Nel 1980 Milton Friedman portò al grande pubblico, con la serie “Free to Choose”, una difesa articolata del libero mercato e una critica sistematica all’espansione dello Stato moderno. A distanza di decenni, molte delle sue tesi continuano a influenzare il dibattito economico e politico. In questo post sintetizzo i nuclei centrali del suo pensiero così come emergono dalla serie.
Il primato della cooperazione volontaria
Per Friedman la libertà economica non è un ambito separato, ma la base necessaria di ogni altra libertà. Il cuore del sistema di mercato è il meccanismo dei prezzi, che trasmette informazioni, coordina decisioni e incentiva milioni di individui senza bisogno di una direzione centrale. L’esempio più celebre è quello della matita. Nessuna singola persona al mondo sa produrla interamente: dalla grafite estratta in Sud America al legno, dalla gomma al metallo, migliaia di individui cooperano senza conoscersi, guidati solo dai segnali dei prezzi. Non c’è un “commissario centrale” che impartisce ordini: la cooperazione è volontaria e mediata dallo scambio. In questa visione, il libero mercato promuove anche l’armonia sociale: perché uno scambio avvenga, entrambe le parti devono aspettarsi un beneficio. La logica è quella della reciprocità, non dell’imposizione. Hong Kong rappresenta per Friedman un laboratorio emblematico. Priva di risorse naturali e densamente popolata, ha raggiunto livelli di benessere elevati grazie a un sistema fondato su apertura commerciale, bassa tassazione e limitata regolamentazione. Chi fallisce ne sopporta i costi, chi ha successo ne raccoglie i frutti: sono gli incentivi a guidare l’adattamento e la creazione di ricchezza.
L’illusione della pianificazione centrale
Il confronto tra modelli diversi occupa un posto centrale nell’argomentazione di Friedman. L’India post-indipendenza, con la sua pianificazione centralizzata e la protezione di industrie tradizionali tramite sussidi, è per lui un esempio di come il controllo statale possa soffocare il potenziale umano e rallentare lo sviluppo. In contrasto, il Giappone che nel 1868 si apre al commercio internazionale mostra, secondo Friedman, come l’integrazione nei mercati globali possa accelerare la trasformazione economica e il progresso sociale. Da qui deriva una concezione minimale del ruolo dello Stato: difesa, ordine pubblico, amministrazione della giustizia e definizione di regole generali entro cui gli individui possano cooperare. Quando il governo cerca di proteggere industrie esistenti o gruppi specifici, diventa “retrogrado”, ostacolando la selezione competitiva e l’innovazione.
La Grande Depressione e la responsabilità monetaria
Una delle tesi più controverse di Friedman riguarda la Grande Depressione del 1929. Non si trattò, a suo avviso, di un fallimento del capitalismo, ma di un fallimento della Federal Reserve. Tra il 1929 e il 1933 la quantità di moneta negli Stati Uniti si ridusse drasticamente. La banca centrale non fornì liquidità sufficiente durante le corse agli sportelli e non compensò la contrazione dell’offerta di moneta, trasformando una recessione in una catastrofe. Anche l’afflusso di oro non fu utilizzato per espandere la base monetaria. Friedman si oppone così all’interpretazione keynesiana dominante nel dopoguerra, secondo cui la spesa pubblica avrebbe dovuto compensare la debolezza della domanda privata. A suo giudizio, l’espansione della spesa e dei deficit pubblici ha alimentato instabilità e inflazione, senza risolvere le cause profonde delle crisi.
Libertà e uguaglianza: opportunità contro risultati
Un punto filosoficamente centrale è la distinzione tra uguaglianza di opportunità e uguaglianza di risultati. La prima, intesa come “carriere aperte al talento”, è compatibile con la libertà e ne rappresenta un’estensione: ognuno deve poter utilizzare le proprie capacità senza barriere arbitrarie. La seconda, cioè l’uguaglianza materiale dei risultati, richiede invece interventi coercitivi. Per forzare tutti ad arrivare “insieme al traguardo” occorre limitare la libertà di chi produce di più o ottiene di più. Secondo Friedman, politiche di questo tipo riducono gli incentivi, incoraggiano l’elusione e minano il rispetto per la legge. Celebre la sua affermazione: una società che mette l’uguaglianza prima della libertà finirà per non avere né l’una né l’altra; una società che mette la libertà prima dell’uguaglianza otterrà una misura maggiore di entrambe.
Sindacati, salario minimo e mercato del lavoro
Friedman contesta l’idea che i sindacati siano sempre e comunque i principali difensori dei lavoratori. In molti casi, li descrive come monopoli che proteggono i propri membri a spese dei consumatori e dei lavoratori esclusi. L’Associazione Medica Americana viene citata come esempio di organizzazione che, limitando l’accesso alla professione, ha mantenuto alti i compensi riducendo la concorrenza e l’accessibilità delle cure. Anche il salario minimo è oggetto di critica. Impedendo a lavoratori poco qualificati di accettare salari inferiori alla soglia legale, si negherebbe loro la possibilità di entrare nel mercato del lavoro, acquisire competenze ed esperienza. Il risultato, nella sua lettura, è un aumento della disoccupazione tra giovani e gruppi svantaggiati.
Inflazione: un fenomeno monetario
Per Friedman l’inflazione è sempre e ovunque un fenomeno monetario. Si verifica quando la quantità di moneta cresce più rapidamente della produzione di beni e servizi. Sindacati, shock petroliferi o “avidità delle imprese” non sono cause ultime, ma fattori che reagiscono a una moneta svalutata. La vera responsabilità risiede nell’espansione eccessiva dell’offerta di moneta da parte delle autorità pubbliche. La cura consiste nel ridurre il tasso di crescita della moneta. Friedman riconosce che il processo può essere doloroso, con un temporaneo aumento della disoccupazione, ma lo considera necessario per evitare conseguenze più gravi sul piano economico e sociale.
Burocrazia e concentrazione del potere
L’ultima parte della sua riflessione riguarda la crescita dello Stato e della burocrazia. Il potere politico, osserva, non è monolitico ma frammentato: gruppi di interesse organizzati competono per ottenere benefici specifici, mentre i costi sono dispersi su milioni di contribuenti. Questa “mano invisibile politica” produce privilegi concentrati e costi diffusi. Da qui la proposta di introdurre limiti costituzionali alla spesa pubblica e alla tassazione, per vincolare l’azione governativa e ridurre la deriva espansiva.
In conclusione, “Free to Choose” è un manifesto a favore della responsabilità individuale e della libertà economica. Per Friedman la libertà non è uno stato naturale, ma una conquista fragile che richiede vigilanza, comprensione dei suoi meccanismi e il coraggio di difenderla.
Il quadro che emerge è netto: la povertà si riduce attraverso produttività e mercato, le crisi dipendono spesso da errori di politica monetaria, l’inflazione nasce dalla stampa di moneta, e l’uguaglianza sostenibile è quella delle opportunità, non dei risultati.
Queste tesi riflettono le posizioni espresse da Milton Friedman nella serie e hanno alimentato un dibattito ancora oggi vivo sul rapporto tra Stato, mercato e libertà individuale.
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