L’orchestra

Il pomeriggio era freddo, di quel freddo d’ottobre che non ha ancora il coraggio dell’inverno ma già ne imita la severità. L’aria entrava dai portoni socchiusi del teatro come un animale sottile, strisciando lungo i corridoi, infilando le dita tra le sciarpe, sotto i cappotti, dentro le custodie degli strumenti.

Il violinista arrivò con qualche minuto d’anticipo.

Portava il violino sulla spalla sinistra, dentro una custodia consumata agli angoli, con gli adesivi mezzo staccati di città lontane: Vienna, Buenos Aires, Praga, Tokyo, Rotterdam. Non li aveva messi per vanità. Ogni adesivo era il ricordo di una stanza, di un direttore difficile, di un collega generoso, di una notte passata a studiare una frase che non voleva uscire, di un applauso arrivato quando ormai non ci sperava più.

Aveva suonato in orchestre grandi e piccole, in sale luminose e in teatri dove l’umidità saliva dal pavimento. Aveva imparato che nessuna orchestra è perfetta, che ogni insieme umano porta con sé una quota inevitabile di ritardo, stanchezza, orgoglio, paura. Aveva imparato anche che, quando molti respirano nello stesso istante, quando l’arco scende insieme agli altri archi, quando il suono trova una direzione comune, allora persino una nota semplice può diventare necessaria.

Ora tornava nella sua città.

Non ci tornava per nostalgia, o almeno non soltanto. Ci tornava perché sentiva di avere qualcosa da restituire. Aveva imparato altrove l’arte paziente dell’ascolto, la disciplina del silenzio prima dell’attacco, l’umiltà di non suonare più forte solo perché si sa suonare meglio. E pensava che forse, nella sua città, tutto questo potesse servire.

Il teatro gli parve più piccolo di come lo ricordava. Da ragazzo lo aveva guardato dal loggione, con le mani appoggiate alla balaustra, sognando di essere laggiù, tra i leggii, in mezzo a quella foresta ordinata di strumenti. Ora attraversava il corridoio laterale cercando di non fare rumore.

C’erano altri musicisti in attesa. Alcuni accordavano distrattamente. Altri fissavano il telefono. Qualcuno parlava a voce bassa, con quella finta indifferenza che precede le audizioni e che tradisce più ansia di un tremore.

Lui sorrise a una violoncellista, che gli rispose con un cenno appena percettibile. Poi cercò un posto dove appoggiare la custodia. Ne scelse uno vicino al muro, ma si accorse subito che ingombrava il passaggio. La spostò. Poi vide che era troppo vicino al termosifone. La spostò ancora. Alla fine la mise su una sedia libera, ma appena lo fece arrivò un uomo con un clarinetto che disse:

“Scusa, lì ero io.”

“Certo, scusami,” rispose lui.

Prese la custodia, si voltò, urtò con il gomito un leggio pieghevole, che cadde con un rumore metallico sproporzionato. Alcuni si voltarono. Lui arrossì.

“Mi dispiace.”

Nessuno disse nulla. Qualcuno sorrise. Qualcuno no.

Si sentì improvvisamente goffo, come se gli anni passati a suonare nel mondo fossero evaporati in quel corridoio freddo. Aveva diretto sezioni, sostenuto prime parti, fatto tournée estenuanti, suonato davanti a pubblici severissimi. Eppure lì, nella sua città, gli sembrava di essere tornato il ragazzo che non sapeva dove mettere le mani.

Quando chiamarono il suo nome, entrò.

La sala era semibuia. Sul palco c’erano alcune sedie, tre leggii, un tavolo dietro cui sedevano i membri della commissione. Non li vedeva bene: controluce, immobili, con le penne in mano. Sopra di loro, il lampadario spento sembrava un grande grappolo di vetro appeso al silenzio.

Fece un inchino breve. Aprì la custodia. Prese il violino.

Il legno era freddo sotto il mento. Tirò l’arco sulle corde vuote, cercando il centro del suono. Il la gli parve stabile, ma il mi aveva qualcosa di metallico. Lo aggiustò appena.

“Quando vuole,” disse una voce.

Cominciò.

Le prime battute gli uscirono come le aveva pensate: non perfette, ma vive. Aveva scelto un passaggio non virtuosistico, o almeno non soltanto. Voleva mostrare che sapeva stare dentro una frase, che sapeva lasciare spazio, che non cercava di impressionare ma di dire qualcosa. Il suono salì verso la platea vuota e gli tornò indietro più asciutto di quanto si aspettasse.

Poi, a metà, il dito scivolò appena in un cambio di posizione. Una nota risultò più alta. Non molto, ma abbastanza perché lui la sentisse come una macchia. Subito dopo anticipò un attacco di una frazione di secondo. Recuperò. Respirò. Continuò.

Pensò: non combattere il pezzo, accompagnalo.

La mano destra si rilassò. Il fraseggio tornò naturale. Nell’ultima pagina riuscì a trovare una delicatezza che non aveva trovato nemmeno studiando. Una specie di calma, nonostante il cuore rapido.

Quando finì, restò immobile un istante. Poi abbassò l’arco.

Dalla commissione arrivò un mormorio, qualche foglio spostato.

“Grazie.”

“Grazie a voi.”

Uscì con un senso strano di sollievo. Non aveva suonato senza errori. Ma aveva suonato onestamente. Aveva fatto del suo meglio con quello che era in quel pomeriggio preciso: un uomo infreddolito, timido, emozionato, pieno di memoria e di speranza.

Nel corridoio respirò più profondamente. Gli parve persino che il teatro fosse meno freddo.

Le audizioni continuarono. Per una ragione che non capì bene, forse perché mancava qualcuno alla segreteria o perché il teatro quel giorno era in disordine, gli permisero di restare in una saletta da cui si potevano rivedere le registrazioni delle prove. Non era previsto, ma nessuno gli disse di andare via. E lui rimase.

All’inizio guardò se stesso.

Fu meno terribile di quanto temeva. Vide le spalle un po’ rigide entrando, il sorriso incerto, il modo impacciato in cui sistemava lo spartito. Sentì l’errore d’intonazione, più piccolo di come lo aveva immaginato. Sentì l’attacco anticipato. Ma sentì anche il suono, e in quel suono riconobbe anni di fatica. Non era un suono giovane, non era brillante come una promessa. Era un suono attraversato. Gli piacque.

Poi cominciò a guardare gli altri.

Alcuni suonavano bene. Davvero bene. Un oboe con un timbro chiaro, quasi umano. Una viola dal suono scuro, capace di dare peso anche a due note di accompagnamento. Un contrabbassista anziano che non cercava mai il centro della scena ma lo teneva in piedi, come si tiene in piedi un muro maestro.

Eppure qualcosa non tornava.

C’erano musicisti bravi che suonavano come se fossero soli. Non nel senso nobile della solitudine, quella concentrazione assoluta che a volte serve per entrare nella musica. No. Suonavano da soli perché non guardavano nessuno, non ascoltavano nessuno, non sembravano avere alcun interesse per ciò che accadeva intorno. Facevano il proprio pezzo, correttamente, persino elegantemente, ma come se l’orchestra fosse un fastidio necessario.

Poi notò due violinisti.

Erano seduti nella fila di sinistra, durante una prova d’insieme registrata la settimana precedente. All’inizio pensò che fossero semplicemente in difficoltà. Entravano leggermente dopo, poi leggermente prima. Sporcavano gli attacchi. Rendevano molle una frase che avrebbe dovuto camminare. Ma riguardando il passaggio si accorse che non era incapacità.

Era volontà.

Si guardavano appena, con un mezzo sorriso, e poi spostavano l’arco quel tanto che bastava per non essere accusati apertamente, ma abbastanza da rovinare l’impasto. Non sabotavano con clamore. Sabotavano con precisione. Una precisione meschina, microscopica, vigliacca.

Il violinista si avvicinò allo schermo.

“Non può essere,” mormorò.

Mandò indietro il video. Lo rivide.

Sì. Era così.

Uno dei due, in un punto scoperto, fece persino il gesto dell’arco senza appoggiarlo davvero sulla corda. Da lontano sembrava suonare. Da vicino si vedeva che fingeva. Poco dopo, un altro nella fila dietro fece lo stesso. Il braccio si muoveva, il corpo accompagnava, ma dal suo violino non usciva nulla.

Un freddo più profondo di quello del pomeriggio gli arrivò nello stomaco.

Chiese se esistessero riprese dall’alto.

La ragazza alla postazione tecnica lo guardò sorpresa.

“Dall’alto?”

“Sì. Una camera di sala, magari per l’archivio. Vorrei vedere l’orchestra intera.”

Lei esitò. Poi cercò tra i file.

“C’è questa. Non è granché.”

La aprì.

L’immagine era fissa, presa da una balconata. Si vedeva tutto il palco: archi, fiati, ottoni, percussioni, il direttore al centro. Da quella distanza i volti erano meno importanti. Restavano i movimenti, le posture, le relazioni invisibili.

E allora vide.

Vide che molti strumenti erano rotti.

Non rotti in modo spettacolare. Non violini spaccati in due o trombe senza campana. Rotti quel tanto che bastava per rendere impossibile un suono buono. Un ponticello storto. Una corda sfilacciata. Un archetto senza crini sufficienti. Una chiave del clarinetto che non chiudeva. Un timpano scordato e lasciato lì, come se il problema non riguardasse nessuno.

Vide musicisti che tenevano gli strumenti come oggetti presi in prestito da poco, senza confidenza, senza cura. Vide leggii traballanti, spartiti mescolati, pagine mancanti. Alcuni suonavano da una parte del brano, altri da un’altra. Qualcuno seguiva una partitura vecchia. Qualcuno non seguiva nulla.

Vide una flautista controllare continuamente lo schermo del telefono, entrando solo quando le sembrava che fosse il momento. Vide un trombone parlare con il vicino durante un passaggio dei violini. Vide tre archi muovere il braccio con tale vaghezza che il gesto non apparteneva né alla musica né al silenzio. Vide una percussionista arrivare in ritardo al proprio colpo e poi ridere, non per imbarazzo ma per disinteresse.

Molti sembravano capitati lì per caso.

Non cattivi, non necessariamente incapaci. Soltanto estranei a ciò che avrebbero dovuto fare. Come persone entrate in una stazione sbagliata, salite su un treno sbagliato, arrivate su un palco sbagliato, e rimaste lì perché nessuno aveva chiesto loro davvero perché.

Il direttore batteva il tempo.

Ma il tempo non passava da lui agli altri. Si spezzava a metà strada, cadeva tra le sedie, si perdeva sotto i leggii. Ogni sezione sembrava abitare una stanza diversa. I primi violini correvano, i secondi trattenevano, le viole cercavano di mediare senza convinzione. I fiati entravano come commenti a un discorso che non avevano ascoltato. Gli ottoni coprivano, poi sparivano. Il basso non fondava nulla. Il ritmo non sosteneva. Il suono non andava da nessuna parte.

Era terribile.

Non semplicemente brutto. Il brutto può essere sincero, può avere una dignità. Quello invece era un suono senza patto. Non c’era una promessa condivisa dietro le note. Non c’era nemmeno il fallimento di un’intenzione comune. Ognuno suonava a modo suo un pezzo che non era lo stesso.

Il violinista rimase davanti allo schermo, con le mani nelle tasche del cappotto.

Pensò alle orchestre lontane in cui aveva suonato. Anche lì c’erano stati rancori, vanità, rivalità. Anche lì aveva visto prime parti crudeli, direttori confusi, amministrazioni distratte, musicisti stanchi. Ma quasi sempre, quando iniziava la musica, qualcosa accadeva. Una fragile tregua. Una disciplina minima. La consapevolezza che il suono di uno entrava nel suono dell’altro, e dunque nessuno era innocente da solo.

Qui no.

Qui ciascuno sembrava difendere il proprio diritto a non appartenere.

Gli tornò in mente una frase detta anni prima da un vecchio maestro a Praga. Erano in prova, e i violini suonavano un passaggio con eccessiva libertà. Il maestro aveva fermato tutti e aveva detto, senza alzare la voce:

“La musica da camera insegna l’amicizia. L’orchestra insegna la responsabilità.”

Allora gli era sembrata una frase elegante. Adesso gli sembrò una condanna.

Perché lì non mancava soltanto la bravura. Mancava la responsabilità del suono comune. Mancava la vergogna di rovinare il lavoro dell’altro. Mancava la cura minima per il proprio strumento, per la propria parte, per il silenzio da cui ogni nota dovrebbe nascere.

E mancava forse anche la solitudine.

Questa fu la cosa che lo colpì di più.

All’inizio aveva pensato che tutti suonassero da soli. Ma guardando meglio capì che non era vera solitudine. La solitudine richiede un centro. Richiede ascolto interiore, disciplina, una stanza segreta in cui si incontra se stessi prima di incontrare gli altri. Quei musicisti non erano soli. Erano dispersi.

Nessuno cercava la solitudine perché forse nemmeno c’era.

C’era soltanto separazione. C’erano corpi vicini e intenzioni lontane. C’erano sedie allineate e anime fuori posto. C’era il gesto collettivo dell’orchestra senza l’orchestra.

La ragazza alla postazione tecnica abbassò il volume, forse per pietà.

Lui però fece cenno di no.

“Lascialo.”

Voleva sentirlo fino in fondo.

Il brano proseguì con fatica, sfilacciandosi sempre di più. A un certo punto il tema passò ai violini. Avrebbe dovuto alzarsi come una domanda chiara sopra il resto dell’orchestra. Invece uscì storto, tremante, diviso. Alcuni entrarono, altri no. I due violinisti che aveva notato prima suonarono volutamente larghi, come per trascinare tutti in una palude. Qualcuno dietro fece finta. Qualcuno suonò troppo forte per coprire il vuoto. Qualcuno smise di guardare il direttore.

Il violinista sentì una stretta alla gola.

Non era snobismo. Non era il disgusto del professionista che torna da fuori e giudica la provincia. Era qualcosa di più doloroso. Era la delusione di chi aveva portato un dono e scopriva che forse nessuno aveva preparato un tavolo su cui posarlo. Era il dolore di chi voleva servire un insieme e trovava soltanto frammenti che non desideravano essere ricomposti.

Quando il video finì, nella saletta restò un silenzio pesante.

Fuori, il pomeriggio d’ottobre era già diventato quasi sera. Dai vetri alti filtrava una luce grigia, e nel cortile interno le foglie si muovevano a piccoli scatti, spinte da un vento incerto.

Il violinista chiuse la custodia, ma non subito. Prima passò un panno sulle corde, lentamente. Era un gesto che faceva sempre, quasi senza pensarci. Quel giorno gli sembrò un atto di resistenza. Pulire il proprio strumento. Tenerlo pronto. Non lasciare che il disordine degli altri entrasse nel legno, nelle mani, nell’orecchio.

Si mise il cappotto.

Nel corridoio incontrò uno dei violinisti che aveva visto nel video. Quello gli sorrise con cordialità.

“Allora? Com’è andata?”

Il protagonista lo guardò. Per un istante pensò di rispondere con una frase educata, una di quelle che permettono al mondo di continuare come prima.

“Bene, credo.”

Ma la parola gli rimase in bocca.

Guardò l’uomo, il suo violino lucido, la sciarpa elegante, il sorriso tranquillo di chi non teme conseguenze perché ha imparato a rendere invisibile il proprio danno.

“Non lo so,” disse infine.

L’altro aggrottò la fronte.

“In che senso?”

Il violinista strinse la custodia.

“Ho suonato meglio che potevo. Questo sì.”

“E allora?”

Guardò verso la sala, verso il palco nascosto dalle porte chiuse.

“Non so se basta.”

L’altro rise piano, come davanti a una frase ingenua.

“Qui non basta mai niente. Vedrai. Ti abituerai.”

Il protagonista non rispose.

Uscì dal teatro. L’aria fredda gli colpì il viso con una nettezza quasi benevola. La città era lì, identica e diversa: i portici umidi, le luci dei negozi, le persone che camminavano in fretta, i primi cappotti della stagione. Da qualche parte, dietro le finestre, qualcuno stava preparando la cena. Da qualche altra parte un bambino forse studiava una scala, ignaro di tutto, contando male ma con fiducia.

Il violinista si fermò sui gradini.

Per un attimo desiderò ripartire. Prendere un treno, un aereo, tornare in una qualunque delle città in cui almeno il disordine aveva un nome, in cui gli errori venivano affrontati, in cui fingere di suonare sarebbe stato considerato una vergogna e non una strategia.

Poi pensò che forse la disperazione non nasce quando tutto è perduto.

Nasce prima.

Nasce quando si vede chiaramente ciò che è rotto e si capisce che molti hanno imparato a chiamarlo normale.

Guardò la custodia nella sua mano.

Dentro, il violino era intero.

Non era molto. Non era abbastanza per salvare un’orchestra. Non bastava a riparare strumenti, intenzioni, tempi, caratteri. Non bastava a insegnare l’ascolto a chi aveva scelto di non ascoltare.

Ma era qualcosa.

Scese un gradino, poi un altro.

Alle sue spalle, nel teatro, forse stavano già chiamando il nome di un altro candidato. Forse un altro sarebbe entrato, avrebbe accordato, avrebbe cercato il suo posto, avrebbe suonato con speranza davanti a una commissione stanca.

Il protagonista si voltò un’ultima volta.

Le porte del teatro si chiusero lentamente, spinte dal vento.

E in quel rumore secco, ordinario, gli parve di sentire tutto: l’attacco mancato, il tempo perduto, il suono comune che non era mai nato.

Che disperazione.

Ma anche, sotto la disperazione, più debole e più ostinata, una domanda.

Domani, avrebbe ancora accordato il la?

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