. Il problema è che non hanno ancora imparato a vedere. La soluzione, però, non è cancellare il disegno. Non è semplificarlo fino a renderlo irriconoscibile. È creare le condizioni perché lo studente possa costruire, passo dopo passo, una mappa che gli permetta finalmente di guardare. Questo significa lavorare sulle basi mancanti, esplicitare il senso di ciò che si studia, mostrare connessioni con il futuro possibile. Richiede tempo, intenzionalità, e una didattica coerente che non rinunci all’ambizione. Perché insegnare all’università non è adattarsi al livello più basso. È aiutare chi non vede ancora a sviluppare gli strumenti per vedere.

E solo così il disegno torna a essere ciò che dovrebbe essere: non un cappello innocuo, ma un boa che costringe a pensare.

Strategia

Questa immagine sotto propone un’idea di strategia sorprendentemente semplice: la strategia non è un piano complicato, ma un ponte chiaro tra il presente e un futuro desiderato.

Tutto parte dal “current”, da dove siamo oggi, e arriva al “future”, dove vogliamo arrivare. In mezzo non c’è una lista infinita di iniziative, ma poche scelte chiave. La strategia serve esattamente a questo: decidere cosa conta davvero.

Il primo passo è il perché del cambiamento. Prima ancora di parlare di obiettivi o soluzioni, bisogna saper incorniciare il problema e la sua urgenza. Qual è il vero nodo, non il sintomo? Cosa succede se non cambiamo nulla? Una buona strategia nasce quando il bisogno di cambiare è chiaro, condiviso e difficile da ignorare.

Il secondo passo è chiarire cosa significa vincere. Il futuro non è una direzione vaga, ma un’ambizione precisa: un risultato concreto, misurabile, con un orizzonte temporale chiaro. È la “north star”, l’esito attorno a cui le persone possono allinearsi. Senza questa chiarezza, ogni sforzo rischia di disperdersi.

Solo a questo punto entra in gioco il come. La strategia non è fare tutto, ma scegliere poche “big boulder choices”: 3–5 decisioni forti che definiscono il percorso verso l’obiettivo. Devono essere scelte diverse da ciò che si è fatto finora, sufficientemente focalizzate da guidare l’allocazione di tempo, persone e risorse. Qui la strategia diventa concreta.

Il messaggio di fondo è potente: la strategia non è complessità, è sottrazione. È dire no a molte cose per poter dire sì a quelle che contano davvero. È rendere esplicito il perché, il cosa e il come, in quest’ordine. Quando questi tre elementi sono allineati, la strategia smette di essere un documento e diventa una storia chiara che orienta le decisioni quotidiane.

Teorema di Stokes, scopo della vita e genitorialità

Il teorema di Stokes è una delle idee più profonde della matematica moderna, non tanto per la sua formula, quanto per la visione del mondo che suggerisce.

In termini semplici (e imprecisi), Stokes dice che ciò che accade sul bordo di una superficie è interamente determinato da ciò che accade al suo interno. Il comportamento globale, visibile e sintetico, non è qualcosa di aggiunto dall’esterno: è il risultato necessario delle dinamiche locali. Il bordo non comanda l’interno, ma lo rende leggibile.

Questa struttura ha implicazioni filosofiche forti, soprattutto sul piano teleologico. In Stokes, il “fine” non è una causa che guida il processo. Il risultato finale non precede ciò che accade, non lo orienta, non lo governa. Al contrario, il fine emerge come riassunto coerente di ciò che è avvenuto punto per punto. È una teleologia immanente: il senso nasce dal processo, non da un progetto.

Questo indebolisce l’idea di una finalità imposta dall’alto e rafforza una visione anti-dualista del mondo. Non c’è separazione tra meccanismo e significato, tra locale e globale, tra causa ed esito. Il senso non sta altrove: è già inscritto nelle relazioni interne. Il limite, il bordo, non crea il significato, ma lo manifesta.

Se spostiamo questa intuizione sul piano dell’esperienza umana, emerge una metafora potente per pensare la generazione e il fatto di avere figli.

Avere figli non significa realizzare uno scopo esterno, né completare un progetto, né “dare un senso” alla vita dall’esterno. Come nel teorema di Stokes, non si impone un fine: si trasmette una struttura. I figli sono uno dei modi principali attraverso cui ciò che siamo interiormente – valori, abitudini, modi di stare al mondo – attraversa un confine temporale e si rende visibile oltre la nostra vita.

In questo senso, i figli non sono un fine, ma un passaggio. Non sono il risultato da ottimizzare, ma il bordo attraverso cui il flusso della vita continua. Il senso non nasce dal controllo dell’esito, ma dalla continuità del processo.

Questo chiarisce anche perché la generazione è così strettamente legata alla finitezza. Ogni vita ha un limite. Il bordo è inevitabile. Avere figli non è un tentativo di negare questo limite, ma uno dei modi (non l’unico) di abitarlo in modo coerente: io finisco, ma ciò che ho messo in moto continua secondo regole che non controllo più.

Da qui deriva l’importanza esistenziale, ma non l’obbligo morale. Come il teorema di Stokes vale solo quando c’è una superficie con un bordo, così non tutte le vite devono necessariamente articolarsi attraverso la genitorialità. Tuttavia, questa prospettiva spiega perché, per molti, avere figli è percepito come profondamente significativo: perché rende visibile l’unità tra ciò che si è stati e ciò che verrà, senza bisogno di uno scopo imposto, di una promessa di immortalità o di una giustificazione esterna.

Nietzschean Economics

Nietzsche described the universe as the manifestation of an underlying force which he called will to power. For him, an “insatiable desire to manifest power” is the essence of the universe, and all living things have the same goal, growth. He wrote: “every living thing does everything it can not to preserve itself but to become more.” And to grow and expand, individuals establish for themselves lofty goals that they will (probably) never reach. Aiming high requires overwhelming efforts and the willingness to “risk every danger”. Pain, suffering, and being thwarted in one’s attempts to accomplish a goal are the preconditions for growth and hence an increase in one’s power. [Link to the book] 

I have always been fascinated by this idea that individuals are living in a constant desire of self overcoming and yesterday I had the chance to read an interesting debate between Richard Robb and James Heckman. In three articles (see below) they discuss if will to power is compatible with our rational choice theory.

Robb claims that economic models cannot incorporate the Nietzschean concepts and give some examples of individuals getting “utility” not only from the output of an activity but also from the exploration and the effort exerted in that activity. Agents have a “preference” for struggling. For instance, if people go to the gym, if they suffer below cold metallic machines, and they feel pain in all the parts of their bodies is not (only) because they expect a health benefit in the long run, but because they enjoy the experience. Robb also discusses the unconscious nature of human motives and the capacity of humans to rationalize the consequences of choices after a choice is made.

Heckman replied by showing how “overcoming” might be incorporated into standard utility functions and challenge Robb asking what may be the benefit for economics from investigation into the motives underlying human action.

 

 


Please note that this page contains affiliate links and any sales made through such links will reward me a small commission – at no extra cost for you. Thanks for your support!