Le nostre preferenze sono davvero “nostre”?
Ci piace pensare che le differenze tra le persone dipendano, almeno in parte, da chi siamo. C’è chi è più paziente e chi vuole tutto subito. Chi ama il rischio e chi lo evita. Chi è più generoso, chi più competitivo, chi attribuisce maggiore importanza all’uguaglianza e chi all’efficienza. Queste differenze contano. Possono influenzare quanto studiamo, quanto risparmiamo, il lavoro che scegliamo, se diventiamo imprenditori, come investiamo, quanto ci prendiamo cura della nostra salute e perfino come ci comportiamo con gli altri. Per un economista, quindi, studiare le preferenze individuali è un modo potente per capire perché persone diverse, davanti a situazioni simili, prendano decisioni diverse.
Ma c’è una domanda precedente, e forse ancora più interessante: da dove vengono quelle preferenze?
Immaginiamo due bambini. Uno cresce in una famiglia economicamente sicura. Può provare attività diverse, sbagliare senza conseguenze troppo gravi, viaggiare, conoscere persone differenti, aspettare una ricompensa futura senza preoccuparsi troppo del presente. L’altro cresce in un ambiente nel quale le risorse sono scarse, gli imprevisti frequenti e le possibilità di scelta molto più limitate. Anni dopo potremmo scoprire che il primo è più paziente, più disposto ad affrontare alcuni rischi o più fiducioso negli altri. E potremmo dire: “Hanno preferenze diverse”. Vero. Ma la storia non finisce lì. Quelle preferenze potrebbero essere, almeno in parte, il risultato delle diverse esperienze che hanno avuto.
La ricerca economica offre sempre più esempi di questo tipo. Esperienze educative possono aumentare la pazienza dei bambini. Relazioni con adulti di riferimento possono modificare comportamenti prosociali. Crisi economiche, catastrofi naturali e altre esperienze importanti possono lasciare tracce durature nel modo in cui le persone percepiscono e accettano il rischio. Questo significa che una preferenza può essere molto stabile senza essere necessariamente innata. Può essere stabile proprio perché una lunga storia di esperienze l’ha resa tale.
Ed è qui che la questione diventa particolarmente interessante. Perché, crescendo, non siamo soltanto esposti alle esperienze: iniziamo anche a sceglierle. Una persona più propensa al rischio può scegliere di fare l’imprenditore. L’esperienza imprenditoriale può poi modificarne ulteriormente il rapporto con il rischio. Una persona più paziente può investire maggiormente nell’istruzione. Questo le apre nuove opportunità, nuovi ambienti sociali e nuove esperienze che possono rafforzare ulteriormente il suo orientamento verso il futuro. Le preferenze influenzano le scelte. Ma le scelte influenzano le esperienze. E le esperienze possono, a loro volta, modificare le preferenze. Si crea così un circolo: circostanze → esperienze → preferenze → scelte → nuove esperienze → nuove preferenze.
Questa idea complica molto una distinzione che utilizziamo spesso quando parliamo di disuguaglianza: quella tra circostanze e responsabilità personale. Siamo generalmente inclini a considerare ingiuste le differenze dovute a condizioni che una persona non ha scelto: la famiglia in cui nasce, il luogo di nascita, le opportunità educative disponibili. Siamo invece più disposti ad accettare differenze che derivano dalle sue scelte.
Ma cosa succede quando le scelte dipendono da preferenze che sono state, a loro volta, influenzate dalle circostanze? Supponiamo che due persone decidano diversamente quanto investire nella propria istruzione. Una è molto orientata verso il futuro. L’altra attribuisce molto più peso al presente. Possiamo certamente dire che hanno fatto scelte diverse. Ma se la loro diversa capacità di aspettare una ricompensa futura è stata parzialmente prodotta dalle condizioni nelle quali sono cresciute, diventa molto più difficile stabilire dove finiscono le circostanze e dove comincia la responsabilità individuale.
Questo non significa che le persone non abbiano responsabilità. E non significa nemmeno che tutte le preferenze siano determinate dall’ambiente. Significa qualcosa di più semplice e, credo, più importante: circostanze e scelte non sono due mondi separati. La nostra capacità di scegliere si costruisce nel tempo. Le opportunità che abbiamo oggi dipendono in parte dalle scelte fatte ieri. Ma le scelte di ieri dipendevano dalle opportunità, dalle esperienze e dalle preferenze che avevamo allora.
Per questo la domanda più interessante non è soltanto: “Perché persone diverse fanno scelte diverse?” Dovremmo chiederci anche: “Perché sono diventate persone che desiderano cose diverse?” Questa domanda cambia anche il modo in cui possiamo pensare alla giustizia sociale.
Una società giusta non dovrebbe avere l’obiettivo di rendere tutti uguali, né di produrre persone con le stesse preferenze. L’eterogeneità è parte della libertà. Ma forse l’uguaglianza delle opportunità dovrebbe significare qualcosa di più del semplice mettere due persone davanti alla stessa porta aperta. Dovremmo preoccuparci anche delle opportunità che hanno avuto, nel corso della vita, di conoscere porte diverse, di attraversarle, di tornare indietro, di sbagliare e di cambiare idea. In altre parole, non conta soltanto avere la libertà di scegliere. Conta anche avere avuto una possibilità sufficientemente equa di diventare la persona che effettua quella scelta.