Sulle preferenze e su come si formano

Ernst Fehr “Degustibus est Disputandum – The Emerging Science of Preference Formation

Le tue preferenze sono davvero tue?

Sei una persona paziente o impulsiva? Propensa al rischio o prudente? Onesta o incline a piegare le regole? La maggior parte di noi considera queste caratteristiche come tratti stabili della personalità, l’essenza di chi siamo. Crediamo di avere un nucleo fisso di preferenze e valori che guida le nostre decisioni, indipendentemente dal contesto.

Questa idea ha dominato per decenni anche il pensiero economico. Economisti vincitori del premio Nobel come Gary Becker e George Stigler sostenevano che i gusti e le preferenze umane sono stabili e immutabili, paragonandoli alle “Montagne Rocciose”: sono lì, solide e uguali per tutti. Secondo questa visione, se il nostro comportamento cambia, è solo perché sono cambiati i prezzi o i vincoli esterni, non perché siamo cambiati noi.

Ma cosa succederebbe se questa fosse solo un’ipotesi di comodo? L’economista Ernst Fehr, uno dei pionieri dell’economia comportamentale, sostiene proprio questo. Secondo Fehr, una nuova “scienza della formazione delle preferenze” sta dimostrando in modo inequivocabile che chi siamo è profondamente plasmato dal nostro ambiente. Le nostre esperienze, la nostra cultura lavorativa e persino i grandi eventi storici possono alterare le nostre preferenze più radicate. Questo articolo esplora tre esperimenti sorprendenti che lo dimostrano, portandoci in un viaggio dalla cultura di un ufficio alla psicologia dei mercati finanziari, fino alle conseguenze decennali di un disastro nucleare.

Perché gli Economisti Hanno Iniziato a Dubitare

Il contrasto tra la visione economica tradizionale e quella sociologica non potrebbe essere più netto. Per decenni, gli economisti hanno delegato lo studio dell’origine delle preferenze ai sociologi, dando per scontato che fossero loro a occuparsene. Quando Fehr decise di indagare su questo tema, contattò un famoso sociologo, Peter Hedström, chiedendogli indicazioni sulla letteratura sociologica in merito. La risposta fu illuminante.

“L’assunto che la società plasmi le preferenze degli individui riguarda chiaramente uno dei pilastri fondamentali della sociologia, ma non è facile suggerirti alcuna letteratura in merito. È quasi troppo fondamentale per questo… quasi tutti i sociologi danno per scontato che le preferenze degli individui siano formate dalla società…”

In pratica, gli economisti ignoravano la questione perché la ritenevano al di fuori del loro campo, mentre i sociologi la davano così per scontata da non sentirne quasi il bisogno di studiarla in modo sistematico. Questo ha lasciato un enorme vuoto nella nostra comprensione del comportamento umano.

Fehr evidenzia quello che chiama il “paradosso dei genitori”. Persino economisti come Becker e Stigler, che accademicamente difendevano l’idea di preferenze stabili, nella loro vita privata agivano come qualsiasi genitore: cercavano di plasmare il carattere dei propri figli, insegnando loro la pazienza, l’onestà e l’autocontrollo. Questo comportamento rivela una convinzione intuitiva e profonda che le preferenze siano, in realtà, malleabili.

Tre Esperimenti Che Rivelano la Fluidità delle nostre Preferenze

La ricerca di Fehr e dei suoi colleghi offre prove concrete di questa fluidità, trasformando un’intuizione sociologica in una realtà scientifica misurabile. Ecco tre scoperte che smantellano l’idea di una personalità fissa, mostrando come il nostro ambiente ci scolpisce costantemente.

Risultato 1: I banchieri sono onesti, finché non gli ricordi che sono banchieri

Il primo esperimento indaga il legame tra cultura professionale e onestà. I ricercatori hanno coinvolto dipendenti di una grande banca, dividendoli in due gruppi. Al primo (il gruppo di controllo) sono state poste domande sui loro hobby, attivando la loro identità personale. Al secondo sono state poste domande sul loro ruolo in banca, attivando la loro identità professionale. Per assicurarsi che l’attivazione mentale avesse funzionato, hanno usato un ingegnoso test di completamento di parole: i banchieri “attivati” erano più propensi a completare “___OCK” con “stOCK” (azione) piuttosto che “clOCK” (orologio).

Successivamente, a tutti è stato chiesto di lanciare una moneta dieci volte e di auto-dichiarare i risultati, ricevendo denaro per ogni lancio “vincente”. Era un puro test di onestà. Il risultato del gruppo di controllo fu sbalorditivo: si dimostrarono incredibilmente onesti. Fehr stesso nota: “questo è il gruppo di soggetti più onesto che abbiamo mai trovato… con gli studenti si ottengono molti più bugiardi”. Ma quando l’identità professionale è stata attivata, è avvenuta una trasformazione. Il gruppo a cui era stata ricordata la professione di banchiere è diventato significativamente più disonesto, riportando un numero di vittorie statisticamente improbabile. La disonestà era più alta proprio nei settori più delicati, come l’Investment Banking e il wealth management.

La conclusione, riassunta da un giornalista, è tanto netta quanto inquietante:

“I banchieri sono onesti finché non gli ricordi che sono banchieri.”

Questo non riguarda solo i banchieri; è un’illustrazione lampante di come qualsiasi forte cultura professionale possa creare una “personalità contestuale” che mette in secondo piano la nostra bussola morale di base in favore di norme e obiettivi diversi.

Risultato 2: I crolli di mercato non solo spaventano, ma cambiano la nostra propensione al rischio

La seconda scoperta affronta un enigma centrale della finanza: l’eccessiva volatilità dei mercati. La spiegazione tradizionale (canale delle aspettative) è che i prezzi oscillano perché cambiano le credenze degli investitori su ciò che accadrà. Ma Fehr ha proposto un’idea più radicale: e se i mercati cambiassero non solo ciò che la gente pensa, ma anche chi la gente è? Ha ipotizzato l’esistenza di un canale delle preferenze: i crolli di mercato potrebbero alterare fondamentalmente la tolleranza al rischio degli operatori.

Per testarlo, i ricercatori hanno mostrato a dei trader professionisti grafici animati di un mercato in “boom” o in “bust” (crollo). Subito dopo, i trader dovevano investire denaro in un’attività rischiosa completamente slegata (estrarre una pallina da una scatola con una probabilità di vincita nota del 50%). I risultati sono stati inequivocabili: i professionisti che avevano visto il “crollo” investivano molto meno, diventando più avversi al rischio. Sorprendentemente, i trader con più esperienza erano ancora più suscettibili a questo effetto.

Ma come potevano i ricercatori essere sicuri che fosse proprio la paura a causare il cambiamento? Il loro passo successivo fu tanto ingegnoso quanto inquietante. In un esperimento separato, hanno sottoposto i partecipanti a una minaccia di lievi scosse elettriche (del tutto sicure ma sgradevoli) mentre eseguivano compiti di investimento. Questa paura, completamente slegata dai risultati finanziari, ha reso le persone significativamente più avverse al rischio. Ciò ha dimostrato un nesso causale diretto tra l’emozione della paura e la preferenza per il rischio, suggerendo un potente ciclo di feedback: un crollo genera paura, che rende i trader più prudenti, portandoli a vendere e alimentando ulteriormente il crollo stesso.

Risultato 3: Come un disastro di decenni fa rende le persone più impazienti oggi

L’ultimo esempio è forse il più potente, perché si basa su un “esperimento naturale” su larga scala: il disastro nucleare di Chernobyl del 1986. A causa di condizioni meteorologiche casuali, il fallout radioattivo si è distribuito in modo irregolare, creando di fatto gruppi di persone esposte a diversi livelli di radiazioni in modo del tutto casuale.

Lo studio si è concentrato sulla popolazione generale che ha ricevuto livelli di radiazioni subclinici, ovvero così bassi da non avere conseguenze dirette sulla salute. Eppure, a distanza di decenni, i ricercatori hanno scoperto effetti duraturi e profondi. Le persone che vivevano in aree con un fallout leggermente più alto erano diventate:

  1. Più avverse al rischio: Un’unità in più di radiazioni di fondo ha ridotto la propensione al rischio di mezzo punto di deviazione standard.
  2. Più impazienti: Lo stesso aumento di radiazioni ha aumentato il loro tasso di sconto (la preferenza per il presente) del 20% di una deviazione standard.
  3. Politicamente più conservatrici: Hanno mostrato una maggiore tendenza a votare per i partiti filosovietici e filorussi.

La causa non erano le radiazioni, ma la paura generata dai segnali pubblici di pericolo. Come ha osservato un fisico di Harvard:

“La peggiore malattia qui non è la malattia da radiazioni… La verità è che la paura di Chernobyl ha fatto molti più danni di Chernobyl stessa.”

Il governo imponeva di prendere pillole di iodio o vietava il consumo di verdure locali. Questi segnali, pur pensati per proteggere, comunicavano un senso di pericolo e incertezza sul futuro. Questa paura esistenziale ha rimodellato in modo permanente le preferenze di intere comunità.

Se l’ambiente ci plasma, chi progetta l’ambiente?

Il lavoro di Ernst Fehr e della nuova scienza della formazione delle preferenze demolisce l’idea rassicurante di un “io” stabile e immutabile. Le nostre preferenze non sono fisse, ma endogene: vengono plasmate dal nostro ambiente sociale ed economico, dalla cultura del nostro ufficio ai grandi traumi della storia.

Questa conclusione non è solo una curiosità accademica; è una chiamata all’azione. Come afferma Fehr, se le preferenze sono endogene, esse “possono e talvolta dovrebbero essere l’obiettivo delle politiche economiche e sociali”. Questo sposta radicalmente il nostro compito. La domanda non è più solo come incentivare le persone a comportarsi meglio, ma come progettare istituzioni, aziende, scuole e società che coltivino attivamente le preferenze e i valori che riteniamo desiderabili. Se siamo il prodotto del nostro mondo, abbiamo la profonda responsabilità di costruire un mondo migliore.

Leave a comment