Dipendenze

Ci sono beni per i quali le persone sono disposte a pagare per usarli, ma sarebbero disposte a pagare molto di più per smettere. In questa apparente contraddizione c’è forse una delle definizioni più semplici ed efficaci di ciò che, in senso lato, chiamiamo bene che crea dipendenza.

Un bene che crea dipendenza è qualcosa per cui si paga per consumarlo, ma per cui si pagherebbe molto di più pur di smettere.

La forza di questa definizione sta nel fatto che non insiste subito sulla chimica, sulla clinica o sulla patologia. Mette invece a fuoco un paradosso economico ed esistenziale: il consumo produce un beneficio immediato, o almeno promette di produrlo, ma nel tempo genera un costo soggettivo così alto che il consumatore arriva a desiderare intensamente di liberarsene.

È un’idea che l’economia può esprimere in termini di disponibilità a pagare, ma che la letteratura conosce da tempo. Il vizio non è solo una scelta ripetuta; è spesso una scelta che, ripetendosi, modifica il soggetto che sceglie. Per questo la dipendenza non riguarda soltanto l’oggetto consumato, ma il rapporto tra desiderio, abitudine, autoinganno e volontà.

Italo Svevo lo ha raccontato in modo insuperabile nella Coscienza di Zeno. Il suo personaggio non smette mai davvero di fumare; smette continuamente, ogni volta dichiarando “l’ultima sigaretta”, e proprio in quell’ultima trova un’intensità particolare. Il meccanismo è noto: il piacere non sta solo nel consumo, ma nella promessa della fine, nell’illusione del controllo, nella rappresentazione di sé come individuo ancora libero di scegliere. La dipendenza, allora, non è semplicemente il bisogno dell’oggetto; è anche il bisogno di continuare a raccontarsi che domani sarà diverso.

In questo senso, certi beni sono economicamente e psicologicamente singolari. Li paghiamo per averli, ma finiamo per attribuire un valore ancora maggiore alla possibilità di non volerli più. Il desiderio iniziale è rivolto al consumo; il desiderio maturo, spesso dolorosamente maturo, è rivolto alla liberazione.

Ecco perché questa definizione, pur non essendo tecnica, coglie qualcosa di essenziale. Un bene che crea dipendenza è un bene per cui il valore attribuito all’uscita può superare il valore attribuito all’ingresso. O, detto più semplicemente: lo si compra per il piacere che promette, ma si sarebbe disposti a spendere di più per sottrarsi al suo potere.

Forse è proprio qui che economia e letteratura si incontrano: nel riconoscere che ci sono scelte che non rivelano soltanto preferenze, ma fragilità; e che il prezzo di un bene, in certi casi, conta meno del prezzo interiore richiesto per smettere di desiderarlo.

L’Essenziale di Filosofia

La filosofia nasce in Grecia. La parola stessa significa “amore per la sapienza”. Fin dall’inizio, questo amore non è stato semplicemente il desiderio di accumulare conoscenze, ma il tentativo di capire due cose fondamentali: come dovremmo vivere e come possiamo conoscere il mondo.

La storia della filosofia è, in fondo, la storia di queste due domande.

Il primo grande protagonista è Socrate, un uomo di Atene che passa le giornate nelle piazze a discutere con chiunque voglia ascoltarlo. La sua domanda è tanto semplice quanto radicale: come dovremmo vivere? Socrate è convinto che una buona vita richieda una profonda consapevolezza dei limiti della nostra conoscenza. Il suo metodo consiste nel porre domande, smontare certezze e costringere gli interlocutori a riflettere criticamente sulle proprie convinzioni. La conoscenza, per lui, è il bene più alto. E il dialogo è lo strumento con cui possiamo avvicinarci alla verità.

Socrate non scrive nulla. Tutto ciò che sappiamo di lui proviene soprattutto dal suo allievo più celebre: Platone.

Platone sposta la discussione su un piano più radicale: che cos’è la realtà? Secondo lui esistono due livelli di realtà. Il primo è il mondo delle forme, un livello perfetto e immutabile dove esistono le essenze delle cose: la forma della giustizia, della bellezza, del triangolo. Il secondo è il mondo sensibile, quello che percepiamo con i sensi, fatto di copie imperfette di quelle forme perfette.

La famosa allegoria della caverna descrive proprio questa condizione: gli esseri umani vedono soltanto ombre della realtà, scambiandole per la verità. Il compito della filosofia è uscire dalla caverna e comprendere ciò che sta dietro l’apparenza. Con Platone nasce la metafisica, la ricerca di ciò che sta “oltre” l’esperienza immediata.

Ma tra gli studenti di Platone c’è qualcuno che prende una direzione diversa: Aristotele.

Aristotele si chiede come possiamo comprendere il mondo naturale. A differenza di Platone, non pensa che la vera conoscenza debba allontanarsi dall’esperienza sensibile. Al contrario, ritiene che l’osservazione sistematica della natura sia la chiave per capire la realtà. Studia biologia, logica, fisica, etica, politica. Introduce il concetto di causa per spiegare i fenomeni: causa materiale, formale, efficiente e finale. E sviluppa la prima grande teoria della logica, che diventerà lo strumento fondamentale del ragionamento scientifico per molti secoli.

Molte idee centrali della scienza — classificare, osservare, cercare regolarità — hanno radici nel pensiero aristotelico.

Per molti secoli, tuttavia, la filosofia e la scienza rimangono strettamente intrecciate con la religione. Un esempio fondamentale è Agostino. La sua domanda è: come possiamo trovare la verità e la felicità in relazione a Dio?

Agostino combina il platonismo con il cristianesimo. Secondo lui il mondo sensibile non basta per arrivare alla verità. La conoscenza più profonda deriva dall’illuminazione della mente da parte di Dio. Ma Agostino osserva anche qualcosa di molto umano: desideriamo continuamente cose nuove — ricchezza, successo, piacere — e tuttavia nessuna sembra soddisfarci davvero. La sua conclusione è che solo ciò che è eterno può colmare il desiderio umano di felicità.

Nel Medioevo un altro pensatore fondamentale è Tommaso d’Aquino, che tenta di conciliare Aristotele con il cristianesimo. Per Tommaso fede e ragione non sono in conflitto: la ragione può scoprire molte verità sul mondo naturale, mentre la rivelazione riguarda le verità ultime su Dio.

Con la rivoluzione scientifica del XVII secolo, però, qualcosa cambia radicalmente. La natura non è più vista solo come un ordine da contemplare, ma come un sistema da analizzare e spiegare.

Uno dei protagonisti di questa svolta è Francis Bacon. Bacon critica la filosofia puramente speculativa e propone un nuovo metodo per la conoscenza: l’induzione. Secondo Bacon la scienza deve partire dall’osservazione sistematica dei fenomeni e dalla raccolta di dati. Solo dopo si possono costruire teorie. Il suo programma filosofico diventa una sorta di manifesto della scienza moderna.

Un’altra figura decisiva è René Descartes. La sua domanda è: che cosa possiamo conoscere con assoluta certezza? Descartes teme che molte delle credenze tradizionali siano fragili. Decide quindi di dubitare di tutto ciò che può essere messo in dubbio. Alla fine trova una certezza indubitabile: il fatto stesso che sta pensando. Anche se tutto fosse illusorio, il pensiero dimostra che esiste come essere pensante. Da qui la celebre formula: penso, dunque sono.

Descartes rappresenta la fiducia nella ragione come fondamento della conoscenza. Il suo approccio influenzerà profondamente la matematica e la fisica.

Parallelamente, pensatori come Galileo Galilei e Isaac Newton sviluppano una nuova immagine della natura: un universo regolato da leggi matematiche. La filosofia naturale diventa progressivamente scienza.

Ma questa fiducia nella ragione viene messa in discussione nel XVIII secolo da David Hume. Hume si chiede: possiamo davvero conoscere le leggi della natura con certezza?

Secondo Hume tutta la conoscenza deriva dall’esperienza sensibile. Quando osserviamo il mondo vediamo solo eventi che si succedono regolarmente, non la necessità che li collega. Vediamo una palla da biliardo colpirne un’altra, ma non vediamo la “forza causale”. Vediamo solo una sequenza di eventi. L’idea di causalità nasce dall’abitudine, non dalla ragione. Questa critica minaccia le basi stesse della scienza.

Immanuel Kant prende molto sul serio la sfida di Hume. Kant sostiene che Hume lo ha “svegliato dal sonno dogmatico”. La sua domanda diventa: come sono possibili la scienza e la conoscenza?

La risposta di Kant è rivoluzionaria. Non siamo semplicemente spettatori passivi del mondo. La mente umana organizza l’esperienza attraverso strutture fondamentali come spazio, tempo e causalità. Inoltre esistono verità che possiamo conoscere indipendentemente dall’esperienza, ciò che Kant chiama conoscenze a priori, come le verità matematiche. La conoscenza nasce quindi dall’incontro tra ciò che viene dal mondo e le strutture con cui la mente lo organizza.

Nel XIX secolo Friedrich Nietzsche porta la critica ancora più lontano. Nietzsche mette in discussione l’idea stessa di verità oggettiva e di morale universale. Secondo lui molte verità sono il risultato di interpretazioni storiche e rapporti di potere. Quando scrive che “Dio è morto” intende dire che le vecchie fonti di significato e autorità morale hanno perso la loro forza nel mondo moderno. Di conseguenza, gli individui devono assumersi la responsabilità di creare nuovi valori.

Nel XX secolo la riflessione filosofica si sposta anche sul linguaggio e sulla scienza stessa. Ludwig Wittgenstein sostiene che molti problemi filosofici nascono da confusioni linguistiche. Le parole non hanno significati fissi: il loro significato dipende dall’uso che ne facciamo nei diversi contesti, nei cosiddetti “giochi linguistici”.

Allo stesso tempo, filosofi della scienza come Karl Popper, Thomas Kuhn e Imre Lakatos iniziano a riflettere su come funziona realmente la scienza. Popper sostiene che le teorie scientifiche non possono mai essere definitivamente verificate, ma solo falsificate: una teoria è scientifica se può essere messa alla prova e potenzialmente smentita. Kuhn introduce l’idea di paradigma scientifico: la scienza non procede solo accumulando dati, ma attraverso rivoluzioni che cambiano il modo stesso in cui gli scienziati vedono il mondo.

Vista nel suo insieme, la filosofia appare come una lunga conversazione attraverso i secoli. Socrate ci invita a interrogare le nostre convinzioni. Platone cerca la realtà dietro le apparenze. Aristotele studia la natura con attenzione empirica. Bacon e Galileo inaugurano il metodo scientifico. Hume mette in dubbio la certezza delle leggi naturali. Kant cerca di salvare la conoscenza. Nietzsche sfida i valori tradizionali. Wittgenstein analizza il linguaggio. E i filosofi della scienza riflettono su come la scienza stessa evolve.

La filosofia non è quindi soltanto il passato della scienza. È anche la sua coscienza critica. Ci ricorda che conoscere il mondo non significa soltanto raccogliere dati, ma anche interrogarsi sui concetti, sui metodi e sui limiti della conoscenza stessa.

Non è solo un cappello: quando all’università nessuno vede il disegno

Nel Piccolo Principe un bambino mostra agli adulti un disegno che per lui rappresenta chiaramente un boa che ha inghiottito un elefante. Gli adulti, tutti, vedono soltanto un cappello. Non perché siano stupidi o distratti, ma perché guardano con categorie diverse. Non riescono più a vedere ciò che non rientra nelle loro mappe mentali. Questa scena descrive con sorprendente precisione ciò che accade oggi in molte aule universitarie. Gli studenti arrivano spesso con tre grandi mancanze strutturali.

Nel passato, conoscenze di base insufficienti, frammentate, spesso dimenticate.

Nel presente, una motivazione debole o puramente strumentale: superare l’esame, accumulare crediti.

Nel futuro, un’assenza quasi totale di visione: non sanno che lavoro faranno, che ruolo avranno, perché ciò che studiano dovrebbe contare davvero.

In queste condizioni, insegnare diventa estremamente difficile. Talvolta, semplicemente impossibile. Il professore entra in aula con una mappa ricca: concetti astratti, relazioni teoriche, modelli che si tengono insieme, applicazioni che aprono domande. Lo studente entra senza una mappa, o con pezzi sparsi che non comunicano tra loro. Non è solo una distanza di preparazione. È una distanza di senso.

Le scienze cognitive lo mostrano con chiarezza: l’apprendimento non è trasmissione di informazioni, ma integrazione di significato. Senza conoscenze pregresse solide, senza un orizzonte futuro che renda rilevante ciò che si studia, i contenuti non si agganciano. Restano superficiali, vengono memorizzati in modo fragile e rapidamente dimenticati. In altre parole: il professore mostra un disegno complesso, lo studente non vede né il boa né il cappello. Spesso non vede nulla. Di fronte a questo scenario, molti professori attenti e responsabili reagiscono in modo comprensibile. Abbassano il livello. Semplificano i contenuti. Banalizzano gli esempi. Facilitano gli esercizi. Riducono applicazioni e casi studio.

L’obiettivo è includere, non lasciare indietro nessuno, rendere il corso “accessibile”. Ma il prezzo di questa scelta è alto. La qualità del corso si abbassa. Il valore per gli studenti più preparati e motivati si riduce drasticamente.

Il valore aggiunto dell’università, ciò che dovrebbe distinguerla da qualunque altra forma di istruzione, si assottiglia fino quasi a scomparire. Il rischio è sistemico: eliminare la complessità, evitare la fatica cognitiva, rinunciare alla costruzione di idee. E quando questo accade, il lavoro diventa meno produttivo per tutti. Anche per chi si voleva aiutare. Semplificare non equivale a insegnare meglio. Spesso equivale solo a togliere ciò che rende l’apprendimento trasformativo.

L’università dovrebbe usare il tempo dei professori e degli studenti per fare tre cose precise: creare idee, far acquisire concetti, sviluppare abilità. Capacità di ragionare, collegare, argomentare, trasferire conoscenze in contesti nuovi. Questo è il suo valore distintivo. E invece sempre più spesso accade qualcosa di paradossale: si fa finta di insegnare e si fa finta di imparare. Come se si chiedesse a studenti ciechi di “toccare qualcosa”, sperando che il semplice contatto basti a generare comprensione.

Tornando al Piccolo Principe, il problema non è che gli studenti vedano un cappello invece del boa. Il problema è che non hanno ancora imparato a vedere. La soluzione, però, non è cancellare il disegno. Non è semplificarlo fino a renderlo irriconoscibile. È creare le condizioni perché lo studente possa costruire, passo dopo passo, una mappa che gli permetta finalmente di guardare. Questo significa lavorare sulle basi mancanti, esplicitare il senso di ciò che si studia, mostrare connessioni con il futuro possibile. Richiede tempo, intenzionalità, e una didattica coerente che non rinunci all’ambizione. Perché insegnare all’università non è adattarsi al livello più basso. È aiutare chi non vede ancora a sviluppare gli strumenti per vedere.

E solo così il disegno torna a essere ciò che dovrebbe essere: non un cappello innocuo, ma un boa che costringe a pensare.

Nietzschean Economics

Nietzsche described the universe as the manifestation of an underlying force which he called will to power. For him, an “insatiable desire to manifest power” is the essence of the universe, and all living things have the same goal, growth. He wrote: “every living thing does everything it can not to preserve itself but to become more.” And to grow and expand, individuals establish for themselves lofty goals that they will (probably) never reach. Aiming high requires overwhelming efforts and the willingness to “risk every danger”. Pain, suffering, and being thwarted in one’s attempts to accomplish a goal are the preconditions for growth and hence an increase in one’s power. [Link to the book] 

I have always been fascinated by this idea that individuals are living in a constant desire of self overcoming and yesterday I had the chance to read an interesting debate between Richard Robb and James Heckman. In three articles (see below) they discuss if will to power is compatible with our rational choice theory.

Robb claims that economic models cannot incorporate the Nietzschean concepts and give some examples of individuals getting “utility” not only from the output of an activity but also from the exploration and the effort exerted in that activity. Agents have a “preference” for struggling. For instance, if people go to the gym, if they suffer below cold metallic machines, and they feel pain in all the parts of their bodies is not (only) because they expect a health benefit in the long run, but because they enjoy the experience. Robb also discusses the unconscious nature of human motives and the capacity of humans to rationalize the consequences of choices after a choice is made.

Heckman replied by showing how “overcoming” might be incorporated into standard utility functions and challenge Robb asking what may be the benefit for economics from investigation into the motives underlying human action.

 

 


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Literature and Economics

This summer I had the chance to read a very interesting book Cents and Sensibility [Link] by Gary Saul Morson and Morton Schapiro. The authors make the case that the humanities, especially the study of literature, offer economists ways to understand better human behavior and emotions and thus make their models more realistic, their predictions more accurate, and their policies more effective and just.

I love this book because it makes me see things differently and reflect. In particular, I have learned that humanities can help economists to understand the role of cultural factors in shaping individuals’ character and thought. Literature can help economist to recognize the complexity of human motivations, thoughts and behavior (see for instance my previous post). Finally, humanities can provide ways to think through ethical questions, revealing the strengths and limitations of the economics perspectives.

If you are interested on this topic, I suggest you watch the book presentation:


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